Perugia Social Film Festival (PerSo) 12° Edizione – Ecco il programma

La necessità sempre più frequente che il cinema che documenta la realtà- ormai quasi a prescindere dalla categorica appartenenza al racconto fiction o non fiction- rivela nell’ibridare il proprio linguaggio utilizzando le immagini di found footage provenienti dai più disparati archivi- pubblici o privati, rimossi o vietati- è il segno di una questione che dalla forma riguarda una precisa visione del mondo, intrecciando, in questo momento, istanze estetiche ed etiche.
Questione che questa edizione, la dodicesima, del PerSo (Perugia Social Film Festival ), fa particolarmente propria, individuando le parole chiave che hanno orientato la selezione dei film nelle varie sezioni in due sostantivi che diventano consequenziali non tanto in un senso diacronico, quanto in una prospettiva semantica e concettuale: la memoria e la speranza hanno certo a che fare con il passato e con il futuro- con il presente che è ponte di resistenza per reggere il portato di testimonianza e di traccia della prima e struttura in progress per mantenere in vita le possibilità contenute nella seconda-, ma si intersecano anche sulla linea di ricerca, di riformulazione e di creazione in un sovrapporsi di sentimenti e di riflessioni.
Emblematica è fin, dunque, l’ immagine del manifesto del Perugia Social Film Festival che riprende il volto della protagonista-regista Soraya Akhlaghi del film d’apertura A Fox Under a Pink Moon (diretto con la collaborazione a distanza del cineasta iraniano Mehrdad Oskouei): il collage che ricostruisce, scomponendolo in vari frammenti di espressività, il viso di Soraya, una talentuosa e giovanissima illustratrice e scultrice afghana che da cinque anni tenta di raggiungere la madre emigrata in Austria, con la difficoltà estrema di un transito come profuga in Iran.
Un’opera nella quale il tempo, recente e breve, seppur già messo duramente alla prova, di una vita, contiene in sé una luce ostinatamente tenuta accesa e protetta nella sua fioca ma persistente durata, quella della candela per il sedicesimo compleanno di Soraya (che pura è stata inserita nella composizione del manifesto).
Affianco alla tenacia e alla meraviglia in prima persona di questa storia, il Perugia Social Film Festival ha voluto aprire anche al respiro abissale del buco nero della Storia che, in una spirale di contrappassi deflagrati nell’attuale genocidio palestinese in atto ( e “stop genocide” è il scritta che campeggia in un sintomatico rosso sanguigno nella parte inferiore del medesimo manifesto), ha prodotto e continua a produrre l’orrore delle immagini su altre guerre e altri genocidi che di fatto non si sono fermati: e nel monumentale, e non museale, Shoah di Claude Lanzmann (1925-2018), che sarà rivedibile nell’unicità dell’esperienza integrale di 542 minuti ( divisa in due parti e proiettata all’interno dell’ Ex Chiesa di Santa Maria della Misericordia a Perugia), il punto nevralgico del come rappresentare il Mal nella sua assolutezza e il male nella sua banalità non vuole risolversi ed esaurirsi, affidandosi alla potenza evocativa della parola/voce (di Lanzmann, dei sopravvissuti vittime e carnefici) e dell’immaginazione, del ricordo come processo vivo di ricostruzione, psicoemotiva e figurativa, ancora in atto. Un processo esplicato con ulteriore incisività dal bel documentario in concorso di Guillaume Ribot, Je n’avais que le néant – Shoah par Lanzmann, che riporta ad una dimensione più intima e autobiografica, la struggente, ossessiva e dilaniata ricerca lanzmanniana.
In un rapporto inevitabile con la contemporaneità, che rifugge dal relegare la memoria al blocco monolitico e statico ma ne riattiva sempre la ricettività delle informazioni e la ridefinizione dei confini , ci sarà al Perugia Social Film Festival anche una doppia proiezione in contemporanea di Naza dei cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, appena premiato alla Mostra del cinema di Venezia: un approfondimento ancora più sconcertante e oscuro nel quale due degli autori di No Other’s Land, un punto di vista interno di testimonianze portate dagli ufficiali dell’Intelligence israeliana che raccontano di tecnologie e di procedure, degli obiettivi e degli scopi, delle azioni militari governative contro Gaza e il popolo civile palestinese, lasciando pronunciare loro, senza più reticenze, la parola genocidio (a chiudere il cerchio/voragine l’inclusione nel film proprio di un estratto di Shoa).
Oltre alla dimensione e alla portata di un evento così complesso, il Perugia Social Film Festival rimane comunque un luogo di riflessione e di sperimentazione sulle forme del cinema documentario, esplorato a partire dalla diversificazione dei formati (lunghi, medi e cortometraggi distribuiti tra le sezioni Perso Award e Perso Short Award): è proprio in questo ambito di confronto che il tema portante dell’edizione in corso, la memoria e la speranza, trova le sue declinazioni più interessanti e suggestive, a partire dai film italiani scelti per il concorso principale.
Le implicazioni autobiografiche, sentimentali ed esistenziali in una precisa collocazione storico-geografica (Torneranno i lupi di Bianca Vallino), i tragitti che partono dalle storie individuali e collettive dei combattenti antifascisti europei, a cominciare dalla Barcellona internazionalista della Guerra Civile Spagnola (La nostra isola è il mondo intero di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile e Umberto Migliaccio), fino ad arrivare alla contaminazione dichiarata tra racconto “dal vero”, ancora autobiografico e il perturbante immaginario noir del cinema horror e dei gangster movies (Una cosa vicina di Loris G. Nese, tra home movies, animazioni e riprese documentarie).
Proprio questi titoli del Perugia Social Film Festival sintetizzano una varietà di approcci che, come è proficuo e fecondo accada nel rapporto con la realtà, spostano e aprono il presupposto iniziale di un scelta tematica che è anche un campo d’indagine.
Altrettanto sintomatica è dunque la decisione di affidare lo spazio della masterclass, negli anni scorsi dedicata più a cineasti acclarati e riconosciuti nei loro passaggi tra documentario e finzione come Pietro Marcello e Leonardo Di Costanzo, a un produttore audace e innovativo come Carlo Cresto-Dina: il fatto che il suo nome sia legato in particolare all’affermazione internazionale di Alice Rohrwacher ne indica la capacità di aver saputo cogliere un cinema che ha saputo inventare una terza via tra il linguaggio della realtà e quello dell’immaginario, tra l’autobiografia e il racconto, la sguardo etno-antropologico e la dimensione favolistica e fantastica.
Non a caso il film scelto per omaggiarlo è Corpo celeste (2011), la straordinaria opera prima di Rohrwacher (la regista sarà presente durante la proiezione) che, con una semplicità e trasparenza di intensità inedita, abbatte le categorie del tempo familiare e del tempo storico, della verità e della finzione, della messa in scena e del documentario, e riconduce quelle due parole, la memoria e la speranza, all’attuazione spontanea di un carnale contatto con la materia.
