Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): 15/18 (A Place To Heal) di Cédric Kahn (Premio Marcello Mastroianni al miglior giovane attore/attrice emergente: Malou Khebizi )

15/18 (A Place To Heal). Voto ***(*). Cédric Kahn colpisce al cuore raccontando il microcosmo di un reparto di psichiatria giovanile: vero e toccante, recitato in maniera formidabile.

I reparti di psichiatria infantile di un ospedale pubblico in Francia sono divisi per fasce di età: dagli undici ai quattordici anni e dai quindici ai diciotto. Allo scattare della maggiore età un adolescente viene catapultato nel mondo della psichiatria adulta che è tutt’altra faccenda. Un giovane arriva ad essere ricoverato in un reparto di psichiatria per molti motivi: tentativi di suicidio, autolesionismo, bulimia, depressione, allucinazioni, stati di alterazione mentale profonda. I pazienti ricoverati sono dunque ragazze abusate in famiglia, picchiate dai genitori, tossicodipendenti da farmaci, maniaci del controllo, chi sceglie il silenzio, chi non smette mai di parlare, chi non sa trattenersi, chi usa le mani al posto della parola.

Tripartita in momenti di tempo consequenziali, 15/18 (A Place To Heal) segue le vicende di un gruppo di pazienti psichiatrici minorenni.

Un inizio alla Dardenne inquadra da dietro tre persone che salgono le scale, ai lati due poliziotti in divisa, al centro una schiena scura con una coda di cavallo castana che oscilla per il movimento. È Lucia, una abitué del reparto, entra ed esce dall’ospedale con una certa frequenza. Gli infermieri la accolgono scherzosamente, mentre le frugano nelle tasche e le tolgono gli oggetti inappropriati scambiano battute come chi si conosce da tempo e ha trovato una maniera di convivere in pace (quando le confiscano numerosi accendini lei controbatte: Non potete comprarvene uno?).

Nel dialogo con la psichiatra conosciamo Lucia come una sedicenne molto sveglia, appena fuggita con un ragazzo più grande di cui è innamorata, che la faceva prostituire. Ha una madre che per abitudine la malmena ma che lei continua ad amare perché pensa lo faccia per il suo bene (classico meccanismo di sindrome di Stoccolma).

Parallelamente, sul fronte dei medici arriva Jules, uno specializzando inesperto, più vicino per età ai pazienti, con una chioma di buffi capelli ricci, che alla prima riunione di conoscenza tra colleghi butta lì con disinvoltura la ragione per cui ha scelto la specializzazione in psichiatria infantile: Penso sia più allegro degli adulti. Gli altri lo guardano strano, come chi la sa più lunga ma senza giudizio. L’ambiente è collaborativo, nella difficoltà di storie personali tragiche l’atmosfera resta solidale.

Le storie di 15/18 (A Place To Heal)  si accavallano: c’è André che alla nascita è una ragazza (disforia di genere ma lo psichiatra insiste per chiamarla dismorfobia); c’è Charline che sta sopra le righe e quando arriva il colloquio parentale la madre la descrive come plus dotata, sempre precoce anche nelle crisi psicotiche; c’è Lucia abusata dai sei ai dieci anni dal patrigno sotto la tolleranza della madre che sapeva e non diceva niente; c’è Eloïse bulimica, Zoran che quando è fuori scappa sempre al cimitero dove è seppellita la madre, Melissa che abusa di qualsiasi sostanza ma ha paura di stare in comunità, Ulysse sopra le righe o sotto terra ciclotimico schizofrenico, Camelia depressa a cui piacciono le ragazze, tutti ragazzi che lottano a fatica con la vita, con la loro condizione sociale, con le famiglie di origine, con la disperazione esistenziale.

A tutti viene somministrata in 15/18 (A Place To Heal) la medicina adatta al proprio stato, ognuno apre la bocca, inghiotte e la deve riaprire a dimostrare di averla ingerita (la voce dell’infermiere scandisce il nome del farmaco e il dosaggio). Tutti vengono sottoposti al test di Rorschach, le macchie di colori che suggeriscono ad ognuno qualcosa di diverso, a seconda della propria personalità e percezione. Tutti hanno diritto a una telefonata e fanno la fila per accedere a un telefono fisso: dall’altro lato però può esserci la causa del malessere o può non rispondere nessuno. Ogni fatto quotidiano scatena una reazione imprevedibile in pazienti fragili, ogni emozione può scatenare il mostro. Ma il piccolo gruppo di pazienti è compatto, ha la coesione della trincea, si spalleggia, si invaghisce, si ingelosisce, le dinamiche tipiche di una convivenza obbligata forzosamente.

Gli psichiatri hanno diverse esperienze, diverse attitudini, diverse scuole di pensiero. Devono saper rispondere a:  D’altro canto tu lavori qui perché ti piacciono i matti, non sempre cosa facile.

Nella parte centrale di 15/18 (A Place To Heal) una mattina viene portato in reparto Enzo, un diciassettenne che ha simulato di buttarsi da un ponte dopo aver accoltellato un educatore perché a breve compirà diciott’anni e teme di  finire in prigione. Enzo è magro, emaciato, dai lineamenti regolari e lo sguardo da duro: un cucciolo bruciato che tenta di sostenere i pesi della vita coi pochi strumenti che ha. Lucia lo mira all’istante, con affilate armi seduttive gli strappa la sigaretta (l’unica al giorno consentita) dalla bocca carnosa e lo provoca a chi è il più tosto. I due, più maturi e sessuati degli altri, finiscono ad avere un rapporto sessuale in uno sgabuzzino spiati dalla timidissima Eloïse. Ogni ragazzo lì dentro ha il suo trauma, sta alla bravura dei dottori trovare il modo di farlo elaborare.

Tra sessioni di psicodramma in cui si inscenano idee dei pazienti, crisi violente accese dai colloqui con gli psicoterapeuti (che riportano ferite di guerra come morsi a sangue), tentativi di fuga e lettere d’amore il film racconta in maniera acuta il mondo del disagio psichico giovanile, mostrando una ricca sfaccettatura di storie in cui le differenze sociali e razziali sono tutte ben rappresentate, sia per quanto riguarda la malattia che gli operatori sanitari che i genitori, la fragilità sparsa in tutte le categorie.

Impressionante in 5/18 (A Place To Heal) la bravura degli attori giovani, che esprimono col corpo un malessere interiore profondo: si stenta a credere di aver assistito a un’opera di finzione, per un’ora e quarantacinque si vede e si vive come davanti a un documentario. Una operazione lodevole negli intenti, frutto di un lavoro di osservazione e ascolto da parte di Kahn e della sceneggiatrice Kahina Le Querrec nei reparti di psichiatria per adolescenti, che ha fruttato una forma cinematografica totalmente riuscita, coinvolgente, consapevole, che fa riflettere.


15/18 (A Place To Heal)  –Regia: Cédric Kahn; sceneggiatura: Cédric Kahn, Kahina Le Querrec; fotografia: Patrick Ghiringhelli; montaggio: Géraldine Mangenot; musica: Gael Rakotondrabe; interpreti: Zoé Monpart, Malou Khebizi, Kenji Peyran, Patience Munchenbach, Sophie Guillemin, Cédric Kahn, Antoine de Foucauld, Jennifer Decker; produzione: Ad Vitam Films, Tropdebonheur Productions;; origine: Francia, 2026; durata: 105’; distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

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