Festa del cinema di Roma (15-26 ottobre 2025): Holding Liat di Brandon Kramer (Special Screenings)

Presentato all’ultimo Festival di Berlino dove ha vinto l’Orso per il miglior documentario, raggiunge ora meritoriamente gli schermi della Festa del cinema di Roma, Holding Liat di Brandon Kramer con il nobile imprinting di Darren Aronofsky che co-produce; con l’auspicio che riesca a trovare una distribuzione anche italiana, dopo averla comprensibilmente guadagnata a settembre nel Regno Unito.
Potrebbe essere proposto in double bill con La voce di Hind Rajab, di cui costituisce una sorta di doppio speculare. Infatti, se il film che ha entusiasmato la Mostra di Venezia (essendo a parere di molti il vincitore morale della 82^ edizione), ha narrato una delle vicende più paradigmaticamente strazianti dello sterminio di massa del popolo palestinese per mano dell’esercito israeliano incapace di fermare la sua furia omicida persino di fronte a una bambina, Holding Liat racconta un caso per molti versi uguale e contrario di una vittima della cieca violenza del 7 ottobre. Si tratta di Liat Beinin Atzili, una donna israelo-americana rapita nel suo kibbutz insieme al marito e a centinaia di altre persone, una delle 12 persone con cittadinanza statunitense tra i 250 ostaggi di Hamas. Analoga è poi la cifra stilistica dei due film: se La voce di Hind Rajab adotta i canoni del film di finzione pur ricalcando fedelmente una storia tragicamente avvenuta; Holding Liat è invece un documentario che riesce tuttavia a conservare tutti i crismi della più classica delle narrazioni cinematografiche, grazie all’esemplarità di una storia pregna di una intrinseca forza icastica che insieme scandalizza e commuove.
Lo si deve a un dato biografico decisivo: il regista Brandon Kramer (e suo fratello Lance, che del film è lo sceneggiatore) sono legati da un rapporto di parentela alla famiglia di Liat: dopo il 7 ottobre i due cineasti hanno preso la cinepresa e hanno iniziato a pedinare la famiglia Beinin nelle angosciose giornate che ne sono seguite, riuscendo però a tenersi a una giusta distanza capace di conservare il nitore di un racconto tanto rigoroso quanto ovviamente empatico. Il resto le fa la qualità umana di una famiglia bellissima, che pur reagendo nei modi più diversi di fronte alla tragedia del rapimento di un suo membro, riesce a mantenere la medesima dignitosa compostezza. Su tutti si staglia la gigantesca la figura del padre della rapita, Yehuda, laico e socialista (sulla carrozzeria della sua automobile spicca il logo di Bernie Sandres); che pur patendo le pene di un dolore mai dissimulato non deroga mai dalle proprie convinzioni politiche ed etiche, soprattutto quando ha l’impressione che il suo caso corra il rischio di essere strumentalizzato dai fondamentalisti messianici. Dall’altro lato della polarizzazione emotiva si trova suo nipote Netta, che difronte al rapimento di madre e padre non riesce a reprimere un moto di rabbia inconciliabile verso i loro rapitori, sino al punto di pronunciare implacabili parole di vendetta. Nel mezzo ci sono gli altri familiari di questa famiglia colta e progressista (come da tradizione dei primi sionisti dei Kibbutz) che, pur nella temperie di una tragedia insieme storica e familiare, rendono plasticamente il concetto di confronto realmente dialettico. A fornire ulteriore alimento a questa vicenda “realmente accaduta” è la circostanza che vede la famiglia Beinin (che come detto è per metà israeliana e per metà statunitense) partire in missione a Washington D.C. per sensibilizzare l’opinione pubblica americana, dove appare ancora più plasticamente evidente tutta la distanza che separa l’umanità dei “pesciolini da frittura della storia” (come li definiscono i teorici del Nouvelle Histoire, Marc Bloch e Lucien Febvre) dalla falsa coscienza delle ideologie.
Holding Liat, insomma, come un cruento work in progress in perenne bilico tra cronaca e storia, testimonianza e racconto, cinema e politica, è un film realmente indispensabile; nella misura in cui seguita ad arricchirsi di nuovi significati nel gioco di riflessi con la cronaca che ci offre ogni giorno quotidiani, tragici, spunti. Si pensi anche solo alla questione degli ostaggi che hanno avuto un ruolo fondamentale nel Piano di Pace presentato il 13 ottobre a Sharm el-Sheikh da Donald Trump, ma i cui sviluppi al momento in cui scriviamo questo pezzo sono di là da conoscere un esito davvero pacifico.

Una storia che dona primazia al cinema che qui si eleva sopra il dibattito indecente di certi convegni, alla faziosità meschina di opinionisti mascherati da tifosi, alla spregiudicatezza di supposti statisti ridotti a spietati businessmen. Costringendo lo spettatore a mettersi continuamente nel punto di vista dell’altro, il film Brandon Kramer fa esattamente ciò che il racconto mediatico non fa: rifugge dalle faziosità da ultrà fornendo il proprio utile contributo al confronto dialettico e una possibile soluzione davvero pacifica. Non solo come gesto politico, ma usando gli strumenti del linguaggio cinematografico del documentario. Insinuandosi discretamente dentro le dinamiche interpersonali di questa famiglia particolare, in cui si specchiano le ansie geopolitiche del mondo intero, le cineprese di Kramer non fungono solo da testimoni di questa pagina di Storia, ma diventano stimolo e scaturigine di una drammaturgia di vita che ci riguarda, tragicamente, tutti quanti.


Holding LiatRegia: Brandon Kramer; sceneggiatura: Brandon e Lance Kramer; interpreti: Yehuda Beinin, Chaya Beinin, Tal Beinin, Liat Beinin Atzili, Aviv Atzili, Netta Atzili, Joel Beinin, Ofri Atzili, Aya Atzili; fotografia: Yoni Brook; montaggio: Jeff Gilbert; musiche: Jordan Dykstra; produzione: Protozoa, Meridian Hill Pictures, Kartemquin; origine: Usa, 2025; durata: 97 minuti.

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