Joie de vivre. Voto: **** Titolo completo: Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del XX secolo che non esiste più.
Non è un semplice documentario su Bernardo Bertolucci, Joie de vivre è piuttosto un viaggio nella memoria di un’idea di cinema che sembra appartenere a un’altra epoca, quella in cui la cinefilia poteva diventare una forma di amicizia. Luca Guadagnino parte dal proprio rapporto con Bertolucci per costruire un’opera personale, che dall’omaggio a un maestro si allarga a una riflessione sul cinema del Novecento e su ciò che ha rappresentato per chi lo ha amato. Un bel doc dopo il suo ultimo After the Hunt.
Non è la prima volta che Luca Guadagnino dedica un intero film sul grande regista emiliano, già nel 2013 aveva co-diretto con Walter Fasano Bertolucci on Bertolucci, presentato a Venezia quello stesso anno e costruito su oltre cinquant’anni di interviste filmate al maestro parmense.
Il loro legame, però, non è mai passato dal set. Guadagnino non ha mai lavorato professionalmente a fianco di Bertolucci, e alla domanda su quale fosse stato il suo contributo concreto nella vita del regista, ha risposto scherzosamente che è stato “più che altro culinario”. I due si conobbero dopo un corso di cinema a Roma, dove Bertolucci era venuto a tenere una lezione.
Allora poco più che ventenne, Guadagnino lo avvicinò dicendogli che avrebbe voluto parlargli, e Bertolucci gli disse di cercare il suo numero sull’elenco telefonico. Non rispondeva mai, ma dopo diversi messaggi lasciati in segreteria e una mediazione della moglie di Bertolucci, Clare Peploe, fu lo stesso regista a richiamarlo. All’epoca stava montando Piccolo Buddha con Pietro Scalia, e Guadagnino lo raggiunse portandogli in dono dei pasticcini marocchini, un omaggio a Il tè nel deserto. Da quell’incontro nacque un rapporto rimasto sempre sul piano personale e cinefilo, mai lavorativo in senso stretto, culminato ora in due documentari a distanza di tredici anni l’uno dall’altro.
Joie de vivre prende il titolo da un’espressione che lo stesso Bertolucci amava usare per descrivere insieme la leggerezza che rende bella la vita e il piacere di fare cinema. Diviso in due parti per un totale di oltre sette ore (proiettato a Venezia in una prima parte di tre ore e quattro la seconda), il doc parte dal rapporto personale di Guadagnino con Bertolucci e la sua opera, per poi allargarsi al confronto con alcuni tra i suoi più stretti collaboratori e i suoi ammiratori più appassionati.
Tra gli intervistati compaiono i registi Martin Scorsese, James Gray, David Cronenberg, Alfonso Cuarón e Catherine Breillat, le attrici Debra Winger e Margot Robbie (che non ha mai lavorato o avuto contatti con il regista parmense, probabilmente inserita per parlare a una generazione più giovane), la sceneggiatrice Francesca Manieri, lo storico produttore di Bertolucci Jeremy Thomas (purtroppo appena deceduto), e critici e cinefili come Murielle Joudet, Armond White, Mark Cousins e Fabien Gerard.
Nonostante l’oggettiva mole, il documentario si rivela uno dei lavori più riusciti di Guadagnino. È un’opera a tratti ”casereccia” nella forma, Joie de vivre, ma la passione con cui il regista costruisce il racconto e la sua capacità di raccontare la rendono capace di tenere fede a quanto promesso dallo stesso direttore della Mostra Alberto Barbera, che presentandolo ha detto: «vi assicuro che si rimane inchiodati allo schermo per tutto il tempo».

Joie de vivre attraversa gran parte della filmografia di Bertolucci, da 1900 a Il conformista, da Ultimo tango a Parigi a La luna, fino a Il tè nel deserto, L’ultimo imperatore e Io e te, il suo ultimo film. Non manca una sezione ampia dedicata al caso Ultimo tango a Parigi, il film che portò a Bertolucci notorietà internazionale e insieme guai giudiziari, affrontato senza reticenze.
Guadagnino, tra le altre cose, sembra voler suggerire in Joie de vivre una propria lettura della sessualità di Bertolucci, senza mai dichiararla apertamente, attraverso l’accostamento di scene e materiali scelti con cura, lascia intuire una sensibilità più ambigua e complessa.
Al di là del contenuto, colpisce anche il modo in cui Joie de vivre è costruito, come per esempio gli spezzoni tratti dai film di Bertolucci, e non solo, non sono mai brevi flash informativi, ma sequenze abbastanza lunghe da permettere allo spettatore di comprenderne davvero il contesto e il significato, una scelta che paga.
Davanti alla macchina da presa, Guadagnino si dimostra affabile e sinceramente simpatico. Uno dei momenti più divertenti del documentario arriva durante la sezione dedicata alla Nouvelle Vague, quando il regista interrompe il critico Marco Giusti per rivolgersi direttamente in camera e impartire una piccola lezione di cinema alla generazione Z.
Ed è forse qui che Joie de vivre trova il suo senso più profondo, nel tentativo quasi ostinato di conservare qualcosa che non appartiene soltanto a Bertolucci, ma a un’intera idea di cinema.
Guadagnino guarda al maestro parmense con l’affetto del cinefilo prima ancora che con quello del regista e finisce per raccontare anche una generazione cresciuta pensando al cinema come a un luogo di confronto, scoperta e condivisione. Da qui nasce anche il suo appello alla critica cinematografica, perché torni a interrogarsi sui film invece di ridurli a un giudizio immediato, soffermandosi sulla logica di piattaforme come Letterboxd.
Le oltre sette ore del doc Joie de vivre possono sembrare un eccesso, ma è un eccesso perfettamente coerente con questa idea di cinefilia. Un film non è qualcosa da liquidare rapidamente, ma un’opera da attraversare, discutere, amare, rifiutare e persino ripensare a distanza di anni.
Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del XX secolo che non esiste più – Regia: Luca Guadagnino; sceneggiatura: Luca Guadagnino, Carlo Antonelli; fotografia: Simone D’Arcangelo (digital), Sayombhu Mukdeeprom (35mm); montaggio: Marco Costa; interpreti: Martin Scorsese, Jeremy Thomas, James Gray, David Cronenberg, Alfonso Cuaron, Catherine Breillat, Debra Winger, Francesca Manieri, Carlo Antonelli; produzione: MeMo Films (Francesco Melzi d’Eril, Gabriele Moratti); durata: 435 minuti; origine: Italia, 2026.
