Rehmat. Voto ***. Un fluviale inno alla solidarietà e alla fratellanza nel Pangiab contemporaneo, costruito inanellando tre storie della veterano scrittrice di Lahore Ajeet Cour.

Scritto e diretto dal regista indiano Gurvinder Singh, Rehmat è tratto dai racconti brevi dell’autrice Ajeet Cour, che scrive in lingua punjabi, concentrandosi su temi sociali e di taglio realistico, come, ad esempio, la posizione delle donne nella collettività.
Rehmat nasce così dall’intreccio di tre racconti – il tutto è ambientato nel Pangiab contemporaneo, una regione che è stata profondamente segnata dal conflitto politico e religioso dalla Partizione dell’India del 1947 e che, come afferma il suo autore, resta ancor oggi “in balia di forze che cercano di dividerlo”.
Nelle prime scene troviamo una giovane donna, che accudisce una madre induista molto devota e che in una notte tempestosa trova un uomo di religione Sikh ferito. Lo ospita e lo nasconde dalla polizia. Anche se le autorità le fanno credere che il fuggitivo sia l’assassino di suo fratello, lei gli dà modo di spiegarsi. Lo aiuta finché può, ma quando la sicurezza della sua famiglia viene messa a rischio, deve farlo fuggire altrove.
La seconda parte di Rehmat ritrae, invece, una famiglia in lutto, dove il nonno Harjap deve riprendere il ruolo di capo famiglia (interpretato dal poeta punjabi Jaswant Zafar, che qui debutta sullo schermo), a causa della morte di suo figlio, ucciso dalla polizia. Oltre occuparsi di moglie, nuora e nipoti, è spesso confrontato con altri Sikh, che gli propongono un futuro migliore per la sua famiglia.
Infine, al villaggio appare un anziano misterioso, interpretato dal celebre attore indiano Naseeruddin Shah, che si presenta a Harjap come “Dio onnipotente” in vacanza. Se incontraste uno sconosciuto voi cosa fareste? Se per di più si presentasse come Dio? Harjap decide di ospitarlo a casa propria, nonostante la sua famiglia non veda di buon occhio questo “straniero” di cui neanche sanno il nome.

L’incontro con l’uomo misterioso ci farà fare un tuffo nel passato del Pangiab. Quest’ultimo, infatti, inizia a esplorare il villaggio alla ricerca di un’antica villa, e quando la trova scopriamo la sua vera identità: Rashid Ali. Nacque in quella casa e in quel villaggio nel 1944, e la sua famiglia, musulmana, lasciò la patria per espatriare in Inghilterra prima che la Partizione del 1947 rimodellasse i confini della regione creando l’India odierna e il Dominio del Pakistan.
Dopo decenni nel Regno Unito, Rashid Ali decide, senza dirlo ai suoi figli, di tornare nel suo paese natale, dove ritrova la storia del luogo e le sue origini, ma soprattutto un senso di appartenenza. Infatti, i nuovi abitanti della sua vecchia casa, lo ospitano, diventando la sua famiglia Punjabi.
Attraverso queste tre storie interconnesse, Rehmat ritrae la vita di un popolo molto unito malgrado le differenze di credo o le manovre politiche divisive messe in atto dal Governo; e troviamo ospitalità, compassione, empatia e speranza che sopravvivono a tutte le possibili avversità. I tre racconti presentano personaggi con credenze religiose e forme culturali diverse, ma sono proprio loro, nella propria diversità, a creare l’identità unica del paese del Pangiab. Inoltre, i luoghi ripresi in Rehmat ci riportano alla dimensione storica delle vicende accadute e ci aiutano a capire il dolore e le cicatrici lasciate a queste famiglie.
Il regista Gurvinder Singh ha spiegato come il termine Rehmat sia condiviso tra varie etneie, tra arabi, persiani, urdu e punjabi, ed è comunemente inteso da tutti come sinonimo di “compassione” o “grazia di Dio”. Gli sembrava il termine giusto per riassumere l’idea alla base del suo lungo e interessante film e dei personaggi che ci racconta e che rivelano tutti, l’uno in maniera diversa dall’altra, una grande umanità.
Rehmat – Regia e sceneggiatura: Gurvinder Singh; fotografia: Shashank Walia; montaggio: Shashank Walia; interpreti: Naseeruddin Shah, Suvinder Vicky, Diya Kamboj, Mita Vasisht, Harwinder Aujla, Passant Zafar, Navjot Randhawa, Anita Meet, Inder Bajwa, Sahej Aziz, Jasmanpreet Singh, Kantor Kaur; produzione: Vahao Studio, Pavo Film; origine: India/Francia, 2026; durata: 157 minuti.
