Festa del Cinema di Roma 2025: Stella Gemella di Luca Lucini (Grand Public)

Laura Morante e Margherita Buy

Presentato nella sezione più pop e mainstream della Festa del cinema, Stella gemella è un film decisamente godibile che si presta tuttavia a rappresentare tutti i limiti della commedia cosiddetta all’italiana dei nostri tempi. Vediamo come.

Anzitutto la regìa. Il film è diretto dal milanese Luca Lucini, il quale dopo la palestra dei videoclip ha esordito nel “lungo” col fortunato adattamento cinematografico di Tre metri sopra il cielo, titolo cult che ha imposto la stella di Riccardo Scamarcio e fatto la sua fortuna definendo per sempre la sua cifra stilistica, identificata da un tipo di cinema che descrive l’attualità con buon tempismo ma senza volerne restituire le increspature (se non quelle dichiarate didascalicamente): insomma uno stile levigato e dopotutto innocuo che Lucini adotta in tutta la sua ultraventennale filmografia e che conferma qui, in Stella gemella. Epitome paradigmatica del Lucini’s touch è la scena di sesso tra la protagonista femminile e l’amante afrodiscendente, ripresa sin troppo perfettamente, con patinatura da spot sottolineata da musiche lounge tendenti al melenso, e focus sul dettaglio dei pettorali di lui più che su quelli di lei. 

Passando all’ottimo cast, le luci della ribalta spettano senz’altro ai due protagonisti, attori in tutti i sensi della vicenda che interpretano i quali occupano la scena dal primo all’ultimo frame: Martina Gatti e Matteo Olivetti sono di sicuro due delle più promettenti rising star del panorama nazionale con due debutti importanti (La terra dell’abbastanza lui, Mollami lei) e la tanta e giusta televisione che oggi è expertise irrinunciabile nel cv di ogni attore che si rispetti. Qui calzano a pennello i rispettivi personaggi, soprattutto Martina che possiede una innegabile presenza scenica, enfatizzata dal lungo primissimo piano iniziale con tanto di confessione in camera che le regala il regista. Peccato però che ella non riesca (Martina è brava, e non è la sola tra le sue colleghe\i a indulgere in questo vezzo) più di tanto ad affrancarsi dall’armamentario retorico fatto di birignao, bronci e mossette tipico di una certa umanità di sesso prevalentemente femminile (dato meramente statistico e mai discriminatorio, per carità di Dio! N.d.R.) che bascula tra Ponte Milvio e Testaccio: vedere le impietose caricature che ne trae Pilar Fogliati in Breve storia d’amore per credere.

La sceneggiatura (scritta nientemeno che da un’ammucchiata di autori come usava nel secondo dopoguerra: Davide Lisino, Luca Lucini, Greta Scicchitano, Marta Storti e Ilaria Storti con la collaborazione di Riccardo Cassini) è la cosa migliore del film: più che potabile, briosa, spedita, garrula e gaia (si ride spesso e volentieri); ma pure qui (in questa poetica stop & go, da “vorrei ma non sono sicuro se voglio fino in fondo per davvero, e se pure volessi probabilmente mi mancherebbe la adeguata profondità per farlo”) affardellata da una serie di cliché da manuale Cencelli del politically correct “de noantri”, che uno pure se continua a votare per Rifondazione comunista vorrebbe quasi dare ragione al nostro Presidente del consiglio quando scimmiotta Trump accusando tutto di wokismo. (si scherza N.d.R.)

Questa è infatti una commedia col Tema (rigorosamente colla t maiuscola) che vuole spedire un messaggio magari con raccomandata con ricevuta di ritorno, impegnandosi sì “ma anche no”, come diceva quello. Ovvero: Stella e Achille hanno 30 anni e stanno insieme da quando ne avevano 15, e però patiscono la tipica stanchezza di relazione quasi che ne avessero 50, in ogni caso hanno messo al mondo un figlio di 7 anni e ora lei ne sta per partorire altri 2 in 1 colpo solo; peccato – ecco l’idea, effettivamente originale – che uno dei due abbia la pelle nera. Come è stato possibile? Numeri a parte, si tratta di fecondazione “eteroparentale”, caso rarissimo di cui si contano altri 25 casi in tutto il mondo. In un momento di debolezza la stella del titolo ha consumato un amplesso (quello levigato di cui sopra, che in confronto 9 settimane e ½ è Ecco l’impero dei sensi) con un affascinante chef di origine nigeriana, per poi concedersi poco dopo e poco volentieri al legittimo consorte. Di qui il patatrac: e vai colla sagra della stereotipia, perché siccome la scena è ambientata in una cittadina del pontino, si suppone che il contesto sia gretto e retrivo (per sottolineare tale scarto, il copione decide pure di inserire dei tifosi della S.S. Lazio, che non si sa mai), e proprio non può sopportare le magnifiche sorti e progressive del politicamente corretto che si porta tanto nei locali trasteverini tipo Big Mama; frequentati da un’umanità evoluta socialmente ed etnicamente meticcia che svolge professioni da upper class della gig economy ramo food et alia et similia, e che per parte loro sono pure un po’ razzisti nei confronti dei buzzurri di provincia (così la par condicio è salva).

                                   Martina Gatti

Per fortuna che a combattere questa singolar tenzone di questa contrapposizione cultural-ideologica all’acqua di rose ci sono le cose più preziose di tutta Stella gemella: Laura Morante e Margherita Buy e i personaggi che l’ammucchiata di sceneggiatori già mentovata gli ha scritto addosso: due nonnette vispissime che si combattono a colpi di rispettive nevrosi, dando forse – a parere di chi scrive – il meglio delle loro carriere; come se, dovendo circoscrivere il loro talento istrionico nei limiti di questi due tipi caricaturali, le due mattatrici ne abbiano cavato il massimo (del resto era il sommo Scarpelli a tessere le lodi dello stereotipo, che però poi lui e gli sceneggiatori della sua levatura inzeppavano di vita e di letture).

Insomma un film moderatamente godibile, che ha il suo punto di forza in una sceneggiatura divertente imperniata su tempi comici perfetti; e il suo maggior limite in una certa convenzionalità, che non le impedirà molto probabilmente di incontrare il gradimento del pubblico. Proprio a causa di questa lepida corrività, guascona e ammiccante, piuttosto ben sintonizzata con un certo spirito dei tempi. C’è di meglio, insomma, ma soprattutto di peggio.


Stella gemellaRegia: Luca Lucini; sceneggiatura: Davide Lisino, Luca Lucini, Greta Scicchitano, Marta Storti e Ilaria Storti con la collaborazione di Riccardo Cassini; fotografia: Davide Manca; montaggio: Carlotta Cristiani; musiche: Vittorio Cosma interpreti: Martina Gatti, Matteo Olivetti, Margherita Buy, Laura Morante, Eugenia Costantini, Jimi Durotoje; produzione: Eagle Original Content con Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 109 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

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