Torino F.F.: Vangelo secondo Maria di Paolo Zucca

Stavolta è d’uopo una premessa: chi vi scrive fino al primo agosto è stato in forza alla redazione di Sky Cinema, e ha seguito per quella piattaforma l’intera lavorazione del film di cui ci occupiamo oggi, Vangelo secondo Maria, dalla sceneggiatura al missaggio. Non sarò obiettivo, perciò, provando però ad essere per lo meno onesto.

In origine fu il libro, il romanzo omonimo che Barbara Alberti (qui anche sceneggiatrice insieme all’ex marito Amedeo Pagani e al regista del film Paolo Zucca) scrisse nel remoto 1979: un romanzo militante concepito e partorito quando infuriavano le prime storiche battaglie femministe. La scrittrice umbra, che ha poi sintomaticamente militato nel Partito radicale, volle compiere un gesto sovversivo, scopertamente polemico: far ridere la Madonna, che negli altarini della sua infanzia invece piangeva sempre; perché afflitta già allora da quella che già non si chiamava cultura patriarcale. “Perché pur essendo la madre di Dio – s’indigna l’Alberti – nei Vangeli non ha facoltà di parola: è subalterna e negletta, relegata nel ruolo di immacolata fattrice per volontà divina”.

Il libro nasce col dichiarato desiderio di scandalizzare; vi si racconta infatti la più blasfema delle vicende: la Madonna, come una suffragetta primonovecentesca decide di ribellarsi al ruolo che la cultura ha scelto per lei, lancia una inaudita sfida a Dio e consuma un deicidio: abortisce Gesù. Così è nel libro, figlio – come dicevamo – dei suoi tempi rivoluzionari.

Gli anni passano e gli animi si stemperano, l’Italia entra nella fase del riflusso e del disimpegno; però sempre vive nel cuore della sua autrice il desiderio di far sorridere la Madonna e sottrarla così al giogo machista tramandatoci dalle sacre scritture. Ma i tempi per una reviviscenza cinematografica di quell’eroina femminista non sono ancora pronti; c’è prima bisogno che si affacci sulla scena un regista allegro e rigoroso come Paolo Zucca, innamorato della sua Sardegna e del cinema di Pier Paolo Pasolini. Zucca che girerà all’inizio del millennio un cortometraggio sul mondo del calcio di periferia, stilizzato e in bianco e nero. Lo produce Amedeo Pagani, che dopo una carriera da sceneggiatore si dà alla produzione, realizzando alcune opere di Theo Angelopoulos e Wong Kar-wai. Ma anche di giovani autori italiani come Vincenzo Marra, Marco Bechis e questo caparbio regista di Oristano, che frequenta casa sua come un amico.

Benedetta Porcaroli, e Alessandro Gassmann. Foto di Francesca Ardua

Lì germina il primo seme del Vangelo cinematografico: vista la cura antropologica con cui Zucca dirige i volti senza tempo delle sue comparse sarde e lo sguardo etnografico con cui osserva la sua terra, Barbara e Amedeo capiscono che lui può essere il regista di quel film e la Sardegna del terzo millennio trasformarsi nella Palestina dell’anno zero.

Gli anni passano: L’arbitro diventa un lungometraggio con Stefano Accorsi, cui segue un secondo film ancora ambientato in Sardegna, diretto da Zucca, prodotto da Pagani e stavolta scritto anche da Barbara Alberti: L’uomo che comprò la Luna, ancora una commedia piuttosto originale. Ad affiancare “La luna”, la casa di produzione di Pagani, qui c’è anche la più nota “Indigo” di Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori.

Ora davvero tutto è pronto perché il pamphlet scandaloso degli anni ’70 possa vedere la luce della sala, manca solo che Sky decida di farne uno dei suoi Sky Original.

