A Different Man di Aaron Schimberg (Festival di Berlino – Concorso) – Orso d’argento per la Miglior Interpretazione – Protagonista

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Si può dire che tutto il Novecento sia stato attraversato in maniera costante e, se si vuole, ossessiva, dalla questione di cosa sia in fondo l’identità. Inutile citare i grandissimi esempi letterari, basta appena richiamarli alla mente. E si può anche aggiungere che il cinema, tutto il cinema da sempre, sin dalle sue origini, si è evoluto provando a sperimentare di continuo nuovi possibili modi per esprimere in immagini questo articolatissimo tema. Anzi, si potrebbe dire che è il suo plot interiore per eccellenza. Qui l’elenco di film sarebbe semplicemente infinito.

A Different Man prosegue questo tentativo, riuscendo ad attualizzare in modo efficace la domanda di fondo. Protagonista è Edward, una persona affetta da patologie che hanno comportato vistose deformazioni al suo volto. Ma forse oggi non è più il tempo di portare sullo schermo storie come quella di Lynch (The Elephant Man, 1980), di Browing (Freaks, 1930) o di Herzog (Auch Zwerge haben klein angefangen, 1970), appena per citarne alcune. Insomma di reclusi, derisi, emarginati se non discriminati. Edward non rientra affatto nei personaggi di questi racconti. Vive in società autonomamente, lavora e prova a convivere con la (sua) realtà. Certo non è per nulla facile, lo sconforto spesso lo assale e la solitudine, con le sue rovine, è sempre dietro l’angolo. Quel suo volto diventa incessantemente più insopportabile però, desidera molto oggettivarlo, espellerlo, e una sera di quelle più nere della mezzanotte arriva (seguito da una equipe medica) a strapparselo di dosso con le sue stesse mani.

Qui ritornano alla memoria anche quelle note pagine nietzscheane, dove si legge che per tutti noi “si diventa ciò che si è” solo se riusciamo a spellarci, uno a uno, tutti gli strati di epidermide di cui siamo fatti. Solo così conosciamo in verità noi stessi. E qui il film prenda una strada che per chi scrive sembra convincere. L’atto supremo, estremo si direbbe, di non ritorno di Edward non risolve le sue inquietudini. Adesso, col volto liberato, può fare i conti con la sua persona in maniera diretta. E infatti i conti non tornano. Se prima tutto era “sotto responsabilità” di quella faccia sfigurata dalla malattia, adesso Edward è solo con se stesso e non trova qualla tanto agognata quadratura del cerchio alla sua emotività. Le ossessioni, invece di assuefarsi, si moltiplicano. Le contraddizioni, i fallimenti, i falsi movimenti della vita ingombrano ancora di più la sua esistenza. È una folla di fantasmi che lo assale. Eppure adesso il confronto allo specchio è puro. Non ci sono più infingimenti, scappatoie, escamotage. La vita gli è di fronte, e si può guardare dritto negli occhi e scoprire di che pasta sono fatte le sue esperienze. “Questa insostenibile leggerezza dell’essere”: da qui non si scappa, più ora che prima.

In tempi di grandi attenzioni (al di là dei risultati concreti), globali quasi, sociopolitiche verso le ancora troppe disuguaglianze che ci attanagliano, questo film mostra una credibile storia aggiornata agli scenari possibili della nostra contemporaneità. Il regista Aaron Schimberg opta per soluzioni stilistiche legate per lo più alla macchina da presa a mano, e a lunghi e profondi primi piani (a volte impiegando lo zoom, un po’ come Kubrick nella magistrale lezione in Barry Lyndon). A volte le non poche citazioni da altri film appesantiscono un po’ la visione, che riceve però un ampio respiro dalle bellissime musiche. Insomma, da vedere.


A Different ManRegia: Aaron Schimberg; Sceneggiatura: Aaron Schimberg; Fotografia: Wyatt Garfield; Montaggio: Taylor Levy; Musica: Umberto Smerilli; Sound Design: Neil Benezra; Sound: David Forshee; Production Design: Anna Kathleen; Costumes: Stacey Berman; Make-Up: Sarah Graalman; Casting: Maribeth Fox; Produttori: Christine Vachon, Vanessa McDonnell, Gabriel Mayers; Produttori esecutivi: Sebastian Stan, Aaron Schimberg; Co-produttori: Pamela Koffler; Interpreti: Sebastian Stan (Edward); Renate Reinsve (Ingrid); Adam Pearson (Oswald); Produzione: A24; Origine: Usa, 2024; Durata: 112 minuti.

 

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