Con Kenny Dalglish, Asif Kapadia torna a raccontare la vita di un’icona sportiva come fosse una parabola collettiva, intrecciando l’ascesa personale di un uomo con la storia di una città e della sua classe sociale. Il documentario è un ritratto lucido e profondamente umano del leggendario calciatore e allenatore scozzese, capace di restituire al pubblico non solo la figura dell’atleta, ma anche quella dell’uomo nato e cresciuto nel cuore della Scozia operaia, simbolo di un’epoca segnata da precarietà, orgoglio e solidarietà popolare.
Fin dalle prime sequenze, Kapadia mette in chiaro che il suo film non vuole celebrare un eroe sportivo nel senso tradizionale, ma esplorare il contesto da cui quella grandezza è germogliata. Il giovane Kenny, cresciuto nei sobborghi di Glasgow, appare come il prodotto di un mondo proletario fatto di fabbriche, pub, minatori e football di strada. È un ambiente duro, spesso segnato dalla disoccupazione, dal malcontento politico e da una cultura dell’alcol che funge sia da rifugio sia da veleno collettivo. Il film non giudica, ma osserva: mostra come il calcio, in quel contesto, rappresentasse l’unico spazio di libertà e di riscatto, una via d’uscita per intere generazioni di ragazzi cresciuti in mezzo al cemento e al rumore delle officine.
Kapadia costruisce questa dimensione sociale con la sua solita maestria visiva. Attraverso materiali d’archivio in bianco e nero, immagini di strade industriali e stadi gremiti di tifosi, compone un ritratto coerente e omogeneo di una Gran Bretagna spaccata, attraversata dagli anni del thatcherismo, delle rivendicazioni operaie e delle tensioni urbane. In questo scenario, Dalglish emerge come una figura atipica: un campione che non si stacca mai dalle proprie radici popolari, che rimane vicino ai tifosi e che, nei momenti più drammatici — come dopo le tragedie di Heysel e Hillsborough — sceglie la compassione e la solidarietà invece della distanza istituzionale.
Il film è coerente e omogeneo anche nel tono: il regista mantiene sempre una narrazione misurata e rispettosa, priva di eccessi retorici. L’alcool e il disagio sociale non sono esibiti come scandali, ma come elementi strutturali di un mondo, di un’identità collettiva. Laddove altri registi avrebbero trasformato quei dettagli in elementi di dramma, Kapadia li inserisce nel tessuto del racconto con naturalezza, facendone parte del paesaggio umano.
L’uniformità del linguaggio visivo — alternanza costante di archivio, interviste e voci fuori campo — riflette anche la coerenza morale di Dalglish stesso: un uomo che attraversa la gloria sportiva senza dimenticare le proprie origini, e che vive il successo come un’estensione della sua appartenenza alla working class.
In questo senso, Kenny Dalglish è molto più di un lavoro biografico: è un ritratto politico e sociale, un affresco sulla dignità della classe operaia britannica, sul modo in cui il calcio diventa specchio di un popolo, antidoto alla disperazione, ma anche sintomo delle sue fragilità.
Se il film può sembrare lento o contemplativo a chi cerca l’epica sportiva, è proprio questa lentezza a dargli forza: la narrazione procede con passo regolare, quasi sommesso, come la voce di un uomo che ha visto troppo per cercare il clamore.
Alla fine, ciò che resta non è solo la storia di un campione, ma quella di un mondo intero — un mondo che il calcio ha fatto sognare, ma che non ha mai smesso di convivere con povertà, disillusione e bottiglie di birra lasciate sui gradini dei pub chiusi troppo presto.
Un documentario coeso, umano e politicamente consapevole, che trasforma la figura di Kenny Dalglish in un simbolo di resistenza e appartenenza.
Kenny Dalglish – Regia: Asif Kapadia; montaggio: Matteo Bini; musica: Antonio Pinto; interpreti: Kenny Dalglish, Marina Dalglish, Graeme Souness, Alan Hansen, Paul McCartney; produzione: Asif Kapadia, Chris Clark, Ben Mawson per Lafcadia Productions, RedRum Films, TaP23; origine: Gb, 2025; durata: 104 minuti.
