Coward. Voto *** Alla terza partecipazione consecutiva, quattro anni l’uno dall’altro, al Festival di Cannes dopo Girl (Caméra d’or, 2018) e Close (Grand Prix Speciale della Giuria, 202 2), il belga Lukas Dhont ha vinto questa volta – non c’è 2 senza 3 – il Premio dell’interpretazione maschile per la performance dei due protagonisti, Emmanuel Macchia e Valentin Campagne. Un film spiazzante e di ambiziosa produzione, per narrare, tra passione e morte, durante la I° Guerra mondiale, una storia d’amore impossibile in tempi di pace dell’epoca.
Confesso che sono uscito spiazzato (ma anche a tratti ammirato) da Coward, la terza opera del bravo regista belga Lukas Dhont, una pellicola che in ogni caso non lascia indifferenti – in modo positivo ma anche negativo. Comincia – faccio i primi esempi che mi passano per la testa – come un film sull’orrore delle trincee e della Prima guerra mondiale tipo classici alla Niente di nuovo sul fronte Occidentale di Lewis Milestone (con il suo recente e fortunato remake di Edwar Berger) o a Orizzonti di Gloria di Stanley Kubrick, e finisce in una travolgente, inconsueta storia d’amore gay alla Estranei (All of us strangers) di Andrew Haigh (ma l’esempio potrebbe non essere calzante).
1916 all’apice della I° Guerra mondiale. Nelle retrovie del fronte conosciamo una recluta belga, Pierre (interpretato dall’esordiente Emmanuel Macchia), un giovane, aitante contadino deciso a mettersi alla prima vera prova della sua vita, sul campo di battaglia. Prima l’addestramento poi la pericolosa vita di trincea gli impongono di confrontarsi con i compagni di guerra e con le proprie paure, tra slanci di coraggio e momenti di terrore – in ogni caso, presto la cruda, spietata realtà del Fronte mette in forse le sue iniziali ingenue convinzioni ed entusiasmi bellici.
Il punto di svolta è quando impara, piano piano, a conoscere, il magnetico personaggio artistoide di Francis (Valentin Campagne), il figlio di un sarto, esile e mingherlino ma genialmente vulcanico, che è a capo di una compagnia teatrale chiamata “La Bande des Rebuts”.
Il gruppo composto da membri ai margini della guerra a causa di ferite o non-idoneità intrattiene le truppe mettendo in scena delle rappresentazioni con qualsiasi risorsa a disposizione, degli spettacoli di varietà en travesti molto osé, forse anche troppo per l’epoca e l’ambiente militare (ma sembra che Dhont si sia adeguatamente documentato a riguardo). Sono una piccola oasi di intrattenimento per le truppe nei momenti di pausa dai combattimenti, che infondono ilarità e distensione nel caos distruttivo della vita quotidiana nel pieno di una guerra feroce.
In ogni caso, la partecipazione alle performance e soprattutto la frequentazione sempre più stretta con Francis, apre a Pierre le porte, assolutamente nuove, di un universo che fino a quel momento non conosceva, lontano dai pericoli quotidiani delle trincee da cui scappa volontariamente. Coward , il titolo del film, quindi un codardo? Forse sì, anzi no, comunque sinceramente scosso da dei sentimenti profondi e quasi incontrollabili, nel mezzo delle fiamme distruttive delle brutalità della guerra combattuta.
Il ragazzo comincia, così, a provare amore e un’attrazione erotica sempre maggiore mano mano che la frequentazione con il commilitone diventa sempre più intima e coinvolgente dal punto di vista emotivo soprattutto per chi come lui non aveva mai provato l’esperienza di una “cotta”. Sino al punto di…e qui ci fermiamo.
Con questo suo terzo lungometraggio, Coward, Lukas Dhont firma un’opera di grande potenza emotiva, chiudendo idealmente una trilogia dedicata alla fragilità dell’identità e del corpo maschile già iniziata con i suoi due film precedenti, Girl e Close, intitolati, come questo, da una sola parola chiave.

Immerso nell’inferno bellico tra fango, sangue e distruzione, Coward segue dunque il tormentato percorso del protagonista Pierre e il suo incontro con il carismatico deuteragonista Francis nelle zone franche create dagli spettacolini suddetti. Essendo questo l’autentico centro del film, Dhont decide, in modo conseguente, di non concentrarsi sulle dinamiche visive e spettacolari delle battaglie, focalizzando l’occhio della sua mdp, invece, sullo strazio della carne, sui dettagli dei volti, sulla sofferenza dei feriti ma anche sulla straordinaria forza catartica dell’arte quale via di fuga e di resistenza alla brutalità del mondo.
Così la narrazione in Coward crea ul piano visivo – ottima la fotografia di Frank van den Eeden – un contrasto fra il buio opprimente e claustrofobico delle trincee e della guerra e il luminoso chiarore degli spettacoli sugli improvvisati palcoscenici – una forma simbolica molto efficace per far collidere e convivere la vitalità disperata della giovinezza e la costante onnipresenza della morte.
Il titolo stesso del film, Coward appunto, si interroga e interroga lo spettatore che senso abbia la parola all’interno di un sistema bellico che esige ferocia e totale annullamento della personalità, dimostrando come la vera forma di coraggio risieda, invece, nell’affermare la propria umanità e i propri sentimenti in un contesto progettato per distruggerli.
A sorreggere l’architettura melodrammatica del film – per altro inanellato da alcune forti e prolungate scene erotiche – sono soprattutto le convincenti, simbiotiche interpretazioni dei due protagonisti che hanno valso ad entrambi la Palma cannense per la Migliore interpretazione maschile. Quello che in Coward , invece, convince di meno (come è avvenuto per il sottoscritto), è la parte conclusiva e l’epilogo a guerra finita del film che, dopo aver tratteggiato una vicenda dura e spigolosa, si chiude in una chiave e in una forma quasi idealizzante e un po’ “buonista”.
Tuttavia, anche se alla fine si può restare perplessi – come dicevo all’inizio – Coward rimane, comunque, per larghi tratti, un notevole affresco antimilitarista, un’opera a tratti lirica e struggente che probabilmente cresce a posteriori, il giorno dopo, nella memoria e che quindi sentiamo di consigliare. La valutazione iniziale quindi potrebbe anche aumentare di mezza stella in più… (per quello che valgono questi giudizi sintetici). Uscirà con e su Mubi.
Coward – Regia: Lukas Dhont; sceneggiatura: Lukas Dhont, Angelo Tijssens; fotografia: Frank van den Eeden; montaggio: Alain Dessauvage; effetti speciali: Stefan Rycken; musica: Valentin Hadjadj; scenografia: Eve Martin; interpreti: Emmanuel Macchia, Valentin Campagne, Jonas Wertz, Boris Bouchat, Mathieu Carpentier, Anaëlle Fournier, Mistral Guidotti, Jef Jacobs, Emil Krastev, Tijmen Van Damme, Orlando Vauthier, Tuur Verelst, Willem De Schryver; produzione: Michiel Dhont per The Reunion, Lumen, Topkapi Films, Versus Productions, France 2 Cinéma, Ciné+ OCS, VTM, RTBF, Proximus, BeTV, Orange; origine: Belgio/Francia/ Olanda, 2026; durata: 120 minuti; distribuzione: Mubi.
