L’ultima Luna di Settembre di Amarsaikhan Baljinnyam

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Gli uomini non piangono

Una celeberrima canzone dei Green Day diceva Wake Me Up When September Ends ed era il modo per un figlio di esorcizzare la morte del padre. Avere un periodo di limbo, prima di svegliarsi e tornare alla vita di tutti i giorni, con una mancanza in più. L’ultima Luna di Settembre parte dallo stesso punto, la perdita di un padre e del tempo necessario per andare oltre il lutto, con il richiamo a settembre e a un compito da svolgersi prima che questo termini. Racimolare i frutti della primavera e dell’estate della propria vita per essere in qualche modo pronti all’autunno e all’inverno, alla ricerca poi di una nuova primavera, che ha forse il viso di un bambino.

C’è un cavallo, sopra il cavallo c’è un uomo e l’uomo tiene un bastone con legato all’apice un cellulare che suona. Dietro le infinite praterie mongole, dal telefono finalmente una voce. L’uomo, funambolo prestato alla necessità, risponde stremato.

Perché non rispondi mai al telefono?

Dall’altra parte c’è Tulga, giovane perso nella città che ora via telefono ha scoperto del padre in fin di vita. Accorre alle praterie, giusto in tempo per assisterne alla morte. Poche le ultime parole dette dal patrigno

Il figlio di un padre severo incassa meglio i colpi della vita

prima di spirare. Tulga (Amarsaikhan Baljinnyam) ora è solo, ma prima di tornare alla città e abbandonare per sempre la terra natia, vuole portare a compito il lavoro del padre: la fienagione. Ha tempo fino all’ultima Luna di settembre, e quindi deve sbrigarsi. Falce alla mano, armonica alla bocca – regalo del padre, che vi spese due capre –, un campo da tagliare. E un bambino. Perché un giorno un cavallo si avvicina e sopra il cavallo c’è un fagotto di dieci anni di nome Tuntuulei (Tenuun-Erdene Garamkhand). Unico bambino per chilometri, abbandonato dalla madre che vive in città e costretto a vivere con i nonni, Tuntuulei si annoia da morire nel gestire capre e cavalli. Ma ora c’è Tulga e con Tulga ora c’è Tuntuulei, un’amicizia tra chi ha perso il padre e chi un padre non l’ha mai avuto, prima che il fieno venga raccolto e l’ultima luna venga mietuta con esso.

Amarsalkhan Baljinnyam firma un film ben fatto. Pienamente immerso nella vastità delle colline mongole, ne conserva intatto il fascino e il respiro, sfruttandone la cassa di risonanza per trattare il rapporto genitore-figlio all’insegna della mancanza. Il protagonista ha perso il padre, il piccolo co-protagonista mai l’ha avuto, e il primo potrebbe essere così padre per il secondo, ma ecco che il discorso s’intreccia a quello della maturità e dell’infanzia: Tulga è pronto a diventare grande? Tuntuulei sarà invece capace di accettare il suo essere bambino? I ruoli risultano mescolati come se le rispettive assenze non permettessero loro di avere un modello a cui poter rapportare per trovare la loro collocazione nella vita.

Il film è però capace di momenti di leggerezza. A parte le parentesi di spensieratezza tra i due protagonisti – quello della pesca, per fotografia, eccelle per delicatezza come le riunioni attorno al fuoco, per soundtrack, spiccano per calore -, sono le figure di contorno che popolano le yurte a far sorridere: i due ubriachi, il nonno che si fa girare le sigarette dal nipote, il direttore della fienagione etc etc… attorno ai due protagonisti si crea un universo colorato nel quale il rapporto tra i due non viene mai sporcato dal melodramma o dallo scontato, le reazioni non vengono filtrate né approssimate, ma l’abbraccio finale – che sia di addio o di riunione – è quanto più di vero ci possa essere. Perché d’altronde non è sempre vero che

Gli uomini non piangono

In sala dal 21 settembre


L’ultima Luna di Settembre regia: Amarsaikhan Baljinnyam; sceneggiatura: Amarsaikhan Baljinnyam, Bayarsaikhan Batsukh; fotografia: Josua Fischer; montaggio: Bayarsaikhan Batsukh; musiche: Odbayar Battogtokh; interpreti: Amarsaikhan Baljinnyam, Tenuun-Erdene Garamkhand, Damdin Sovd, Davaasamba Sharaw, Tserendarizav Dashnyam, Delgersaikhan Danaa, Adiya Rentsenkhorloo, Batbayar Dashnanzad, Evan Millard, Ariunbat Otgonbayar; produzione: IFI Production; origine: Mongolia, 2023; durata: 90 minuti; distribuzione: Officine UBU.

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