L’Empire di Bruno Dumont (Festival di Berlino – Concorso) – Orso d’argento – Premio della Giuria

  • Voto

Che il cinema di Bruno Dumont non sia nuovo alla provocazione, alla polemica e agli estremi, è cosa ampiamente nota. Basti pensare alle discussioni scatenate, a suo tempo, dal suo L’umanità (1999) che a Cannes aveva vinto il Grand Prix ma aveva destato scandalo per alcune scene di violenza estrema. Inoltre, è un regista che ama lavorare con attori non professionisti, nonostante abbia girato il bel biopic Camille Claudel, in cui la protagonista era interpretata da una bravissima Juliette Binoche.

Ad ogni modo anche in L’Empire, opera di SF che si avvicina più all’avantgarde che non ai drammi citati sopra, Dumont torna a reclutare la gente del luogo – la quale sembra appunto molto divertita di stare al suo gioco – mischiandola agli attori professionisti.

Siamo ad Audresselles, paesino tranquillo nella regione costiera vicino Calais, nel Nord della Francia. Nella calma pomeridiana risuona una voce metallica. È quella di Line (Lyna Khoudri  conosciuta anche per il suo ruolo nella commedia di Wes Anderson The French Dispatch), giovane e sfacciata nuova paesana, che si inginocchia davanti a Jony (Brandon Vlieghe), all’apparenza semplice e rozzo pescatore, ma che in realtà scopriamo essere il cavaliere dell’impero dello Zero. Infatti, questa zona remota della Francia è stata scelta come campo di battaglia per una guerra stellare megagalattica fra i due imperi dell’Uno, se vogliamo i Buoni, e dello Zero, appunto, il Male. E Jony è nientemeno che il padre di Freddy, il bambino nato per succedere al trono di Belzebú (Fabrice Luchini), ed arrivato sulla terra per conquistarla e propagare agli umani il Male. Ovviamente Belzebú, un pierrot-giullare dal ghigno cattivo, sottostà gli ordini dettati dall’Oscuro Male – una massa informe creata digitalmente – e comanda i suoi fedeli dall’alto della sua dimora, una stazione spaziale con le sembianze barocche della reggia di Caserta.

L’impero dell’Uno, invece, fa a capo ad una Regina (Camille Cottin) che vive nella sua stazione spaziale a forma della chiesa di Saint-Chapelle (l’originale è a Parigi e non nello spazio ovviamente!). Anch’essa sottostà al volere di un più forte potere, rappresentato tramite un enorme occhio, e manda ordini alla sua principessa sulla terra, la giovane e sexy Jane (Anamaria Vartolomei) per uccidere appunto il Male, incarnato nel piccolo – e sempre sorridente – Freddy.  Jane, che insieme al suo fedele cavaliere Rudy (Julien Manier), gira armata di una spada laser e taglia teste a destra e a manca, si lascia, però, sedurre da Jony. E qui incominciano i guai perché, a quanto pare, i piani di entrambi gli imperi cominciano a vacillare.

Non mancano, come dicevamo, gli elementi tipici del cinema di Dumont, ossia la provocazione sessuale e la violenza fisica. Solo che, nonostante il realismo di alcune scene, questi ingredienti vengono conditi con degli elementi trash, tra l’assurdo e lo straniante. Essi, nell’insieme, contribuiscono spesso a far perdere quell’aspetto scandaloso e provocatorio che assumevano in altri film precedenti.

Inutile dire quanto simbolismo si nasconda dietro questa bizzarra parodia di Guerre Stellari (1977) che volendo potrebbe sembrare una farsa di tutte le guerre terrestri, ma anche di tutti i credo ideologici, tanto politici (Reggia di Caserta), quanto religiosi (chiesa di Saint-Chapelle) – e senza dimenticare la “guerra” più antica al mondo, nata dal conflitto di genere. L’Empire diventa, così, un gran calderone dove troviamo trash e fantascienza, realismo e irrealtà, senza che venga diviso ciò che è vero da ciò che è falso – forse per questo, allora, alla fine, chi vince è soltanto la stupidità umana. Ma questa potrebbe essere la nostra interpretazione di un film che si presta ad essere decifrato e riletto probabilmente anche in modi diversi.

Chissà se il regista francese conosce un’altra opera, ormai cult del genere, La leggenda di Kaspar Hauser (2012) di Davide Manuli (nella quale sono presenti alcuni elementi che ritroviamo anche qui), e che nel suo surrealismo ci era piaciuto di più, forse anche per via della musica e del protagonista Vincent Gallo? L’Empire sembra essere un film molto divisivo che gela lo spettatore cercando di mostrare, come già in molti altri lavori precedenti, la crudeltà, il buio, le ombre ma anche i piccoli spiragli di luce che vivono negli esseri umani con uno sguardo distaccato e a tratti pervaso da un sentimento di pietà. Qui, però, Dumont lo fa, adattando la sua poetica ad una storia parodica di fantascienza non priva di elementi farseschi tipo la figura di Belzebú ma in questo modo venendo anche meno, per esempio, a quell’elemento di forza costituito dalla poesia, presente ad esempio nella commedia Ma Loute (2016). Con il rischio che la sua indiscussa vena cinematografica risulti, persino troppo arida, gelida e sferzante – un rischio, dunque, a cui L’Empire non riesce a sottrarsi. Detto ciò, l’originalità del film si vede ma la si può apprezzare o meno. E in ciò il regista francese resta fedele a se stesso e al suo carattere di grande, silenzioso provocatore.


 L’Empire – Regia e sceneggiatura: Bruno Dumont; fotografia: David Chambille; montaggio: Bruno Dumont, Desideria Rayner; musica: Jeremy Hassid, Romain Ozanne; interpreti: Lyna Khoudri, Anamaria Vartolomei, Camille Cottin, Fabrice Luchini, Brandon Vlieghe; produzione: Tessalit Productions ; origine: Francia/ Italia/ Germania/ Belgio/ Portogallo, 2024; durata: 110 minuti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *