Prima di esordire nella regia con il lungometraggio In Your Dreams (2017), Tam Wai-ching, nata a Hong Kong nel 1984, è stata una scrittrice, elemento, questo della narrazione, che in Someone like me, in Concorso al Far East Film Festival 28, la regista riesce sorprendentemente a calibrare, in un film che trova la sua cifra espressiva e visiva nella vicinanza ai corpi. Corpi-dettaglio che si fanno presente e che, insorgendo dall’inquadratura, risuonano percettivamente con i nostri, di corpi, e non più solo spettatoriali: una mossa con cui togliere chi guarda dalla zona di comfort del solo sguardo. Anche perché la storia raccontata da Tam è scomoda e abrasiva, trattando di esclusioni sociali e di desideri fuori norma, quali quelli di Mui (Fish Liew), la protagonista, una ragazza affetta da paralisi cerebrale dalla nascita e con abilità complesse la cui esplorazione il cinema non aveva finora avuto il coraggio di fare. Non almeno con questo realismo né con una spinta così incisiva verso il territorio, tattile, caotico e relazionale, implicato nel desiderio e nel piacere.
Someone like me si apre con un piano ravvicinato sulla bocca delicata e vibrante di Mui, poi, tramite un uso poroso dello sfocato, libero di dar luogo a esitazioni e procrastinazioni affioranti sul viso e il corpo (anche perché sappiamo che meno la linea è riconoscibile e più si offre alla vista), seguiamo la mano della ragazza cercare il proprio sesso. La mano piano piano perde parte della rigidità che la connota nella affezione, divenendo emanazione di una luce che contagia tutta la scena. Non c’è voyerismo in atto da parte della regista: in particolare non c’è lo sguardo di chi vuole catturare o usare una diversità o un desiderio altrui. Ed è proprio in una sequenza come questa, forse, che ritroviamo sia la capacità di rendere visibile il movimento e la pulsione, sia la valenza etica del dispositivo cinema.
Mui vive a casa con la madre, una donna inaridita che l’ha avuta in modo costrittivo e clandestino – da qui la paralisi che ha attaccato i suoi muscoli rendendo i movimenti del corpo scomposti e il linguaggio atrofizzato. La madre vorrebbe tenerla sotto un controllo costante e invasivo, terrorizzata non solo dai pericoli quotidiani, ma anche da quelli relazionali e legati alla scoperta della ragazza di avere un corpo non solo connotato dalla diversità. La paura della donna diventa paranoica al punto da arrivare a fissare una data per sottoporla a isterectomia, forse in ciò spinta anche da un proprio senso di colpa che reifica su Mui. La ragazza non vorrebbe fare questo intervento chirurgico, non sentendo la necessità di subire l’asportazione di parte del proprio corpo, che muove a modo suo ma dentro un contatto, e di più un’attrattiva che cerca e attiva verso gli altri. In questa ribellione, che chiaramente è anche un’istanza di autodeterminazione, Mui, tramite un amico che frequenta il suo stesso centro riabilitativo – un centro in cui ci sono anche spazi per la creatività e le sue molteplici forme di espressione -, viene a conoscenza della possibilità di avvalersi di una assistenza sessuale. Un concetto in generale ancora poco conosciuto, e un servizio la cui attivazione risente di impedimenti e ritardi, amministrativi e politici, ingiustificati come accade a Hong Kong – la ragione sembrerebbe allora da rinvenire non nella cura quanto nella repressione. Mui dopo una breve, e verosimile, esitazione risponde a questo stimolo con curiosità e accensione desiderante, decidendo di sperimentarsi al più presto in questo inedito luogo-dispositivo, viatico per conoscere e attivare il proprio piacere. Incontrerà Ken (Carlos Chan, che per selvatichezza e magnetismo ricorda Grégoire Colin, l’attore feticcio di Claire Denis), il ragazzo a cui viene “abbinata” dall’associazione (clandestina) che fa da intermediaria, per una serie di incontri in una stanza d’albergo. La regola prevede un limite di tre incontri, ma l’intensità e la schiettezza sprigionate da Mui non potranno che tendere la sua soggettività oltre quel perimetro. Assistenza sessuale, desiderio e amore diverranno figure emancipative e insieme anche fantasmi, istanze prossime anche a una sensibilità vicina al mélo orientale (il film è prodotto da Stanley Kwan).

Anche perché – altra scelta registica in Someone Like Me, riuscita sia su un piano narrativo che etico – Ken non è solo un ruolo di supporto a Mui. Oltre a svolgere il servizio di operatore esperto in assistenza sessuale, Ken, che ha una vita complicata e con tratti borderline, ha una presenza fantasmatica che lo spinge a incontrare persone – donne e uomini- bisognosi di aiuto, e di valorizzazione, per riuscire ad accedere al libero (e caotico) uso del proprio corpo queer. Si spingeranno oltre e non potrà essere altrimenti – d’altronde è il dare esistenza a desideri negati e il riformulare la giustizia, a richiederlo. Tuttavia se all’inizio la scelta del punto di vista è, come già suggerito, quello epidermico, ovvero di una mdp “presa” dalla confusività pulsionale dei corpi, filmati senza distanza né filtri, nel corso degli eventi, che porteranno alla rottura di tabù ma anche a scelte dolorose, e il cui senso va trovato nella fiducia di Mui non tanto riguardo forme mimetiche o posticce di empowerment, quanto piuttosto verso la verità (evitiamo lo spoiler), la regia assumerà una distanza dal corpo di Mui necessaria a lasciarla andare, libera.
Davvero notevole la performance di Fish Liew, attrice nota da decenni nel cinema di Hong Kong e qui chiamata a costruire insieme a Tam, durante una lunga preparazione, la complessità di un personaggio che non si dimentica, continuandoci a tenere per mano.
Someone Like Me (t.l. Qualcuna come me) – Regia e sceneggiatura: Tam Wai-ching; fotografia: Li Kam-po; montaggio: William Chang, Lai Kwun-tung, Tam Wai-ching; interpreti: Fish Liew, Carlos Chan, Alice Lau, Kate Yeung, Pally Lau, Lam Tze-yuen; produzione: Stanley Kwan, Catherine Kwan per Emperor Motion Pictures, Film Development Fund of Hong Kong; origine: Hong Kong, 2025; durata: 106 minuti.
