Scarpe rotte. Voto ***. Uno sguardo al passato, mescolando le tracce della Storia con quelle di un immaginario femminile in emancipazione da ruoli prescritti e da destinazioni annunciate e interrotte. Nel suo ultimo film che apre le “Notti veneziane”, Roberta Torre rilegge la fine della seconda guerra mondiale, restando fedele alla propria poetica trasognata e audace, in dialogo con le immagini di repertorio che ne diventano un dispositivo di amplificazione.
Il cinema di Roberta Torre si è sempre rapportato alla storia, declinata al maiuscolo comune del suo significato spazio-temporalmente collocato come al minuscolo plurale della dimensione privata nella quale si espandono le istanze di profondi, umani sentire e desiderare, come dispositivo per mettere in scena la propria visione della realtà. E Scarpe rotte utilizza in una forma ancora più esplicita la mediazione dell’oggetto citato nel titolo, che è insieme l’una e l’altra cosa: dettaglio emblematico e simbolico di un’epoca e del punto di vista da cui parte il movimento che l’attraversa, e testimonianza di un possibile racconto autobiografico, in bilico tra la costruzione di un immaginario e l’irruzione di ciò che è accaduto. Ad una sfilata di personaggi per eleggere la storia più rappresentativa dell’edizione 1945 del concorso “Scarpe rotte”, ognuno traccia il percorso che ha portato le proprie scarpe ad essere così logore e malandate, nella maggior parte dei casi perché spinte fino al consumo estremo delle suole sull’asfalto di un’Italia devastata dai rastrellamenti, dai sequestri e dalle incarcerazioni del regime nazi-fascista.
È un prologo quello di Scarpe rotte già di per sé curioso, in quanto il giudice di questa competizione ha le sembianze severe e il tono paternalistico (ma più rassicurante e meno minaccioso) di un gerarca ripreso sulla superficie di un megaschermo; appendice e anticipazione al tempo stesso tra un sopravvissuto residuo di burocrazia ducesca e la proiezione distopica di un’orwelliana istituzione controllante che vuole stillare l’ennesima graduatoria, perfino tra gli sfollati e i perseguitati. Anche il modo in cui è stata chiamata la protagonista della storia selezionata contiene in sé un paradosso: Clara M., il cui nome sembra una crasi tra quelli di Claretta Petacci e di Mussolini, è invece la moglie di un intellettuale dissidente arrestato a Regina Coeli, e che ha trascorso tutto il 1944, a recarsi quotidianamente in carcere con quelle sue scarpe bucate per poter incontrare il marito, ricevendo sempre un rifiuto indiretto (il tempo dei colloqui era sempre finito “per oggi”).
Roberta Torre non è tanto interessata nelle sue Scarpe rotte agli avvenimenti della vita di Clara in quanto fatti da esporre, ma ne cerca la trasfigurazione poetica, immaginifica, fantastica e fantasmatica come aveva già fatto con le storie (vere) delle donne trans in Le favolose. L’idea della sala cinematografia, dello schermo, del set è palesata nell’apparato scenografico, con l’appartamento che Clara condivide assieme ad un’altra donna, Vera, anarchica e dissidente anche lei costretta a una forma di esilio e di reclusione, e che potrebbe essere, in un gioco di specchi e di doppi fortunatamente non troppo sottolineato, la Doppelgānger femminile del suo compagno, immaginata per averne ancora non solo il sentore della presenza e della vicinanza, ma anche la versione alterativa di una complicità e di un desiderio. Le loro confidenze sono commentate, con sarcasmo, compassione e saggezza, da un coro di tre donne che potrebbero alludere più direttamente alle Sorelle Matarazzi di Aldo Palazzeschi, o come una variazione del Trio Lescano o delle Triplettes di Appuntamento a Belleville (non canterine, però); riferimenti che enfatizzano la dimensione sospesa di donne tenute fuori e marginalizzate da quella società così brutalmente etero normata e che proprio nelle scarpe, identificate sovente come simbolo femminile vacuità, vanità e sperpero economico, trovano una forma di partecipazione attiva, di tenace e vivida presenza. Intorno alle stanze dove abita e dentro cui Clara celebra, nella lettura delle lettere a lui destinate, la coreografia sentimentale con Tommaso, l’uomo che ama, girano infatti le immagini della Storia, un archivio in bianco e nero dove ogni spiraglio di immaginazione è riportato alla crudezza dei bombardamenti, degli sfollamenti tra le strade e tra le case diroccate, tra le corse degli uomini e delle donne in fuga preoccupati di sopravvivere a quel terremoto epocale.

