Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): Bucking Fastard di Werner Herzog (Concorso)

Bucking Fastard. Voto ***(*). Dopo il Leone d’oro alla carriera, Werner Herzog torna a Venezia con una (semi)commedia erratica e indecifrabile che secondo il regista chiude una trilogia formata dai suoi titoli più acclamati, Fitzcarraldo e Grizzly Man.

“Tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna almeno una volta nella vita”. Questa frase, pronunciata nel film, potrebbe essere benissimo una massima di vita dello stesso Werner Herzog, che alla vigilia dei suoi ottantaquattro anni, con un Leone d’oro alla carriera ricevuto l’anno scorso, non ha ancora smesso di scavare nei territori più estremi dell’esperienza umana.

Nel discorso di ringraziamento alla Biennale ha scritto di essersi sempre considerato “un buon soldato del cinema” e di non essersi affatto ritirato e in effetti Bucking Fastard, come ha dichiarato lui stesso a “Deadline”, è un film che “completa un cerchio, un trittico operistico” insieme ai suoi precedenti Fitzcarraldo (1982) e Grizzly Man, due opere che da sole raccontano l’ostinazione fisica e la fascinazione per la natura non addomesticabile che innervano tutto il suo cinema.

Non stupisce che il film segni il suo ritorno alla fiction dopo sette anni, da quel poco visto Family Romance, LLC (2019) sulla realtà delle agenzie che affittano persone per impersonare familiari o amici – una storia ambientata in Giappone che poi è stata in qualche modo di ricucinata di recente da Hikari in Rental Family – Nelle vite degli altri. Questo intervallo è stato colmato da  documentari tra cui l’ultimo suo lavoro, Ghost Elephants, presentato fuori concorso proprio a Venezia lo scorso anno e il notevole The Fire Within del 2022.

A conferma della sua intransigenza, il regista monacense ha rifiutato l’invito ufficiale a Cannes 2026 dopo aver appreso dal direttore artistico Thierry Fremaux di non essere ritenuto “meritevole” del Concorso: pur di non accontentarsi di una proiezione fuori gara, ha preferito ritirare il film e portarlo a Venezia, dove compete per il Leone d’Oro, un gesto che ricorda da vicino quello di Jim Jarmusch un anno prima con Father Mother Sister Brother, respinto da Cannes e poi trionfante proprio al Lido.

Bucking Fastard è ispirato alla storia vera di Freda e Greta Chaplin, gemelle inglesi diventate un caso mediatico negli anni ’80 dopo che un uomo di cui erano entrambe innamorate ottenne contro di loro un’ordinanza restrittiva. Nel film – ci troviamo però in Irlanda – sono diventate la coppia di sorelle Jean e Joan Holbrooke (Rooney e Kate Mara, sorelle anche nella vita reale), che parlano all’unisono, condividono gli stessi sogni, arrivano persino a commettere lo stesso lapsus verbale in tribunale, da cui il titolo del film che storpia la nota espressione Fucking Bastard.

Bucking Fastard
Kate e Rooney Mara

Sono alla ricerca di una terra immaginaria dove l’amore vero sia possibile, le ragazze iniziano a scavare un tunnel attraverso un’intera catena montuosa per raggiungere, chissà come mai ,le isole Orcadi.

Fin dalle prime scene, le due sorelle sembrano provenire da un altrove che il mondo circostante non sa come nominare. È qui che il film si avvicina inizialmente a Povere Creature di Yorgos Lanthimos: come Bella Baxter, anche Jean e Joan sembrano esistere secondo una logica che precede la morale sociale, e proprio per questo diventano oggetto di un’ossessione maschile che qui non sfocia mai nella violenza esplicita, complice un tono ancora più marcatamente favolistico. L’ossessione inizialmente però è soprattutto quella delle sorelle per Gareth Mulroney (Orlando Bloom): è lui, nella vicenda reale come nel film, l’uomo per cui viene chiesta l’ordinanza restrittiva, e che porterà al pellegrinaggio di Jean e Joan.

Ed è proprio di viaggio, di un road movie che bisogna parlare, perché Bucking Fastard è costruito come una sequenza di tappe e di personaggi che, di volta in volta, ospitano, aiutano o sfruttano Jean e Joan nel loro spostarsi da un luogo all’altro. È una struttura che ricorda l’Odissea, ma depurata da qualsiasi ambizione mitica. Ci sono solo incontri umani, imperfetti, alcuni generosi e altri ambigui, in cui le due sorelle restano sempre estranee rispetto al mondo che attraversano.

In una delle tappe, le protagoniste si oppongono all’abbattimento sistematico delle volpi della zona, giudicate pericolose in quanto portatrici del virus della rabbia, e ne salvano una, che chiamano Cupido. Viene in mente la volpe di Antichrist di Lars von Trier e la sua celebre battuta sul caos che regna, immagine di una natura amorale in cui nascita e morte si alternano senza disegno.

Herzog sembra in Bucking Fastard rinnegare se stesso, proprio lui che in Grizzly Man affermava che “il comune denominatore dell’universo non è l’armonia, ma il caos, l’ostilità e l’omicidio” lascia che le sue protagoniste intervengano comunque a salvare una vita, come se l’uomo, a differenza degli animali, restasse pur sempre un essere morale.

Più che un’ingenuità, sembra un atto di resistenza, e insieme una critica sottile alla “stupidità” di certe regole imposte dall’alto, che però forse anche le due protagoniste fuori le righe non possono evitare fino in fondo.

Bucking Fastard è esattamente così, caotico, sregolato, a tratti raffazzonato, quasi uno scherzo, come se Werner Herzog stesso si divertisse a scavare il proprio tunnel con mezzi inadeguati senza sapere bene cosa lo aspetti dall’altra parte della montagna, ma con la stessa ostinazione di sempre.


Bucking Fastard Regia e sceneggiatura: Werner Herzog;  fotografia: Peter Zeitlinger; montaggio: Marco Capalbo; musica: Ernst Reijseger; scenografia: Derek Wallace; interpreti: Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson; produzione: Providence Road Entertainment (Clara Wu Tsai), Gateway to Orkney (Werner Herzog, Ariel Leon Isacovitch, Clara Wu Tsai, Agnes Chu); origine: Irlanda/ Usa, 2026; durata: 109 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *