No Good Men. Voto*** – Lo sguardo audace di una donna in un mondo patriarcale fra emancipazione e repressione. Un’opera prima coraggiosa non priva tuttavia di cliché.
A soli 35 anni , l’iraniana Shahrbanoo Sadat, ma fin da giovanissima emigrata in Afghanistan, ha avuto l’onore di aprire la passata 76esima edizione della Berlinale, con un film, No Good Men che, leggendo qualche informazione biografica sulla regista, presenta con certezza elementi autobiografici. Il film si svolge a Kabul nel 2021, l’anno in cui gli americani si ritirano e i talebani vanno al potere, despoti assoluti di quel paese da decenni martoriato. A Kabul? In realtà tutto il set – e va detto: piuttosto bene – è stato ricostruito nella Germania del Nord, in uno dei molti paesi europei che hanno contribuito alla produzione di questo film. C’è anche l’Afghanistan, immagino che sia una casa di produzione semi-clandestina.
Partendo da una constatazione forse iperbolica perfettamente riassunta dal titolo, No Good Men si concentra in realtà su una clamorosa eccezione, sul giornalista Qodrat (Anwar Hashimi), un personaggio risoluto, coraggioso ma anche timido, con cui praticamente per tutto il film interagisce la protagonista Naru, di professione camera-woman (se si pensa a una mise en abyme non si sbaglia), interpretata dalla regista stessa, un mestiere non esattamente tipico per una donna di quel paese, dalla cui prospettiva viene di fatto raccontato il film. Tira via quando la protagonista si limita a riprendere, non senza raccapriccio, orribili talk show con telefonate in diretta di donne oggetto di violenza e interventi in studio esclusivamente volti a ribadire il dominio incontrastato della cultura patriarcale (body shaming a gogò), ma quando, quasi per caso, l’incarico affidatole diventa sul piano politico-sociale più rilevante, ecco che i maschi, con le loro ottuse ritrosie, si oppongono. Ciò vale all’inizio anche per Qodrat che poi capirà di avere a che fare con una donna di valore e sensibile, finendo per spogliarsi di tutti i suoi pregiudizi – e quel che succederà non è difficile immaginarselo. Già più difficile, invece, immaginare come andrà a finire la vicenda, una conclusione che dal punto di vista cinematografico rappresenta senz’altro la scena più bella di No Good Men, che ovviamente non rivelerò.


Per il resto invece, dobbiamo pur dirlo, c’è molto déja-vu in questo film. Si insiste reiteratamente sulla netta separazione fra maschi e femmine, si insiste sulla difficoltà di emanciparsi dai rapporti di potere calcificati; il marito di Naru, ad esempio, a fronte dell’intenzione della donna di separarsi da lui, ricorre a infami espedienti nei confronti di Liam, il loro figlio. E poi c’è tutta la dimensione diciamo così etnica, anche quella già vista e rivista, ad esempio la rappresentazione di un matrimonio, con tutti i riti pacchiani che queste scene prevedono che ritroviamo in moltissimi film medio-orientali, cominciando dalla Turchia e oltre. E si sono già viste anche le scherzose, infantili e anche scurrili forme di solidarietà fra amiche, surrogato della loro assenza da un contesto socio-politico dal quale vengono totalmente marginalizzate. Con l’eccezione di Qadrat, la rappresentazione del maschile è oltremodo stereotipata. Insomma, ricorrendo a mia volta a uno stereotipo, si vede che il film è raccontato dalla prospettiva di una regista. Ed è una donna anche la direttrice della fotografia Virginie Surdej, di origine polacca, che si muove quasi per tutto il film con la camera a mano, una scelta formale didascalica, faticosa ma efficace nel documentare il senso di oppressione di una società immobile, che permette solamente la sottomissione e, se si ha fortuna, la fuga.
Siamo di fronte, dunque, a un classico film di denuncia che al momento della sua presentazione a Berlino contraddisse in modo clamoroso le assai controverse prese di posizione del presidente della giuria Wim Wenders, volte caparbiamente a difendere l’autonomia dell’arte, in linea con la lunga tradizione della Berlinale. Ne prevedemmo qualche mese fa la distribuzione in Italia e con insolita rapidità la cosa è puntualmente avvenuta, per merito di Be Water, una compagnia di distribuzione fondata cinque anni fa ma già impostasi come una delle realtà più significative nel panorama italiano.
Anteprima il 25 maggio al Cinema 4Fontane (Roma ore 21:00) alla presenza della regista e attrice Shahrbanoo Sadat.
In sala dal 28 maggio 2026 (qui i cinema aderenti).
No Good Men – Regia e sceneggiatura: Shahrbanoo Sadat; fotografia: Virginie Surdej; montaggio: Alexandra Strauss; interpreti: Shahrbanoo Sadat (Naru), Anwar Hashimi (Qodrat), Liam Hussaini (Liam) Yasin Negah (direttore del telegiornale), Torkan Omari (Anita), Fatima Hassani (Layla); produzione: Adomeit Film, La Fabrica Nocturna Cinéma, Motlys, Wolf Pictures, Amerikafilm; origine: Germania/Francia/Norvegia/Danimarca/ Afghanistan, 2026; durata: 103 minuti; distribuzione: Be Water in collaborazione con Medusa.
