Torino F.F.: Amen di Andrea Baroni (Fuori Concorso – Premio Interfedi)

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Sin dal titolo di questo primo lungometraggio per la regia di Andrea Baroni, lo spettatore s’aspetta un’opera che lo coinvolga spiritualmente. E certamente ciò accade, anche se il trasporto interiore avviene in una forma che potrebbe essere individuata con la seguente espressione: “con la giusta distanza”. Oggettivata insomma. Nel senso che la storia che questo film ci narra sembra presentarci più una situazione a-storica, forse se si vuole anche metafisica; certamente, per quelli che sono i suoi segni caratteristici, eternamente valida perché possibile sempre.

Per essere doverosamente più chiari, vanno chiariti alcuni elementi della vicenda. Ci troviamo catapultati, in un tempo non bene precisato, tra le mura domestiche di un vecchio casolare (abbastanza malridotto e dall’aspetto quasi disabitato) dove però poi si scopre esserci vita al suo interno. La prima immagine-sequenza, quella di una giovane donna (Silvia, la madre – Silvia D’Amico) in primo piano che riceve la comunione in forma privata (con tanto di voce fuori campo che recita le sacre scritture e una mano che le porge calice e corpo di Cristo) e subito dopo sviene, resta presente per tutta la durata del film per due ragioni: la prima sta nel fatto che questa figura non si rivedrà più (se non in foto, venendo anche richiamata più volte dai protagonisti che ogni volta sottolineano la sua assenza-mancanza); la seconda è insita nella storia, presa nel suo insieme, dato che quei primi minuti iniziali, con il loro portato, rimarranno come riferimento per lo spettatore rispetto al susseguirsi degli episodi successivi che avranno in comune, per tutta la durata del film, il tema del religioso, ma soprattutto come questo tema viene affrontato quotidianamente nel casolare. Qui tre sorelle (Sara, Esther e Miriam), il loro padre (Armando) e la loro nonna (Paolina): insieme conducono una vita in quello che si potrebbe definire “un sistema chiuso”. Una monade in fondo, dove tutto si auto-muove e auto-alimenta senza alcun tipo di rapporto con l’esterno e con propri simili. Il loro mondo esterno è la terra che, coltivata giorno dopo giorno, offre i suoi frutti. E questo sistema va avanti (s’immagina) da sempre. Qui il collante, il punto fermo che fa da “centro di gravità permanente” è il timore di Dio che impregna tutto sino al sottosuolo, che attraverso la lettura dei testi sacri (il che aprirebbe la domanda che riguarda argomenti ermeneutici) indottrina le regole severamente e in modo esclusivamente formale. Le sensazioni che subito si ricevono sono quelle legate più a un sostanziale rifugio-isolamento (nella parola di Dio) dal mondo estraneo, lontano anni luce (che viene descritto come il regno dei lupi, e qui la mente non può che andare alla fiaba di Cenerentola) e che al massimo giunge a farsi sentire per mezzo di una piccola radiolina portatile (tipo quella che, due generazioni fa ormai, permetteva di ascoltare le radiocronache sportive dai campi di pallone “alla domenica pomeriggio”). Però il pericolo, capace di creare alterazioni come turbamenti, più che venire da fuori, sembra essere già presente in loco. Infatti, sarà l’inizio della pubertà verso quella “età dell’innocenza” che coinvolgerà le prime due sorelle a far emergere le contradizioni del loro stato di cose. In fondo, a volte l’eccessiva premura può anche trasformarsi in dramma, se non addirittura in tragedia. Pertanto, se l’adolescenza è la scintilla, come accade ogni volta che giunge “lo straniero” così l’arrivo di Primo (il cugino), giovane e soprattutto forte, è il fuoco che divampa e brucia tutto ciò che viene a trovarsi sul suo cammino. Allora, come l’intruso nella conchiglia dell’ostrica diventa poi perla, ma pure come quando in un meccanismo che regolarmente funziona s’applica un nuovo ingranaggio ciò rischia di compromettere tutto l’insieme, così succede nella vita del vecchio casolare. Per le due sorelle maggiori sarà scoprire, per la prima volta e fino in fondo, l’altro e cosa può essere l’alterità (terrena però); per il padre e la nonna non potrà che significare l’alba del fallimento a cui seguirà purtroppo qualcosa più della mera rovina. Si salverà (forse) solo la piccola delle sorelle, Miriam, che ha già visto tutto, che si potrebbe chiamare “la donna di domani” e che da sola sarà in grado a salire la collina. E, come ci fece vedere il poeta, al di là della siepe e degli ulivi, scoprirà l’infinito-oltre da cui ripartire e pensarsi nel mondo finalmente, libera di esperire tutta se stessa e gli altri, di sbagliare come di riuscire. In una sola parola: vivere. Interessante notare la colonna sonora composta principalmente da canzoni anni ’60 (che un po’ “storicizzano” il film), tra cui quelle di Patty Pravo (“Pensiero stupendo”).

Ma soprattutto quello che ci ha convinto di più è l’uso più volte adoperato del primo piano, grazie a cui si riprendono piccolissimi particolari sia dei volti dei personaggi (in particolare, delle tre sorelle) che del lavoro delle mani: tutta l’opera, ci piace pensare così, passa attraverso questi close-up (che esprimono bene un certo tipo di lirismo, messo a fuoco da una fotografia molto curata), davvero belli anche presi singolarmente.

«Nei pressi di Roma – annota il regista Andrea Baroni – avevo scoperto un luogo che mi catapultava nella percezione dell’infanzia, nel passaggio tra quella e l’adolescenza, mentre mangiavo fichi e attendevo il primo pomeriggio, in attesa che gli zii, i genitori e i cugini si svegliassero dalla siesta. Un casolare che assomigliava tremendamente a quello dei miei nonni con i quali trascorrevo i tre mesi estivi sulla costa laziale. Una volta in quel luogo, ho usato l’intuito e maneggiato la materia che avevo a disposizione. Cercavo di formare gli oggetti reali che trovavo, per arrivare a una deformazione nella psicologia dei personaggi, senza paura di raccontarli, estremizzandoli lì dove potessero diventare paradigmatici».

Ancora una volta il nostro passato allora, quello trascorso specialmente durante l’estate da bambini, ci viene incontro e ci salva, fosse anche per un momento, dal presente poco proiettato verso futuro.


Amen –  Regia e sceneggiatura: Andrea Baroni; fotografia: Niccolò Palomba; montaggio: Federico Palmerini, Giuliana Sarli; scenografia: Roberta Montemale; musiche: Diego Buongiorno; interpreti: Silvia D’Amico (Silvia, la madre), Grace Ambrose (Sara, figlia), Francesca Carrain (Esther, figlia), Luigi Di Fiore (Armando, il padre), Paola Sambo (Paolina, la nonna), Valentina Filippeschi (Miriam, figlia), Simone Guarany (Primo, cugino); produzione: TNM; ; origine: Italia, 2023; durata: 89 minuti; distribuzione: Fandango.

 

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