Distribuito da Movies Inspired, arriva nelle sale il pregevole film DJ Ahmet che aveva ottenuto al Sundance il Premio del Pubblico. Strano, in realtà, perché il film non è esattamente un film di facile “consumo” con tempi lenti, ripetizioni, escursioni nel fantastico e altro. Alla produzione partecipano tre Stati della ex-Jugoslavia (Croazia, Serbia e Macedonia del Nord) oltre alla Repubblica Ceca. La distribuzione internazionale è a cura della potente Films Boutique di origine berlinese, che raramente ne sbaglia una. Quanto al regista, si tratta di Georgi M. Unkovski (origine macedone ma nato a NYC), al suo primo lungometraggio
La storia non è di quelle originalissime – un matrimonio combinato per la protagonista femminile Aya (Dora Akan Zlatanova), un padre padrone per il protagonista maschile Ahmet (Arif Jakup) -ma ciò che la rende originale e, a suo modo, godibile è da un lato il setting, il paesaggio montano e primordiale nella Macedonia del Nord e dall’altro la capacità piuttosto virtuosistica di muovere la macchina da presa, di alternare piani lunghissimi, a primi o primissimi piani, a giocare sul fuoco e il fuori fuoco e l’abilità di tenere in bilico il racconto fra estremo e brutale realismo e incursioni leggere nel grottesco, quando non – come si diceva – nel fantastico, con tanto di finale che a me (ma, a quanto vedo, non solo a me) ha ricordato il celeberrimo, consolatorio finale del Laureato.
Dunque: Ahmet viene brutalmente prelevato da scuola dal padre, perché deve badare alle pecore (in realtà non si capisce perché, non mi pare che il padre abbia molto altro da fare, vabbè forse mi sbaglio, a me è sembrato proprio un atto di sadismo fine a sé stesso), in famiglia c’è anche il fratellino di Ahmet, un ragazzino che si è chiuso nel mutismo (ma il padre pensa che abbia bisogno di un guaritore…) ed è certamente la figura più dolce di tutto il film. Con tutta evidenza ciascuno dei tre maschi a modo proprio è traumatizzato dall’evento che ha sconvolto la famiglia, la morte della moglie/madre (ma la madre morta c’è lo stesso in un paio di scene in campo lunghissimo, insieme ad altre donne, qualcosa a metà fra le streghe del Macbeth e un coro greco).

In parallelo assistiamo all’altra storia: un matrimonio combinato in un mondo violento e primordiale a cui la protagonista vorrebbe ma non ha la forza di sottrarsi, malgrado sia attratta dalla musica, dal ballo (la danza in una fiera di paese è agli occhi del fidanzato quasi pornografica), sia affascinata da un mondo totalmente altro, ciò che le permette di incontrare Ahmet che, a sua volta, esegue musica attraverso il cellulare e rudimentali impianti di amplificazione, anche avvalendosi – quasi un sacrilegio! – del megafono del minareto, sottraendolo al muezzin, una figura a suo modo comica.
La corrispondenza di amorosi sensi deve scontrarsi con il mondo patriarcale, retrivo e irredimibile della famiglia di lei, mentre invece il padre padrone di lui sul finire dimostra una sorprendente empatia e si redime. A suggellare la redenzione c’è la plongée finale con una pecora rosa, che si era vista staccarsi dalle altre (un’allegoria abbastanza trasparente circa le dinamiche di esclusione/fuga del diverso). Il suo ritorno nel gregge sta a testimoniare il potere incoercibile del sogno e della fantasia. Potenza dell’amore, potenza della musica che lascia intravedere un mondo dove i sentimenti hanno il sopravvento rispetto alla coercizione e la tradizione; del resto ai tempi di internet e di Spotify si fa fatica ad arginare la modernità.
In sala dal 23 ottobre 2025.
DJ Ahmet – Regia e sceneggiatura: Georgi M.Unkowski; fotografia: Naum Doksevski; montaggio: Michal Reich; interpreti: Dora Akan Zlatanova, Arif Jakup, Agush Agushev, Aksel Mehmet; produzione: Cinema Futura, Alter Vision, Backroom Production, 365 Films, Analog Vision, Film Haus Bas Celik, Sektor Film; origine: Macedonia del Nord/ Croazia/ Serbia/ Repubblica Ceca, 2025; durata: 99 minuti; distribuzione: Movie Inspired
