Lo sguardo misterioso del fenicottero di Diego Céspedes (su Mubi)

Lo sguardo misterioso del fenicottero. Voto ***(*)

Sembra proprio ironia del destino che Lo sguardo misterioso del fenicottero, primo lungometraggio del regista cileno Diego Céspedes sia andato, l’anno scorso, a vincere il miglior premio nella sezione “Un certain regard” del Festival di Cannes. Perché proprio gli sguardi sono al centro della principale metafora, anzi andrebbe proprio chiamata allegoria su cui si regge la gran parte del film: lo sguardo malefico che si dice provenga da un gruppo di travestiti che vivono in una sorte di comune sgangherata, chiamata “la cantina” nel deserto di Atacama nel nord del Cile (una location che come tutti i deserti concederebbe un’ automatica plusvalenza sul piano squisitamente visivo, ma – come si dirà – è così solo in parte). Questo sguardo malefico trasmette una malattia che infetta la popolazione maschile nella gran parte costituita da minatori che con la forza decidono di bendare i travestiti affinché il loro maleficio non si diffonda ulteriormente.

La data in cui il film è ambientato (il 1982) e la metafora anzi l’allegoria degli occhi ci fanno capire meglio di cosa si sta parlando. Al più tardi leggendo il saggio su Das Unheimliche (Il perturbante) di Freud (1919) apprendiamo che gli occhi costituiscono un classico sostituto dell’organo sessuale. Il contagio attraverso l’occhio, dunque, è chiaramente sostituzione di un contagio per vie sessuali. Quanto alla data, niente a che vedere con il regime di Pinochet,  come tutti ci aspetteremmo a proposito di un film cileno dei primi anni Ottanta (la capitale viene evocata ma nessuno ha voglia di andarci, meglio restare nel deserto) – beh, siamo al primo manifestarsi dell’AIDS, per chi non l’avesse capito prima, le ultime sequenze del film ce lo mostrano con evidenza.

Lo sguardo misterioso del fenicottero
Matías Catalán

Questa straziante, a tratti aggressiva, aggressivissima a tratti tenerissima vicenda a metà strada fra Priscilla (1994, diretto da Stephan Elliott – anche qui il deserto!) e il Pedro Almodóvar anni Ottanta e Novanta viene raccontata attraverso la prospettiva di Lidia, la figlia adottiva del/la protagonista, il Flamingo, il fenicottero, dal/la quale a metà del film siamo costretti a prendere commiato. E la ragazzina, undici anni, si sente accolta, anche (forse: soprattutto) quando è  rimasta sola, in questa tribù così estrema e solidale ai confini del mondo – tanto che il film, fin qui una via di mezzo fra uno western, un drag queen movie e un film fantastico/horror finisce per diventare soprattutto un itinerario formativo, la conquista di un’identità e di una consapevolezza capace di superare le sfide dell’emarginazione, della repressione e della diversità, alla faccia della famiglia tradizionale. Attraverso lo sguardo intenso e consapevole di Lidia lo spettatore impara a vedere l’alterità nella sua perfetta ma combattiva normalità, pur attraverso lo strazio dei corpi e la violenza di genere che minaccia e colpisce.

Il difetto principale de Lo sguardo misterioso del fenicottero è forse la sceneggiatura, non tutte le scene aggiungono elementi nuovi, si poteva tagliare. Molto meglio la fotografia in 4:3, con una macchina da presa che non ha nessuna intenzione di ingentilire la violenza, nessuna ambizione di estetizzare (neanche il deserto che pure si presterebbe), i colori sono sporchi, gli ambienti sono sordidi, eppure il film trasmette tanta tanta malinconica dolcezza, di cui la splendida musica di Florencia Di Concilio è perfetto paradigma.

Dal 15 maggio su MUBI


Lo sguardo misterioso del fenicottero  (La Misteriosa Mirada del Flamenco) – Regia, sceneggiatura: Diego Céspedes;  fotografia: Angello Faccini; montaggio: Martial Salomon; interpreti: Matías Catalán, Paula Dinamarca, Tamara Cortes; produzione: Les Valseurs, Quijote Films, Weydemann Bros., Wrong Men North, Irusoin, Arte France Cinéma; origine: Cile 2025; durata: 108 minuti;  distribuzione: MUBI

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