Primetime di Lance Oppenheim (2026)

Primetime. Voto ***.  Lance Oppenheim firma la sua opera prima di finzione con un film dell’estetica accattivante sulla deriva della televisione degli anni 2000. È un lavoro un po’ immaturo, curato nella forma, ma a tratti strascicato e poco chiaro nelle proprie intenzioni, Come molti ultimi prodotti dell’americana A24 potrebbe essere un successo al botteghino.


Classe 1996, Lance Oppenheim arriva a Primetime dopo un percorso quasi interamente nel documentario: il suo esordio, Some Kind of Heaven (2020), fu prodotto nientemeno che da Darren Aronofsky insieme al New York Times, mentre più di recente si è fatto notare con la serie HBO Ren Faire (2024), che tratta di una lotta di successione dentro un festival rinascimentale texano.

Primetime segna il suo debutto nella fiction, prodotto da A24 insieme a Robert Pattinson (anche protagonista) e ad Ari Aster, altro nome di punta della scuderia horror (e non solo) contemporanea, qui in veste di produttore.

Il film ci racconta, ispirandosi a fatti reali, la nascita di How To Catch a Predator, il programma di NBC Dateline che tra il 2004 e il 2007 mise in scena la cattura di presunti predatori sessuali attraverso finti profili online di adolescenti, portando gli uomini attirati in una casa-trappola davanti alle telecamere prima dell’arrivo della polizia: un programma che esistette davvero, e le cui vicende sullo schermo seguono piuttosto fedelmente quelle reali.

Tutto cambia quando viene comunicato al presentatore Chris Hansen (Robert Pattinson) che il suo programma sarà presentato in prima serata (primetime per l’appunto) e dovrà concorre agli ascolti con la serie di punta Lost. A questo si aggiunge la storia di un aspirante attore (Skyler Gisondo), che dovrà fare i conti nell’interpretare la parte di un minorenne per attirare nella trappola i presunti predatori sessuali.

È inevitabile accostare Primetime a un altro titolo in Concorso quest’anno, Ink di Danny Boyle: se lì si raccontava la nascita del tabloid di Murdoch, qui si assiste alla stessa mutazione, il giornalismo che diventa spettacolo, ma spostata in televisione, quarant’anni dopo, con il crimine reale trasformato in show da prima serata.

Sul piano visivo, Primetime porta all’estremo un’estetica che è ormai una firma della A24 più recente, con filigrane pesanti, un’immagine sporcata da un feeling da web dei primi anni duemila, schermi su schermi che si ripetono ossessivamente, dentro cui scorrono le immagini televisive dell’epoca, riconoscibile anche dal processo a Saddam Hussein mandato in onda in sottofondo, che colloca la vicenda più o meno nel 2004.

Questa fascinazione per il materiale televisivo d’epoca, ricorda da vicino l’operazione compiuta l’anno scorso da Buffet Infinity (2025), l’horror satirico indipendente di Simon Glassman costruito quasi interamente da finti spot pubblicitari in stile VHS: un’estetica diversa nei toni ma affine nell’ossessione per l’artefatto televisivo come oggetto quasi feticistico, che forse vuole parlare a una generazione che ormai fa a meno di quel mezzo. Si tratta di un’estetica da generazione MTV che richiama da vicino Requiem for a Dream (2000) di Aronofsky, altro nome che torna a incrociarsi con la carriera di Oppenheim, oltre a innumerevoli citazioni dirette ai programmi dell’epoca.

Primetime
Robert Pattison (sulla scala)

Dentro questa costruzione visiva si infilano in Primetime anche alcuni elementi dal sapore quasi magico, mai del tutto spiegati: un bracciale che arriva dall’India, un demone che aleggia sullo sfondo della storia che riprende quell’estetica da creepy pasta che sta spopolando ultimamente. Ricorre spesso la parola whale, balena, un pesce grosso nel senso che diamo noi all’espressione, che nel corso del film si trasforma progressivamente in qualcosa di più simile a un leviatano, la preda definitiva che giustifica ogni mezzo. In una delle scene più scomode di Primetime, un rabbino colto di sorpresa e accusato di essere un predatore si rivolge al personaggio di Robert Pattinson chiedendogli chi sia lui per potersi arrogare il diritto di giudicare (sarà un caso che proprio un rabbino accusato di pedofilia faccia la morale al moralista?).

È un’ambiguità che oggi, alla luce del caso Epstein, risuona diversamente rispetto a vent’anni fa: l’opinione pubblica americana ha spostato sensibilmente lo sguardo sul tema della pedofilia, rendendo il metodo spettacolare e vigilante di Chris Hansen insieme più comprensibile nelle sue ragioni e più inquietante nei suoi mezzi.

Detto ciò, Primetime funziona a livello di puro intrattenimento. Si ride, poco, spesso attraverso gesti bizzarri, come nella scena, decisamente riuscita, in cui Pattinson sputa il collutorio. Nel complesso, però, il film resta un lavoro un po’ immaturo: curato nella forma, ma a tratti francamente noioso, e poco chiaro nelle proprie intenzioni, specialmente in un finale inutilmente criptico che arriva dopo uno sviluppo piuttosto prevedibile, anche per chi non conoscesse già i fatti reali.

La sensazione è, in definitiva, che ci sia troppa carne sul fuoco e spesso non si sappia come gestirla. Non siamo nell’America trumpiana, ma restiamo comunque in un contesto ultra-conservatore di un Texas dove i poliziotti non fanno distinzione tra giustizia e pubblica e giustizia privata.

Ci sono idee interessanti, che Lance Oppenheim, al suo esordio nel lungometraggio di finzione, non è riuscito ad approfondire in maniere esaustiva, anche se forse non era quello l’intento. È probabile che Primetime riesca a funzionare bene in sala. Si vedrà a breve. 

In Concorso alla Mostra di Venezia 2026.
In sala dal 15 ottobre 2026.


Primetime – Regia: Lance Oppenheim; sceneggiatura: Ajon Singh; fotografia: David Bolen; montaggio: Daniel Garber; musiche: Ari Balouzian; interpreti; Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher, Bokeem Woodbine, Anna Faris, Phoebe Bridgers; produzione: Robert Pattinson, Ari Aster per A24, Icki Eneo Arlo, Range Media Partners, Square Peg; origine: Usa, 2026; durata: 109 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

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