Anna di Marco Amenta (Notti veneziane)

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“Anna come sono tante – Anna permalosa – Anna bello sguardo – Sguardo che ogni giorno perde qualcosa – Se chiude gli occhi lei lo sa – Stella di periferia – Anna con le amiche – Anna che vorrebbe andar via”. Nel voler scrivere di questo ultimo film di Marco Amenta, presentato alle Notti veneziane, si potrebbe partire da molto lontano. Quante Anna ci sono rimaste impresse nelle pupille degli occhi, incollate agli schermi di modo che si trasfigurano continuamente nelle altre figure femminili che vediamo, vedremo in un tempo infinito dell’esperienza vissuta, inteso come durata (Bergson), e non come quella quarta dimensione relativa del nostro reale (Einstein). Da Anna di Lattuada a quella di Besson passando per Anna di Grifi e Sarchielli (per non parlare poi di tutte le trasposizioni in pellicola dedicate ad Anna Karenina di Tolstoj: se ne contano diverse e numerose, dal 1911 al 2012).

E si potrebbe continuare, sempre a partire dal passato, se si prende in considerazione perfino un altro aspetto, anch’esso costitutivo (anzi si potrebbe dire fondativo) del film: la Sardegna. Sì, perché la storia di Anna raccontata da Amenta è ambientata in quella stupenda e unica terra che abbiamo incominciato a “vedere” grazie ai primissimi documentari, di fine anni ’50, di Vittorio De Seta (lettore attento delle ricerche etno-antropologiche di Franco Cagnetta, iniziate già nei primi anni ’50 e svolte in particolare nei territori rurali intorno a Orgosolo). Subito dopo le prime scene, Anna e la Sardegna diventano le due protagoniste assolute di tutto il film (recitato per lo più in sardo) e ciò non può non coinvolgere lo spettatore in un continuo amarcord, una sorta di “Ritorno al futuro”, delle “cose (mai) viste”. Ma venendo a immagini a noi più prossime, come in qualche modo non rimembrare anche quelle di Salvatore Mereu (da Assandira, 2020, più di altre).

Rose Aste

Anna, nata e cresciuta nelle campagne oristanesi, ci ritorna dopo una stagione ormai definitamente chiusa della sua vita trascorsa a Milano. Torna nella casa familiare e riprende la fatica del padre: pastore di capre. Da un altro bel film, non troppo in là nel tempo andato, ovvero Volver di Almodóvar, abbiamo visto ancora una volta quanto tornare è sempre una scommessa, un ritrovarsi in bilico tra ciò che è stato come lo ricordiamo e ciò che è come effettivamente oggi lo esperiamo. E, come ci ricorda sempre Mamet, “Le cose cambiano”, e la nostra passione diviene “L’amore molesto” (Martone). Cioè quel legame cosmologico che oscilla tra amore e odio: insomma ciò che muove tutto ciò che siamo e che ancora dobbiamo diventare. E così prende forma quella che si potrebbe dire l’espiazione di Anna. Quella terra, lavorata e curata dal padre per più di cinquant’anni, quei profumi come quei colori, quel vento che si trasforma in brezza marina, quello scenario dove l’epico scontro tra eros e thanatos veste le caratteristiche proprie di quella natura circoscritta: tutto ciò le sta per essere portato via da una multinazionale francese giunta lì per costruire un resort di lusso. Un po’ forse come Antigone, Anna deve vedersela con la collettività del paese che accoglie a braccia aperte i forestieri, con chi sa ma non intende esporsi, con se stessa. Ed è qui che le cose si complicano dove sangue e appartenenza non fanno più comunità, anzi quasi si ritiene che non ci sia più nulla da mettere in comune. Emerge l’intolleranza, anche involontaria, che porta alla messa a bando di chi si trova in minoranza, addirittura sola come Anna. Quest’è l’esperienza che in terra natia vive la protagonista. E, come se fosse una novità, si rinnova l’ancestrale innesto tra natura e cultura che qui assume i sapori di un contrasto anche di generazioni che Anna saprà trasformare invece in felice linea di continuità perché rivendica il riconoscimento delle radici. Epicentro sentimentale di tutta la vicenda è infatti un ulivo antico (Il posto delle fragole?) che la salvò, lei ancora in fasce, facendole da casa per un tempo lungo mentre la madre, che la teneva stretta al petto, perse la vita per un infarto. Solo a sera il padre, ritornando col gregge, si può rendere conto dell’accaduto e guardare avanti crescendo la figlia senza la madre. C’è poco da dire e da fare come da aggiungere. Lì dove l’identità sta bene con se stessa, allora non si può stare altrove. L’andare via non può che tradursi in un ritornare. E così scoprirsi se stessi diventa in verità uno scoprirsi di nuovo senza lasciarsi più. Il film, della durata di due ore (non poche), procede un po’ troppo schiacciato sulla prima parte della vicenda e a volte si perde in un narrativo forse eccessivamente verboso e prevedibile. Il bandolo della matassa si scioglie così all’improvviso e il “finale di partita” appare già anticipato.

Molto credibile la recitazione di Rose Aste nella parte della protagonista, soprattutto nelle belle scene di felice riconciliazione con la sua terra. Fa piacere rivedere sullo schermo Marco Zucca (Ruggero), che avevamo già conosciuto e apprezzato nei film di Mereu, qui nel ruolo di un avvocato che è per lo più l’unica figura che crede sin da subito ciecamente in Anna (ma alla fine non resterà il solo).


Anna – Regia: Marco Amenta; Sceneggiatura: Anna Mittone, Niccolò Stazzi, Marco Amenta, con la collaborazione di Tania Pedroni; Fotografia: Giovanni Lorusso; Montaggio: Aline Hervè; Musica: Giulia Mazzoni, Julia Liros; Scenografia: Maria Teresa Padula; Costumi: Salvatore Aresu; Interpreti: Rose Aste (Anna), Daniele Monachella, (avvocato Rossini), Marco Zucca (Ruggero); Produttrice: Simonetta Amenta; Produzione: Eurofilm, con Rai Cinema; Co-produzioni: Mact Productions con il contributo di MiC – DGCA, Media Europa Creativa, Eurimages, Regione Sardegna, Sardegna Film Commission, Région Île-de-France in associazione con Videa Next Station, Inthelfilm; Origine: Italia, Francia, 2023; Durata: 119 minuti.

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