Kurtuluʂ (Salvation) di Emin Alper (Gran Premio della Giuria)

Kurtuluʂ
Emin Alper

Che dire dell’Orso d’argento Gran Premio della Giuria a Kurtuluş del regista turco Emir Alper per il suo ultimo film Kurtuluʂ (Salvation)? Polemizzare o fare le pulci ai verdetti delle Giurie ai Festival piccoli e grandi ha, il più delle volte, poco senso, anche se forse quello delle decisioni di Wim Wenders e dei suoi giurati va nella direzione di sostenere un asse storico Germania/Turchia che i due premi maggiori a questa 76° Edizione della Berlinale hanno, forse per puro caso, esplicitamente ribadito. Tale decisione – giusta o sbagliata che sia – ci obbliga, però, ora a recuperare il film in questione che avevamo trascurato e non recensito subito in quanto abbastanza poco ci aveva convinto la settimana scorsa quando era stato presentato in Concorso. Rimaniamo, più o meno, della stessa idea ma veniamo qui a parlarne con qualche riga iniziale di premessa sul suo autore.

Classe 1974, promettente speranza del cinema turco, Emin Alper aveva debuttato, meno che quarantenne, proprio a Berlino nel 2012 con Tepenin Ardi (Beyond the Hill), nella sezione “Forum” per cui aveva vinto il Premio Caligari; poi alla Mostra del cinema di Venezia del 2015, la sua seconda opera, Frenzy, si era aggiudicata il Premio Speciale della Giuria. Dopo questa notevole partenza sprint, i suoi due lungometraggi successivi – Kız Kardeşler (A Tale of Three Sisters, 2019, presentato in Concorso a Berlino) e Kurak Günler (Burning Days, 2023, in programma a “Un Certain Regard” di Cannes 2022) – , invece, avevano riscosso meno interesse. Ora, infine, è arrivato per la terza volta nella capitale tedesca con Kurtuluş.
Insomma, senza mai raggiungere i livelli eccelsi del connazionale Nuri Bilge Ceylan, Alper è un autore che sa il fatto suo e che torna periodicamente e con costanza sui temi centrali della propria poetica cinematografica. Che per riassumerli in sintesi sono quelli della critica al machismo oppure l’attenzione etnografica e storico-sociologica unita a una grande conoscenza della storia riguardo alle vicende del suo paese, come è appunto in questo suo ultimo film per il quale si è ispirato a fatti realmente avvenuti. A ciò aggiunge uno stile “febbrile”, che programmaticamente unisce e confonde, quasi fosse uno stato di paranoia, il sogno con la realtà anche a livello di scelte narrative e fotografiche. Con risultati altalenanti, così com’è ambivalente la risposta al quesito centrale che domina il suo ultimo film e cioè se, alla fine del racconto, prevarrà la tragedia oppure la salvezza (come sembrerebbe suggerire il titolo). Chissà?

Come spesso nelle sue opere precedenti, anche Kurtuluʂ privilegia e si svolge in uno spazio chiuso, anche se en plein air. Siamo in un remoto villaggio sulle montagne turche, diviso in due parti ben distinte: una in alto e un’altra nella valle – una separazione spaziale che rispecchia anche dal punto fisico i contrasti primordiali, atavici che dominano il film. In alto si trovano gli abitanti del clan da lungo tempo residente nel luogo mentre sotto abitano quelli di un clan rivale che, tornati piano piano dall’esilio a cui erano stati costretti, rivendicano i loro diritti sulle terre della zona, riaccendendo così una vecchia faida che dura da decenni. La situazione non tarda a diventare sempre più tesa e difficile, mentre via via nel riemergere di risentimenti e rivalità tra le due comunità, Mesut, fratello del capo locale, comincia a essere tormentato da inquietanti e cupe visioni. Credendo che siano avvertimenti divini, inizia a sfidare la leadership del fratello capo religioso e politico del paese, sino ad organizzare un colpo di mano per sostituirlo e avviare un’azione di vendetta contro i nemici che, invece, non vorrebbero arrivare a nessuna forma di violenza tra le due comunità. Sino una conclusione degli eventi che non vogliamo rivelare.

Kurtuluʂ lascia intravedere pregi e difetti del cinema di Alper: la bellezza e il fascino dell’ambientazione, ovvero della zona che ci mostra, la fierezza antica dei suoi protagonisti con la risolutezza di piegare il loro destino a delle volontà che ritengono divine. Nella prima parte, il film si dilunga molto, per noi troppo, nella costruzione e rappresentazione psicologica delle figure che ci racconta, e le loro scelte che porteranno a conflitti insanabili e molto pericolosi. Poi il film prende maggior corpo drammaturgico mentre cresce e funziona sempre più la sovrapposizione tra dimensione onirica e quella reale, grazie anche alla bella fotografia di Ahmet Sesigürgil e Barış Aygen, culminante nel pregevole finale, che ci è parso la parte più riuscita di questo film. Qui fantasia, religione e fanatismo tendono sempre più a legarsi e a trasformarsi in un apologo non banale, anche affascinante, sull’intolleranza, il machismo e la violenza di una comunità fuori dal mondo ma che purtroppo, pur da terre sperdute, del mondo di oggi molto ci parla. Ma, a dire la nostra, per un Gran Premio della Giuria ci voleva qualche cosina di più.


Kurtuluʂ (Salvation)Regia e sceneggiatura: Emin Alper; fotografia: Ahmet Sesigürgil, Barış Aygen; montaggio: Özcan Vardar; musica: Christiaan Verbeek; scenografia: Nadide Argun Van Uden; interpreti: Caner Cindoruk (Mesut), Berkay Ateş (Yılmaz), Feyyaz Duman (Ferit), Naz Göktan (Fatma), Özlem Taş (Gülsüm); produzione: Nadir Öperli per Liman Film; origine: Turchia/ Francia/ Paesi Bassi/ Grecia/ Svezia/ Paesi arabi, 2026; durata: 120 minuti.

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