Days

  • Voto
4

Giunto all’undicesimo film nell’arco di trent’anni (l’ultimo risaliva al 2013, s’intitolava Stray dogs di recente è stato programmato su “Fuoriorario” e aveva ottenuto il premio della Giuria al Festival di Venezia), Tsai Ming-Liang  ha vinto il Teddy Award alla Berlinale 2020 con questo ultimo Days che può essere considerato la summa del suo stile inconfondibile.

Si tratta innanzitutto di un film senza dialoghi, come viene specificato fin dai titoli di testa, senza dialoghi che, si badi bene, non significa muto, anzi la pista sonora, proprio perché non ci sono dialoghi, è molto importante e induce lo spettatore a concentrarvisi, assai più di quanto non accadrebbe se essa fosse sopravanzata dai dialoghi. I rumori che sentiamo sono rumori della natura: pioggia e vento soprattutto, ma soprattutto rumori urbani, rumori di Bangkok dove si svolge il film. L’assoluta concentrazione sugli elementi sonori fa da pendant all’assoluta concentrazione sugli elementi visivi. Il film consta – se abbiamo contato bene – di 50 inquadrature che per un film di 127 minuti significa una durata media di 2/3 minuti a inquadratura, anche se poi una durata media non esiste perché vi sono alcune, in realtà poche scene, di brevissima durata e persino un paio di casi in cui regista e direttore della fotografia fanno uso, per le strade della capitale thailandese, della steady cam e invece sequenze lunghe, se non addirittura lunghissime. Di nuovo: se abbiamo contato bene i movimenti di macchina sono in tutto 8, compresi i convulsi movimenti con la steady cam.

Come sempre accade con Tsai Ming-Liang ci vuole un po’ di tempo, ma poi lo spettatore entra nel ritmo del regista, quel ritmo – all’inizio percepito come un innaturale rallentamento dei tempi di vita e dunque della quasi totalità dei film che alla vita e a un’estetica realista si ispirano – diventa naturale, immettendo lo spettatore in una specie di vortice ipnotico a cui è impossibile resistere.

Il momento più marcatamente ipnotico è con certezza la sequenza più lunga del film, la scena nella quale assistiamo (quasi) in tempo reale al massaggio di un uomo nei confronti di un altro, un massaggio che a poco a poco si trasforma non sorprendentemente in una scena di sesso, fra le scene di sesso più belle mai viste al cinema. Soprattutto la prima parte di quella scena, ovvero quella del massaggio, è talmente persuasiva che lo spettatore stesso non può non provare la sensazione che probabilmente sta provando l’uomo massaggiato, la sensazione avvolgente di essere a sua volta massaggiato, manipolazione ipnotica, insomma. La scena del massaggio/sesso arriva nella seconda metà, dopo che abbiamo assistito alla vita quotidiana dei due protagonisti, una vita quotidiana che ha molto a che vedere con l’esistenza dei due attori che interpretano i personaggi.

L’uno (per intenderci, il massaggiato, che non a caso si chiama Kang) non è altri che l’attore-icona di Tsai Ming-Liang ovvero Lee Kang-sheng, affetto ormai da molti anni da diversi problemi fisici che, anche con l’ausilio del regista, ha cercato in ogni maniera di risolvere facendosi visitare da decine di medici e guaritori, arrivando alla fine a una qualche soluzione insperata. Nel film, infatti, ben prima del massaggio, lo vediamo sottoporsi a una complicata terapia vagamente riconducibile all’agopuntura ma in realtà molto più complicata e dolorosa. L’altro attore, Anong Houngheuangsy (nel film si chiama Non) in realtà non è un attore, ma un migrante, originario del Laos, scoperto dal regista, che vive a Bangkok e si nutre di tutta una serie di attività, espedienti che gli vediamo compiere nel corso del film: lavora in un mercato, si occupa di home cooking, e appunto fa il massaggiatore di un certo tipo. Il lungo incontro fisico e alla fine sessuale fra i due uomini, svoltosi tutto rigorosamente in silenzio dà vita anche a un’appendice: un regalo. Il regalo che Kang consegna a Non quando si sono rivestiti, sulla sponda del letto è un carillon con la colonna sonora di Luci della città di Chaplin, ciò che, al di là dell’omaggio al Maestro del muto, conferisce al film una splendida proprio perché laconica e muta valenza melodrammatica, che infatti proprio come un melodramma finisce: Kang riverso sul letto con gli occhi leggermente umidi (su cui si specchia la macchina da presa) e Nan, per le strade di Bangkok di nuovo con il carillon in mano, a rimpiangere in qualche misura l’incontro conclusosi da poco. Questo Days – nel suo genere: film analitico – è da considerarsi un capolavoro.

In sala dal 14 ottobre

Days – Regia: Tsai Ming-Liang; fotografia: Chang Jhong Yuan; montaggio: Chang Jhong Yuan; interpreti: Lee Kang-sheng (Kang), Anong Houngheuangsy (Non); produzione: Home Green Films, Taipei origine: Taiwan 2020; durata: 127’; distribuzione: Double Line

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