Ricchi…da morire – Delitti in famiglia di John Patton Ford

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia. Voto ***. Il curioso remake, più di settant’anni dopo, di Sangue Blu, la celebre dark comedy inglese del 1949 diretta da Robert Hamer e prodotta dagli Ealing Studios, con Alec Guinness nel ruolo di otto ereditieri aristocratici da eliminare. il regista e sceneggiatore John Patton Ford adatta il dispositivo del racconto nel contemporaneo mondo della grande finanza, focalizzandosi sul personaggio del killer diseredato, interpretato dal bravo Glen Powell, e della sua scissione tra Good Boy e American Psycho.

Uno dei grandi piaceri prodotti dalla visione di Sangue Blu  (1949), la celebre dark comedy inglese diretta da Robert Hamer e prodotta dagli Ealing Studios, dipendeva apertamente da un virtuosismo recitativo: il grande Alec Guinness interpretava infatti tutti e gli otto eredi in successione, inclusa Lady Agatha, della famiglia aristocratica intorno alle cui sorti è costruito il plot: uno ad uno verranno infatti assassinati dal giovane figlio di una delle discendenti rinnegata dal patriarca per aver scelto un matrimonio d’amore fuori dalle regole formali e di rango di quella decadente casata. E la scelta del solo Guinness per questo masochista tour de force di vittime indicava già l’elemento grottesco e mortifero di una classe sociale ridimensionata a tiro al bersaglio di una vendetta. Ricchi…da morire – Delitti in famiglia ne è il curioso remake più di settant’anni dopo, opera seconda dello statunitense John Patton Ford, ma, visto il gap temporale, si confronta, a partire dal conteso socio-culturale e storico differente (il capitalismo bancario statunitense), con un’altra forma di potere e di decadenza.

L’attenzione non è più tanto sul gioco eliminatorio degli otto o dieci piccoli indiani secondo un dispositivo narrativo che rimanda ad Agatha Christie, quanto sui conflitti e i paradossi dell’erede diseredato dal nome che già rimanda a un enigma e a un gusto dell’assurdo: Becket, killer inizialmente per caso ( chissà quanto il bravo protagonista Glen Powell, qui anche produttore esecutivo, si stia specializzando proprio in una variazione dell’uomo comune finito in un cul-de-sac noir come appunto in Hit Man-Killer per caso di Richard Linklater), motivato, più che dall’avidità, da un desiderio di risarcimento postumo nei confronti della madre. Nonostante l’apparenza imperturbabile e seducente da uomo immagine che comincia come commesso in un negozio di sartoria maschile e finisce per scalare l’apice del mondo finanziario al quale il suo prestigioso cognome, Redfellow, appartiene-rischiando comunque di cadere sotto la botola della pena di morte- conserva un senso di impotenza e di vaghezza rispetto alle proprie azioni.

Ricchi…da morire - Delitti in famiglia
Glen Powell

In Ricchi…da morire se alcuni delitti sono organizzati e preparati quasi scientificamente, studiando hitchcockianamente gli effetti che producono decessi apparentemente accidentali di talune sostanze chimiche, in altri casi la conseguenza della morte, per quanto funzionale al suo scopo, è preterintenzionale. Una dicotomia enunciata anche dai due personaggi femminili che seguono le sue versioni parallele  di Good Boy e di American Psycho: la dolce e colta insegnante di letteratura, che conquista ancora prima di far saltare per aria il cugino ottuso e  artistoide che la ragazza stava frequentando, e il primo flirt della sua infanzia povera, divenuta al contrario una donna spietata e manipolatrice, che aggancia il lato ricattabile, oscuro e ossessivo di Becket, spingendolo fino al limite più pericoloso e alla conclusione più amara e parossistica.

