The echo chamber. Voto ***. A seguire dopo quattro anni Monica, il trentino Andrea Palloaro realizza da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci un film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. Un film in Concorso alla Mostra di Venezia 2026 che non lascia spazio alla speranza, forse in modo eccessivo.
La prima scena di The echo chamber, ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci mai realizzata come regista (firmata insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi), diretta ora da Andrea Pallaoro si apre con un colpo di scena: Leo (Luca Marinelli), un bel maledetto musicista drogato va in overdose accanto ad Anne (Alicia Vikander), la sua compagna. Subito dopo lo troviamo nella stessa casa da solo, malconcio, sullo specchio scrive un numero, 87, che capiamo essere i giorni passati da sobrio.
Quando esce di casa, l’indomani, arriva Anne. Fruga nell’immondizia, forse alla ricerca di prove che non abusi più di sostanze. Leo prova ad andare avanti senza di lei e senza stonarsi, fa sport, incontra una cantante famosa, Ava May (Susan Sarandon), che ha coinvolto in un progetto musicale. Parallelamente ogni giorno la sua ex si introduce in casa, mangia dal suo piatto, fuma i mozziconi presi dal portacenere, odora le magliette, ricorda con nostalgia in silenzio, nell’ombra, come un fantasma sui passi di un percorso già battuto.
Entrambi in The echo chamber vivono ricordando il passato insieme, entusiasmante ma presto bruciate come un fiammifero dallo stoppino corto.
In una alternanza di flashback e presente vediamo come i due amanti si sono conosciuti, lui in un post-operatorio per un dolore forte alla schiena chiama lei che va a casa sua fargli dei massaggi e a dargli antidolorifici, di cui diviene dipendente. Nel frattempo, si innamorano: un amore malato, tossico.
Leo è un uomo chiuso, diffidente, ferito. Capace di ascolto ma incapace di aprirsi al mondo. Dopo aver fatto l’amore la prima volta manda via Anne: Non sono capace di dormire accanto a qualcuno le dice, lei lo rispetta e raccoglie le sue cose, soffrendo in silenzio. Nel presente senza Anne Leo approfondisce il rapporto con Ava, la interroga sulla morte del compagno di una vita (impossible non pensare a Lou Reed e Laurie Anderson).
La donna dice che quando Benoit è morto ha capito che non si sarebbe mai più spogliata davanti a un uomo, che da chiunque altro sarebbe stata vista come una donna anziana. Parlano di assenza, di morti, di ricordi: Forse sono la stessa cosa i morti e i ricordi.
La musica procede, il rapporto tra i due cresce e li nutre. Suonano e compongono. Ava una volta gli racconta di quando provava in uno studio di registrazione tanti anni prima. Era finita per caso in uno stanzone enorme completamente vuoto. Era una stanza dell’eco. Propone di aggiungere l’eco al pezzo che stanno scrivendo, lo fanno e ci sta benissimo.
Leo si sente solo ma non ha il coraggio di chiamare Anne. Lei lascia prove del suo passaggio, un cuscino fuori posto, una tazza a pezzi rincollata. Il legame è vivo ma entrambi lo temono, si sono bruciati, il dolore è un compagno infido.
Ava confessa a Leo: C’è stato un tempo in cui l’eroina mi ha salvato la vita. Tutti meritano una pausa dal dolore. Ma tu lo puoi usare.
La storia d’amore tra Anne e Leo è un campo di battaglia in cui tutti perdono. Gli amici di Leo sono preoccupati, Leo cerca di non perdersi, ci riesce ma non se ne accorge, si sente mancante, gli manca Anne.
La casa di The echo chamber è abitata due volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.
Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande che restano insolute.
The echo chamber è un film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato, recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli), ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.
Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.
Nel complesso, l’aspetto meno riuscito di The echo chamber resta una ostinata volontà di dare un senso alla vita che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.
Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della sala di questo The echo chamber.
The echo chamber – Regia: Andrea Pallaoro; sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Ilaria Bernardini, Ludovica Rampoldi; fotografia: Diego Garçia; montaggio: Paola Freddi; musica: Clément Ducol; interpreti: Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon; produzione: Indigo Film, Rai Cinema, Versus Production; origine: Italia, Belgio, 2026; durata: 123 minuti; distribuzione: 01 Distribution.
