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Voto
Il cinema del duo italo-austriaco Tizza Covi e Rainer Frimmel si è sempre situato al sottile discrimine fra documentario e fiction. È quanto accade anche nel film presentato in Concorso a Berlino dal titolo inglese The Loneliest Man in Town, un titolo di voluta ambiguità perché da un lato è una calzante definizione del protagonista interpretato ad Alois Koch, alias Al Cook e dall’altro è il titolo di una sua canzone.
Stiamo parlando infatti di un musicista molto noto in Austria, che folgorato all’età di soli dodici anni dalla visione di Amami teneramente (Loving You, 1957, di Hal Kanter) con Elvis Presley, cominciò a imitarne la musica, salvo poi, definitivamente, passare al blues. Alois Cook dunque interpreta sé stesso, un personaggio e artista che ha chiaramente vissuto giorni migliori, con la casa e la cantina strapieni di cimeli (strumenti musicali, vinili, audio e videocassette, fotografie etc.) che celebrano il suo glorioso passato. Un personaggio patetico, verrebbe da dire, eppure Al/Alois ha mantenuto un certo leggero distacco, un umorismo tipicamente viennese che non lo inducono mai all’autocommiserazione.
La leggerezza è il tono che si fa maggiormente apprezzare in questo film che per tanti aspetti ricorda quelli di Gianni di Gregorio, con quel modo di affrontare le disgrazie o semplicemente le sorprese della vita con candore e benevola rassegnazione.

Poiché Alois/Al non è soltanto sopravvissuto a sé stesso ma rimane vittima di una speculazione immobiliare da parte di un’impresa di pescecani che intendono demolire e rifare da capo a piedi un edificio nella celeberrima Ungargasse, dove visse per 7 anni la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann (ma fra i suoi abitanti all’inizio dell’800 si conta anche Beethoven). Tutti se ne sono andati, prima o poi, ma Alois/Al resiste, quella casa museale, piena dei ricordi di una vita, fra cui quelli dell’amata moglie Sylvia persa prematuramente, non riesce proprio a lasciarla, è diventata parte integrante e irrinunciabile della propria identità. Fin quando loschi e grotteschi figuri, incaricati dall’impresario, cominciano a fargli offerte in denaro, a minacciarlo, a entrargli in casa di soppiatto, a staccargli le utenze (luce, acqua, gas), una tecnica minatoria a cui questi speculatori non di rado ricorrono, una delle più spietate forme di gentrification aggressiva.
E Alois, lungi da avere la voglia e la forza di intentare causa, finisce per rassegnarsi, comincia a mettere in vendita le centinaia di oggetti pieni oltremisura di, per citare il bel film nordico nelle sale, Sentimental Value, comprando, con i pochi soldi che gli hanno dato un biglietto di sola andata per il sud degli States (Memphis e poi il Delta del Mississippi che da sempre hanno costituito, il punto di riferimento del suo orizzonte musicale) dove intende definitivamente stabilirsi. Difficile immaginare che quel viaggio finirà davvero per compierlo. Ma non si può mai sapere.

Il film è un autentico one man show. Vi è unico altro personaggio, una vecchia fiamma di chi sa quanti anni prima con cui ricomincia a vedersi e che sarebbe disposta ad offrirgli asilo nell’attesa di prendere – per entusiasmo o disperazione – il volo oltreoceano. L’incontro con lei è esilarante: la relazione a suo tempo finì perché Alois aveva regalato dischi di Presley a una donna che invece adorava i Beatles… Accetterà l’ospitalità? Non si sa. Il film si conclude con una desolante inquadratura della casa ormai spoglia, e una tenda bianca che oscilla al vento.
The Loneliest Man in Town è un opera onesta, a tratti anche molto divertente, il dialetto viennese, ovviamente, ci mette del suo, un film, forse, un po’ povero di materiale, tanto che i registi, esposta la costellazione di fondo, sono un po’ costretti a ripetersi e a variare sul tema; si aspetta a più riprese uno scatto, l’ingresso di un qualche personaggio che produca una qualche svolta, ma forse è troppo pretendere, chi mai avrebbe potuto, anche solo come controcanto, come deuteragonista affiancarsi, opporsi a un personaggio che è il più solo in tutta la città?
L’ultima delle molte canzoni che sentiamo è una cover di Love In Vain di Robert Johnson; ne aveva fatto uso anche Wim Wenders in una breve sequenza di Nel corso del tempo, dove, se non ricordo male, Rüdiger Vogler si fermava alla stazione di Wolfsburg. Chissà che il Presidente della Giuria non voglia conferire un qualche premio a questo simpatico, gradevole film?
The Loneliest Man in Town – Regia: Tizza Covi, Rainer Frimmel; sceneggiatura: Tizza Covi; fotografia: Rainer Frimmel; montaggio: Tizza Covi, Emily Artmann; musica: Al Cook; interpreti: Alois Koch (Al Cook), Brigitte Meduna (Brigitte); produzione: Wento Film, Be For Films; origine: Austria, 2026; durata: 86 minuti.
