Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): I Plant My Hand in the Garden di Hoda Taheri e Boris Hadžija (Giornate degli Autori – Concorso)

I Plant My Hand in the Garden. Voto **(*). Nel Concorso delle Giornate degli Autori, l’opera prima di Hoda Taheri e Boris Hadžija si occupa di narrare le complesse questioni legate alla migrazione, all’identità e alle possibilità di costruire forme di famiglia non convenzionali. Con una strategia filmica di osservazione distante, ma che non sempre riesce a trasformare tale distanza in una scelta formale compiuta.

Con I Plant My Hand in the Garden,  Hoda Taheri e Boris Hadžija arrivano al loro primo lungometraggio dopo una collaborazione nata negli anni degli studi di regia alla German Film and Television Academy di Berlino. Lei, iraniana; lui, originario della Serbia/Montenegro: entrambi vivono nella capitale tedesca e nei lavori di cortometraggio realizzati insieme hanno già attraversato questioni legate alla migrazione, all’identità e alle possibilità di costruire forme di famiglia non convenzionali.

Come recita la sinossi ufficiale, al centro del film ci sono Hoda e Boris, interpretati dagli stessi registi. Lei è una rifugiata iraniana che vive a Berlino ed è incinta; lui è un uomo gay e queer di origine serba. La decisione di sposarsi e di crescere insieme il bambino apre la strada a un progetto di vita che dovrebbe sottrarsi ai modelli familiari più convenzionali. Ma intorno alla coppia si accumulano ostacoli di natura diversa: la burocrazia, le aspettative dei familiari, le rispettive provenienze e tutto ciò che il passato continua a portarsi dietro.

Quello che sembrava un progetto condiviso diventa così in I Plant My Hand in the Garden anche un confronto con i ruoli di genitore e di partner che Hoda e Boris stanno per assumere.

La vicenda prende spunto direttamente dalla vita dei due autori, senza però presentarsi come un’autobiografia in senso stretto. Taheri e Hadžija definiscono il film una fiction modellata sulle proprie esperienze e fanno entrare nella finzione anche le loro famiglie reali: Branka Hadžija e Jahandokht Taheri fanno parte del cast, insieme a Hadi Khanjanpour. La distanza fra ciò che appartiene alla vita e ciò che viene invece costruito per il film rimane quindi volutamente incerta, come se la dimensione privata fosse utilizzata non per documentare una realtà preesistente, ma per sottoporla a una nuova messa in scena.

È proprio sul piano della resa cinematografica che I Plant My Hand in the Garden finisce però per non trasmettere fino in fondo la complessità delle esperienze da cui prende le mosse. Le difficoltà esistenziali dei protagonisti (la condizione migratoria di Hoda, il rapporto di Boris con la propria identità e, soprattutto, il tentativo di immaginare una famiglia al di fuori di categorie già stabilite) rimangono spesso più enunciate che realmente percepite. Il film mette in campo situazioni potenzialmente cariche di tensione, ma fatica a trasformarle in un’esperienza emotiva capace di coinvolgere lo spettatore.

Anche le interpretazioni accentuano questa distanza. Taheri cerca di dare a Hoda una presenza energica, quasi squillante, che porta movimento e colore alle scene; Hadžija costruisce invece Boris attraverso una recitazione estremamente trattenuta. Il suo personaggio appare talvolta come una sorta di giovane Nanni Moretti privato, però, della verve e dell’ironia che renderebbero quell’apparente impassibilità una precisa scelta espressiva. Il contrasto fra i due potrebbe diventare una fonte di tensione all’interno della coppia, ma non sempre riesce a trasformarsi in una dinamica davvero significativa.I Plant My Hand in the Garden

A metà del film, quando i protagonisti si trovano in Germania, arriva anche la sequenza della vaginoscopia. È una scelta che sembra promettere una deviazione, o quantomeno un momento di rottura rispetto a ciò che il film aveva costruito fino a quel punto. Ma l’episodio non determina una vera modificazione del ritmo né produce conseguenze sufficientemente incisive sulla struttura del racconto: rimane perciò una parentesi difficile da integrare nell’andamento complessivo.

La sensazione di distanza viene ulteriormente rafforzata dalle scelte di regia di  I Plant My Hand in the Garden. Le inquadrature larghe vengono spesso mantenute per una durata considerevole, con pochi cambi di campo e una limitata variazione della scala delle immagini. In teoria, una simile impostazione potrebbe lasciare ai personaggi lo spazio necessario per esistere dentro l’inquadratura senza essere guidati troppo esplicitamente dallo sguardo dei registi. Qui, invece, finisce per rendere alcune situazioni statiche senza che quella staticità acquisti una precisa forza espressiva. In altre occasioni sono gli stessi movimenti della macchina da presa a farsi troppo evidenti, come se la presenza della camera venisse improvvisamente riportata in primo piano.

Il risultato è che I Plant My Hand in the Garden sembra cercare una posizione di osservazione distante, ma che non sempre riesce a trasformare questa distanza in una scelta formale compiuta. E così, proprio mentre Hoda e Boris cercano di trovare una maniera personale di stare insieme e di immaginare il proprio futuro, lo spettatore rimane spesso fuori da quel conflitto, più vicino all’osservazione dei personaggi che alla possibilità di comprenderne davvero la loro inquietudine.


I Plant My Hand in the Garden – Regia e sceneggiatura: Hoda Taheri, Boris Hadžija; fotografia: Vytautas Katkus; montaggio: Boris Hadžija; scenografia: Michael Schindlmaier; interpreti: Hoda Taheri, Boris Hadžija, Branka Hadžija, Jahandokht Taheri, Hadi Khanjanpour; produzione: Maximilian Feldkamp, Hoda Taheri, Boris Hadžija, Čarna Vučinić, Ena Bajraktarević per DFFB (Berlino); origine: Germania/Serbia/Stati Uniti, 2025; durata: 83 minuti.

 

 

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