Presentato in anteprima al 42° Torino Film Festival, arriva in sala L’amore che ho di Paolo Licata, che invase l’austero capoluogo piemontese di una gioiosa ventata di umanità. Pur narrando la storia di un’eroina tragica come Rosa Balistreri, infatti, la carovana di artisti siciliani (ma direi soprattutto siciliane, poiché qui il “genere” non è un dato accessorio) che le ha ridato vita, la accompagnò sotto la Mole sulla scorta di un’energia davvero vitale e travolgente, che non contraddice affatto il carattere della “sicilian storyteller” che è il titolo internazionale del film di cui ci stiamo occupando. Una gioia di vivere malgrado tutto, che riecheggia il titolo più famoso dell’opus di un’altra tragica eroina siciliana come Goliarda Sapienza, che come la protagonista di questa pellicola ha attraversato la storia del ‘900, coi suoi lutti, i suoi dolori e i suoi slanci.
Ecco, il primo merito de L’amore che ho è quello di dare vita alla memoria di una donna straordinaria come Rosa Balistreri, nata a Licata nel 1927 nella miseria più nera di un Sud Italia ancora sottosviluppato e straccione; fino a diventare una apprezzata “folk-singer” stimata in tutto lo Stivale e persino all’estero. Una cantautrice terragna e al contempo raffinata che colpirà l’attenzione di due giganti della cultura popolare come Dario Fo e Franca Rame che la fecero approdare in tv (divenendone amici, al pari di altri intellettuali engagé come Renato Guttuso e Andrea Camilleri). Una donna semplice che rimase a lungo analfabeta ma che giunse a diventare un simbolo dell’intero Mezzogiorno, quando negli anni ’60 verrà definita “La voce della Sicilia” o “La cantatrice del sud”. Un’artista che seppe rivitalizzare la lunga tradizione dei cantastorie siciliani (o, per meglio dire, “cuntastorie”) che sono patrimonio storico della antropologia culturale non solo insulare; trasformandola in un fenomeno pop, tanto da spingere qualcuno ad azzardare un paragone con Janis Joplin. Non solo: Rosa Balistreri fu anche un originale tipo di militante politica vicina al PCI, che ha lottato in prima linea per i diritti dei lavoratori, contro la mafia e a favore dell’emancipazione femminile; capace, come scrisse lei stessa, di “gridare le sue proteste, le sue accuse, il dolore della sua terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati e delle donne siciliane che vivono come bestie”.

Un personaggio bigger than life, dunque, per descrivere il quale gli autori del film hanno dovuto lavorare in sottrazione, come ha spiegato il regista Paolo Licata (già autore dell’applaudito Picciridda – Con i piedi nella sabbia), per contenere un materiale immaginario così fluviale nelle canoniche durate cinematografiche. Lo hanno fatto partendo dal libro quasi omonimo,scritto dal nipote della protagonista, Luca Torregrossa, e rielaborato dal regista palermitano e da un team di sceneggiatori in cui spicca la brava Heidrun Schleef.
Per mettere in scena adeguatamente un personaggio così sfaccettato e pregno di drammatiche contraddizioni hanno deciso – con un colpo di genio che giova al film, e che ricalca l’idea avuta da Todd Haynes quando nel suo Io non sono qui fece interpretare il mitico Bob Dylan da un gruppo di attori e attrici diversi/e – di farla rappresentare da un pugno di interpreti diversissime tra loro le quali interpretano, ciascuna a suo modo, un differente aspetto della Balistreri. Attrici più o meno note, tutte bravissime, tra le più brave del panorama siciliano, ovvero: Lucia Sardo, Donatella Finocchiaro, Anita Pomario, Martina Ziami; cui si aggiunge in un cameo la “cantantessa” Carmen Consoli, pure autrice della colonna sonora, essendo da sempre considerata – e considerandosi ella stessa – una discepola della “cantatrice” nata a Licata (di cui ci ha detto: “Di Rosa oggi rimane la sua voce unica, atavica; che non è solo tecnica ed emissione ma una volontà di esserci, a causa di un’urgenza”.
È interessante sottolineare che, sebbene la Balistreri sia un personaggio tutto inscritto nella temperie sociale, politica e culturale della seconda metà del ‘900, il suo esempio risulta oggi particolarmente attuale – come ci han tenuto a ribadire le attrici durante la presentazione torinese – essendo la sua vicenda umana e artistica segnata anche tragicamente dalla lotta disperata contro una tradizione patriarcale che nella Sicilia dei suoi anni era particolarmente radicata e violenta; e che ben si presta a farsi metafora delle battaglie odierne contro la violenza di genere dei “femminicidi”.
Fin qui le note liete – che, come si vede, non sono poche – accanto alle quali vi sono certi elementi stilistici non del tutto irreprensibili, a mio avviso, a cominciare dal titolo: troppo generico e sin anodino – mi pare – quello scelto, che traduce in italiano il titolo di una canzone di Rosa Balistreri, L’amuri ca v’haiu, che significa piuttosto “l’amore che ho per voi”, concetto dunque diverso e a mio parere più calzante. Alla stessa stregua ho trovato ridondanti certi “ralenti” coi quali il regista ha scelto di enfatizzare i non sporadici momenti tragici della vicenda, ed eccessivo il modo in cui vengono “mostruosizzati” i maschi della storia, qui quasi invariabilmente mefistofelici.
Difetti, secondo me, piuttosto netti; che non bastano tuttavia a scalfire la forza dirompente di un film dilagante come il personaggio che meritoriamente decide di celebrare. Come ci racconta peraltro la gioiosa conferenza stampa di cui si diceva in principio e la presentazione in anteprima dentro un cinema Romano gremito fino al sold out di pubblico plaudente e commosso (come – ahimè! – accade ormai piuttosto di rado nelle sale extra-festivaliere).
Insomma, una pellicola da non perdere, dopotutto, al netto dei suoi limiti; anche solo per riscoprire la bravura eccezionale del soggetto biografato.
Presentato in anteprima al Torino Film Festival del 2024
In sala dall’8 maggio 2025.
L’amore che ho – Regia: Paolo Licata; soggetto: liberamente tratto dal libro L’amuri ca v’haiu di Luca Torregrossa; sceneggiatura: Paolo Licata, Maurizio Quagliana, Heidrun Schleef, Antonio Guadalupi; fotografia: Lorenzo Adorisio; montaggio: Pietro Vaglica; musiche: Carmen Consoli; interpreti: Lucia Sardo, Donatella Finocchiaro, Anita Pomario, Martina Ziami, Tania Bambaci, Vincenzo Ferrera, Carmen Consoli; produzione: Dea Film, Moonlight Pictures, con il contributo del Ministero della Cultura; origine: Italia, 2024; durata: 125 minuti; distribuzione: Dea Film.