In Scarpe rotte il caos e la follia della Seconda guerra mondiale, specie nella sua accelerata e disorientata conclusione tra il 1944 e il 1945, trovano una tenace e poetica forma di resistenza nella fedeltà di Clara al suo amore, che non è solo una vaga promessa. È un tragitto e una destinazione, puntualmente interrotta dalla violenza del contesto che permea e avvolge persino l’immaginario più gentile; ma è anche il ricordo onirico di una tenerezza sensuale, che Torre rappresenta tra l’allusione e l’evocazione di un teatro di ombre e di silhouette, e la concretezza quotidiana di quei piedi, quelli di Clara e di Tommaso, poggiati gli uni sopra gli altri , alla ricerca del contatto che ne stabilisce la tenuta dell’equilibrio sulla terra che trema per le bombe e la consistenza fisica del legame che li tieni uniti nonostante l’impossibilità di prescindere dal resto e dai resti; dalle macerie che in quel momento, in una sorta di presa diretta della memoria sganciata da una ricostruzione consequenziale e analitica del tempo, stavano travolgendo e invadendo gli incroci, le vie , le piazze delle città.
Un realismo magico che la regista, fin dai tempi del suo folgorante esordio Tano da morire (1997, dove l’attualità cronachistica della mafia e delle sue strutture di potere veniva filtrata dal ritmo dissacrante di un musical rap), ha praticato cercando di aggirare le convenzioni e i limiti di un impianto narrativo piattamente mimetico dei tempi e dei modi della realtà, destinato a sfociare, talvolta, nel respiro corto della fiction para televisiva. Pur nella stringatezza della sua durata (poco più di un’ora, che però risulta compiuta per il discorso che vuole portare avanti), Scarpe rotte mantiene i tratti di una personale ricerca sul linguaggio cinematografico, inclusa l’interazione tra la dimensione onirica/fantastica e il repertorio storico, decisamente spostata a guardare verso il passato.
Già nel caso del precedente Mi fanno male i capelli era la storia del cinema incarnata dalla sovrapposizione tra le tranches dei film di Monica Vitti e la tranche de vie della sua autoproclamatasi alter ego Alba Rohrwacher a diventare la chiave di lettura per un disagio esistenziale; la necessità di riflettersi in qualcuna che è già esistita ed è stata conosciuta ed esperita in quanto creativa interprete ed artista per poter esprimere la parte più autentica e rimossa di sé stesse. Clara M., interpretata con uno stupore ed una grazia incantevoli dalla sempre brava Barbara Ronchi ( con un modernissimo lampo di nevrosi che insinua l’ambiguità anche nello sguardo più affabile), si rifugia a sua volta, un po’ per forza di cose e un po’ per scelta, nell’interno del proprio prescritto, scritto e riscritto sentimento (chissà se Torre ha pensato quantomeno al mood trasognato e struggente di Lettera da una sconosciuta di Max Ophūls o se è un riferimento troppo pretenzioso…), arrivando a vedere il proprio e altrui futuro dal foro di una suola bucata delle sue scarpe rotte.
E anche qui, con un mix di azzardata visionarietà e artigianale gusto camp, Torre proietta in Scarpe rotte la prossima Clara, diventata avveniristica e brillante scrittrice e liberata dal giogo della penitente amorosa, addirittura sulla luna, a posare la prima orma assieme a un cagnolino ritrovato in mezzo alla diaspora post-bellica. Laddove il senso non è sempre chiaro, e magari si avvertirebbe la necessità di un confronto con la contemporaneità esplosiva nella quale siamo immersi (questo più in generale da parte di un evasivo cinema italiano), la regista milanese compensa con l’integrità di una poetica che, seppur imperfetta ed evanescente, lascia un’impressione, anzi di più, un’orma, di innegabile simpatia e di anarchica libertà.
Scarpe rotte – Regia: Roberta Torre; sceneggiatura: Roberta Torre, Giorgio Vasta; fotografia: Daniele Ciprì; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Barbara Ronchi, Mersila Sokoli, Glen Blackhall, Diana Collepiccolo, Paola Giannetti, Tatiana Lepore, Alfonso Guadagnino, Michele Savoia, Rocco Castrocielo; produzione: Faber Produzioni, Stemal Entertainment, Draka Production, Rai Cinema; origine: Italia, 2026; durata: 67 minuti.
