Il ritorno a casa è spesso rappresentato come una forma di disallineamento percettivo e mnemonico tra il ricordo di quello che abbiamo lasciato e la realtà che compare davanti ai nostri occhi, incluso il nostro stesso volto riflesso in uno specchio. The Things You Kill, diretto dal turco Alireza Khatami con una coproduzione internazionale che include anche Francia, Polonia e Canada, parte proprio da questa riflessione, utilizzando come chiave di lettura la messa in scena della dimensione onirica e psicotica di un thriller.
Ali (Ekin Koç) è tornato nel suo paese d’origine dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti e ora tiene un facoltativo corso d’inglese in un liceo. Sembra un uomo mite, ragionevole, profondamente attaccato alla madre anziana e malata e in conflitto con un padre egoista e violento. La sua esperienza formativa in America, continuamente menzionata in famiglia come sul luogo di lavoro come monito di una distanza e di un tradimento della propria cultura d’origine, è il sostanzioso fuori campo che gli permette una disamina filologica ed etimologica del termine traduzione davanti ai suoi studenti, e da più punti di vista. Se è vero, come sostiene, che la parola al suo interno include anche il concetto di interpretazione di un testo, abbiamo la cornice concettuale e meta-narrativa attraverso cui decifrare gli avvenimenti che lo riguardano.

La voragine si apre quando la madre muore per una caduta e la conseguente emorragia celebrale; a quel punto per Ali l’anatomia di quel fatto diventa l’ossessione di dimostrare la colpevolezza del padre e di deciderne la sorte, con una condanna emessa ancora prima che il lutto venga processato(“ricordo solo che la trattavi come una serva”). Rinchiudendosi nello spazio quasi metafisico della propria scabra fattoria, viene raggiunto da un uomo, che gli somiglia per aspetto ed età, e con il quale comincia a stabilire un rapporto esclusivo ed escludente, da cui sono tagliate fuori le altre donne della sua vita (la moglie, le sorelle). Non c’è comunque una costruzione programmatica in questo abbandonarsi verso una deriva sempre più autoreferenziale ed isolazionista. Nel lento, implacabile processo di delirio paranoico e mania di controllo la figura di Reza, l’altro uomo, occupa una posizione sempre più centrale, spingendo Ali fino alla manipolazione delle informazioni che ha trafugato sulla morte, forse non accidentale, della madre e incitandolo a compiere un gesto radicale ed empio. Trattandosi di una storia che ha dei risvolti noir e perfino fantastici, non è il caos di proseguire con il racconto; è pero importante dire come Khatami innesti il passaggio da uno stato delle cose all’altro, mantenendo per tutta la durata l’ impostazione di un realismo piano, con dettagli ed elementi, specularmente capovolti oppure selvaggiamente scardinati, che fanno smarrire a chi guarda il senso dell’orientamento e delle identità in campo. Ed è emblematico che questa perdita del sé riguardi il personaggio maschile principale, anche tenendo in considerazione la dedica in apertura del regista alle sue sorelle. Le presenze femminili del film possiedono una chiarezza di visione affettiva ed etica che spesso si scontra con l’atteggiamento ora omissivo e sfuggente, ora rancoroso e vittimista, di Ali, il quale ad un livello neanche troppo inconscio fa proprie e agisce quelle medesime caratteristiche di aggressività e di prepotenza che aveva sempre condannato nel padre.
La scena emersa e verificabile dei labirintici cortocircuiti identitari si materializza dalla repressione degli istinti e delle emozioni e dal senso di colpa che questo giovane uomo ha introiettato e alimentato. Che Reza ne sia più o meno la proiezione sintomatica, necessariamente incarnata vista la densità e la stratificazione in fondo alle quali risiede e prolifera, è una vertigine sul doppio che non viene tanto spiegata , quanto lasciata scorrere lungo i binari della visione, dentro gli interrogativi su uno (s) cambio reso accettabile per lo spettatore solo dalla più totale sospensione del principio d’incredulità. I personaggi che interagiscono con lui sembrano infatti non accorgersi del mutamento in atto; anche se non tratta, attenzione, di una metamorfosi plastica di un corpo nell’altro, come avveniva in Strade perdute, con l’apertura di quei varchi fatti di materia, spazio e tempo tanti cari a David Lynch; e non c’è neanche il sequenziale alternarsi degli interpreti tra una scena e l’altra, alla maniera di Quell’oscuro oggetto del desiderio in cui Luis Buñuel aveva equamente affidato lo stesso ruolo a due attrici differenti, Carol Bouquet e Angela Molina. Ali e Reza condividono nella complicità e nella lotta, riassumibile simbolicamente in un basico confronto tra pulsione e ragione, il perimetro di un luogo, che esiste grazie a uno sguardo a parte, provocato dall’esternazione di un punto di vista intersoggettivo. Nessun’altro li vede mai insieme in mezzo a quel terreno di polvere e aridità, e siamo portati a pensare che il controcampo rappresentato dall’ambiente lavorativo e familiare da un certo momento in poi sia diventato il prolungamento di uno stato psichico alterato; una distorsione impiantata e poi estesa nel flusso degli avvenimenti , tanto da non poter essere identificata e distinta in quanto anomalia del reale. Tornado al senso di traduzione/interpretazione, Ali ne applica i principi, non coscientemente perché dominato dalla montate psicosi, alla sua storia, generandone una versione che però gli sfugge completamene di mano, sovrapponendo allucinazione e lucidità, rimorso e vendetta. Un impianto a tratti artificioso e pesante, che appesantisce e contorce la presupponibile intenzione di partenza, ovvero quella di scavare in profondità dentro il disagio mentale ed emotivo di una generazione marchiata dai colpi duri e segnanti della lunga mano patriarcale.

Ma l’irruzione dell’oscurità e della minaccia tra l’aria rarefatta e sospesa di un’apparente calma piatta riesce a turbare e a mantenere una tensione sottotono, salvo forse nella parte conclusiva che impiega troppo tempo a trovare un’immagine finale; che però quando arriva da un colpo ben assestato ai nervi del protagonista e a quelli dello spettatore, obbligati, l’uno e l’altro, a fare ancora una volta i conti con il confine tra la terra dei vivi e quella dei morti, in un permanente incubo ad occhi aperti. E l’invito di fronte all’orrore della propria coscienza non può essere che uno: spegnere, smorzare, “uccidere” la luce che illumina le sagome dei fantasmi e perverte le vedute dei sogni.
The Things You Kill (Öldürdüğün Şeyler) – Regia e sceneggiatura: Alireza Khatami; fotografia: Bartosz Swiniarski; montaggio: Alireza Khatami, Selda Taskin; interpreti: Ekin Koç, Erkan Kolçak Köstendil, Hazar Ergüçlü,Ercan Kesal, Selen Kurtaran; produzione: Fulgurance, Remora Films, Lava Films, Tell Tall Tale, Band With Pictures, Sineaktif; origine: Turchia /Francia/Polonia/Canada, 2025; durata: 113 minuti.