Come già detto si tratta di un meccanismo legato alle possibilità di messa in scena che il testo originario contiene in sé, e che in questo caso hanno a che fare con una prospettiva ben precisa adottata da Patton Ford, del quale si sente la continuità tra la mano più solida  dello sceneggiatore e quella non particolarmente inventiva del regista: a prevalere è infatti una sensazione di disattesa, di svuotamento, di sospensione che non prelude a nessun cambiamento o nuovo inizio, se non ad un ritorno al punto di partenza. La stessa ambientazione, che rimanda pure allo yuppismo bancario degli anni’ 80,  ripropone uno scenario a metà tra il comico e il thriller, evidentemente filtrato dalla centrifuga post moderna dei Fratelli Coen, senza però neanche l’affondo virulento ed eccedente di una mattanza nonsense, tanto per mettere all’indice l’imbecillità auto ed etero distruttiva dei rapaci esseri umani che confondono il valore simbolico della ricerca di un riscatto, con quello concreto e insanguinato dell’appropriazione del denaro. L’ineluttabilità assurda della vita di Beckett è dunque data dall’inserirsi da solo all’interno di un copione, salvo poi sabotarne, per scelta consapevole o incosciente senso di colpa, l’aspetto funzionale al suo più riuscito e soddisfacente compimento. Le sue vittime sono presentate o già come dei condannati da sigillare dentro una bara e tumulare nel sempre più allargato loculo di famiglia, o al massimo alla stregua di caricature superficiali, sciocche, paranoiche, egoriferite di un mondo dove la ricchezza non ha più nessun fondamento o senso contestabile, se non come pretesto per mandare avanti un gioco al massacro. Anche lo “scontro finale” con il nonno, origine di ogni sadismo e psicopatia, risolto in una maniera che ricorda  il confronto conclusivo tra Viggo Mortensen e il fratello capomafia William Hurt nella villa di quest’ultimo in A History of Violence di David Cronenberg, ha una durata molto più breve e concisa di quanto si poteva immaginare dalla suspense montata precedentemente. Si tratta di morti “dissanguate”, sterilizzate e astratte dalla realtà, per le quali è complicato provare compassione o dispiacere.

Ricchi…da morire - Delitti in famiglia
    Glen Powell e Margaret Qualley

L’unico personaggio del lignaggio ereditario la cui morte non è provocata in alcun modo da Becket, è infatti l’anziano zio che lo aveva riaccolto e inserito nel gruppo societario di famiglia (ignorando che quel nipote ritrovato, affabile e affidabile,  avesse causato il decesso, in quel caso veramente accidentale, del figlio degenerato del quale ora gli concedeva ora il posto di lavoro): la solitudine ospedaliera dell’uomo d’affari in dismissione è  forse il solo momento emotivamente rilevante di un racconto dove a vincere  retroattivamente è il punto di vista di Julia, la ragazzina riapparsa con le sembianze di una fredda dark lady, interpretata con un’algida e allucinata determinazione alla Sue di The Substance dalla splendida Margaret Qualley. Anche lei svuotata dal brivido caldo nel reiterato tentativo di imporre a Becket il suo perverso sogno romantico del grande amore di una vita, aggravando la follia uxoricida con il ricatto più sfacciato due ore prima dell’esecuzione.

E se consideriamo che gli avvenimenti sono raccontati da un Beckett ormai in carcere e rassegnato a un prete chiamato per confessarlo, si capisce come lo scacco di quella regina wannabe abbia quasi raggiunto la conformazione perfetta sulla sua scacchiera matta. Ma senza l’ombra ingombrante di una misoginia comunque fertile di prospettive e derive. Con la consapevolezza invece della parafrasi di un genere e la riformulazione di un celebre motto: È il paradosso della battaglia dei sessi, bellezza.  E tu non ci puoi fare niente, niente.

In sala dal 17 giugno 2026.


Ricchi…da morire – Delitti in famiglia (How to Make a Killing)  –  Regia e sceneggiatura:  John Patton Ford, basata sul romanzo Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman e sulla sceneggiatura del film Sangue blu di Robert Hamer e John Dighton; fotografia: Todd Banhazl; montaggio: Harrison Atkins; musica: Emile Mosseri; interpreti: Glen Powell, Margaret Qualley, Jessica Henwick, Bill Camp, Zach Woods, Topher Grace, Ed Harris; produzione: Graham Broadbent e Pete Czernin per Blueprint Pictures; origine: USA, 2026; durata: 105 minuti; distribuzione: Lucky Red.

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