La casa dei fantasmi di Justin Simien

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Tra i film usa e getta di questo scorcio di fine estate, infiammata dalla performance multimilionaria al botteghino di Barbie, cerca una sua effimera collocazione questo La casa dei fantasmi, disimpegno che ha la simpatia e l’ambizione di un B movie (nonostante il pomposo budget da 150 milioni di dollari), dove non conta tanto la regia da anonimo mestierante di Justin Simien, quanto l’ispirazione del soggetto e il marchio di fabbrica di provenienza: si tratta infatti della trasposizione cinematografica di una delle più celebri attrazioni dei parchi a tema della Disney , che  produce con un occhio, e un’estetica, chiaramente trasversale alla sua nuova multiforme modalità di fruizione audiovisiva, quella delle piattaforme digitali da abbonamenti o noleggi in streaming.

Protagonista è dunque la classica, imponente e oscura dimora di origine vittoriana, dove una giovane madre con il figlio arriva la classica notte buia (ma non tempestosa), per allontanarsi da un evento particolarmente doloroso che riguarda il marito della donna e il padre del bambino (per un po’ si pensa che si tratti di una separazione violenta, ma in realtà non è cosi). E il gioco comincia immediatamente per le stanze di quella magione sono abitate dagli spiriti concepiti nella loro forma più iconica (o semplicemente più convenzionale), come l’armatura animata di un cavaliere,  le figure dentro i quadri che si muovono, oggetti che volano. Una vera e propria trappola dalla quale non si può scappare, perché i fantasmi si attaccano ai loro perseguitati e li seguono ovunque , in una condanna perpetua allo spavento e all’insonnia. Non resta che rivolgersi a un esperto di paranormale, Ben, in realtà un scienziato che era riuscito ad inventate una macchina da presa per fotografare i fantasmi , prima di sprofondare in una depressione autodistruttiva per l’improvvisa morte dell’amata moglie ( il loro incontro e la lo storia sono il prologo, la tesi e l’antitesi dentro cui si esplica l’immancabile morale disneyana) e che, ormai disincanto guida turistica per le abitazioni “possedute” della città (siamo nell’esoterica New Orleans) viene coinvolto da un sedicente prete nell’aiutare la famigliola alla prese con un caso che, come potrà sperimentare in prima persona, ha effetti tutt’altro che immaginari sulla realtà .

Si uniranno poi una serie di personaggi più strani ed eccentrici degli stessi spiriti che popolano la casa , tra i quali  un’istrionica  veggente dell’occulto che ammicca palesemente alla Whoopi Goldberg di Ghost-Fantasma (1990), per scoprire che l’origine di quella maledizione senza via di scampo ha a che fare con il mostruoso spirito maligno di un uomo empio e assassino (dietro la simulazione in  CGI c’è la voce di Jared Leto, sicuramente con un aspetto meno grottesco rispetto a quello che aveva in House of Gucci…).

Si potrebbe dire che la trama è un pretesto per l’avventura rocambolesca, fantastica e, magari, anche un po’ orrorifica, di quella classica, elementare concezione, allegramente fuori dal tempo, che vuole che i mostri spuntino da dietro i muri o si riflettano dentro il vetro di una finestra o di uno specchio. Invece il problema di questa House Haunted  è proprio il contrario: i trucchi, gli effetti e le atmosfere esprimono presto un senso di ripetitività  e di povertà di idee, e parliamo proprio a un livello di invenzioni scenografiche e coreografiche per quanto riguardo gli inseguimenti , le fughe, le apparizioni. Non si può neanche dire tutto già visto, perché manca perfino la volontà di fare quel minimo sforzo di immaginazione per evocare altri operazioni di questo genere.

In origine sembra che fosse coinvolto Guillermo Del Toro nella produzione e realizzazione, e probabilmente il risultato sarebbe stato un fantasy dall’aspetto e dallo spessore più adulti, l’opportunità di portare veramente alle estreme conseguenze l’anima barocca e ipertrofica di un soggetto come questo, con tutte anche le ridondanze e le pesantezze che può avere la visione spaventevole e meravigliata del cineasta messicano (pensiamo a Crimson Peak).

È chiaro la Disney ha voluto puntare su una rassicurante e accomodante medietà, ma non ha comunque rinunciato ad esporre la sua edificante concezione della vita,  infarcendo i rapporti tra in personaggi – sulla carta un gruppo di perderti emarginati in cerca di riscatto – di discorsi enfatizzanti sul credere in sé, sull’avere fiducia gli uni negli altri, sulla vita che è più forte delle morte e sulle persone che abbiamo perso che in qualche maniera continuano a comunicare con noi a distanza, nonché  sul fatto che non bisogna mai smettere di credere e di lottare perché c’è sempre una possibilità di rivincita  (morale estesa anche agli ectoplasmi che si ribellano al prepotente e tirannico spirito che li ha soggiogati). Ciò che è ossessione e perversione viene risolto ed edulcorato, ognuno in qualche maniera trova un suo posto nella casa infestata, un ordine delle cose che non possiede certo l’esuberante anarchia “Helzappopin” del Beetlejuice di Tim Burton.

La stucchevolezza tende a prevalere, non c’è nulla che sia inaspettato o sorprendete, ma si tratta di un disegno facilmente intellegibile, il colpo al cerchio e quello alla botte di un intrattenimento che parla a ogni generazione, a cominciare dai più piccoli i quali, soprattutto rispetto ad argomenti sensibili come la vita e la morte, hanno bisogno, o almeno cosi che la pensa la Disney , di concetti accettabili e decifrabili agilmente da parte di un genitore. Preoccupazioni rivolte ad un target, ancor prima che a un pubblico, e che spostano il piano dello sguardo dall’immaginario a quello del famigerato messaggio , per il quale poteva esserci un po’ più di audacia e originalità nella confezione di una consegna al domicilio non più di una sala cinematografica , ma di uno schermo qualunque di un tablet o di una tv al plasma.

Forse la cosa più divertente rimane la presenza di Jamie Lee Curtis, strega di un altro secolo rinchiusa in una sfera, della quale possiamo intravedere, punitivamente per lei, solo la testa, come la caricatura di una medusa che non ha più nessuno da fulminare e pietrificare. Certo ci si chiede  perché, dopo la terribile esattrice delle tasse di Everything Everywhere All At Once, si esibisca in questi personaggi deformi e grotteschi, proprio lei che della sua fisicità aveva fatto una divertente espressione di vitalismo ed energia (True Lies).

Jamie Lee Curtis

Comunque sia, la sua faccia da irresistibile megera, con il solito risvolto bonario dietro l’angolo del sentimentalismo motivazionale a buon mercato,  rimane l’unico motivo per cui, una volta terminata la visita (anche piuttosto lunga, 123 min…), non si ripassa dall’ingresso per chiederei il rimborso del biglietto.

In sala dal 23 agosto


La casa dei fantasmi (Haunted Mason); Regia: Justin Simiem; sceneggiatura: Katie Dippold , ispirata all’omonima attrazione dei parchi di Walt Disney; fotografia: Jeffrey Waldron; montaggio: Philip J.Bartell; musiche: Kris Bowers; interpreti: Lakeith Stanfield, Rosario Dawson, Owen Wilson , Tiffany Haddish, Danny DeVito, Jamie Lee Curtis, Chase W.Dillon ; produzione: Dan Lin e Jonathan Eirich per Walt Disney Pictures; origine: Usa, 2023; durata: 123 min.; distribuzione: The Walt Disney Company Italia.

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