Limata la sceneggiatura, che viene rimaneggiata più volte per affrontare il nodo quasi blasfemo del libro, si può partire: destinazione Sardegna. Zucca non ha dubbi: la Terra Santa rivivrà in terra sarda, tra Menhir millenari, Tombe dei giganti, e nuraghe sbalorditivi. Non solo: richiama tutte le comparse apparse nei suoi precedenti lungometraggi e chiede loro soltanto di essere loro stessi; del resto, che differenza può esserci tra un pastore di 2000 anni fa e uno che vive oggi nella Barbagia più remota? Pochissima. Pasolini ce lo ha insegnato, si può fare: il suo Gesù era un sindacalista antifranchista doppiato da Enrico Maria Salerno e gli atri attori di quell’immortale capolavoro furono scelti tra i contadini del sud Italia, in cui ricreò la sua Palestina.

Sul cast nessun dubbio, decise Pagani: “la Porcaroli è benedetta tra le donne sin dal nome di battesimo, e poi possiede il giusto physique du rôle: bella di una bellezza quasi eterea, già esperta ma ancora giovane, più giovane di quello che i suoi 24 anni non dicano”. “Accanto a lei – s’infervora la Alberti – non serve un Giuseppe troppo vecchio, come tramandato da certa tradizione iconografica, in fondo avrà avuto circa quarant’anni, facciamolo bello!” Si punta su Alessandro Gassmann, che si trasforma in un credibile gigante buono, maestro di scienza e campione suo malgrado di temperanza.

Accanto a loro si riconoscono l’ex Don Savastano di Gomorra, Fortunato Cerlino, nel ruolo di un sacerdote oscurantista come spesso è stato il clero nella storia dell’uomo; Giulio Pranno (apprezzato finora in Tutto il mio folle amore e Comedians di Gabriele Salvatores), in panni e ali meccaniche dell’arcangelo Gabriele; e soprattutto Maurizio Lombardi, che ci restituisce un Erode sofferente e psicopatico letteralmente spaventoso.

Della troupe occorre per lo meno menzionare il direttore della fotografia Simone D’arcangelo, che ha confessato di essersi ispirato a un cinema austero come quello del russo Andrej Tarkovskij, e in particolare al suo indimenticato capolavoro Andrej Rublëv; il compositore della colonna sonora Fabio Massimo Capogrosso, primo compositore in residenza della storia della Filarmonica Toscanini, che ha qui rielaborato L’Arpeggione di Franz Schubert; e infine la costumista Beatrice Giannini, che ha realizzato dei costumi evitando sistematicamente la citazione del già visto (“che nessuno abbia mai modo di pensare al Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli!”), recuperando tessuti e suggestioni floreali direttamente dal territorio.

Il risultato è un’opera decisamente sui generis, che ha il sapore di tutti gli ingredienti che abbiamo appena finito di elencare, assumendo però un gusto autonomo, del tutto peculiare, con qualcosa di sanamente demodé: un oggetto filmico sganciato da logiche produttive corrive e da troppo comodi stereotipi tematici e stilistici. Anche l’assunto femminista è qui ben distante da certa moderna furia di genere, che parrebbe voler condannare il maschio in quanto tale. “L’uomo è nostro complice – si sgola la Alberti, che non ha certo bisogno di patenti di femminismo – non è per forza il nostro carnefice!”

Pur essendo la storia delle storie, la vicenda biblica è qui attualizzata e capovolta di segno, mutandosi in un manifesto programmatico contro l’ignoranza e a favore del libero arbitrio. Lo fa però senza certe sottolineature retoriche tanto care a molto recente cinema d’autore e di cassetta, senza troppi ammiccamenti sentimentali; ma con un rigore insieme colto e semplice come è il suo regista, scabro ed eterno come la Sardegna che non è mai – lo vedrete – soltanto una location.

Ve lo dicevo, non avrei potuto essere oggettivo, troppe le emozioni vissute su quel set arcaico e remoto, compresa una tempesta di fulmini che ha messo a repentaglio l’incolumità di tutti i presenti, ma alla fine ci ha regalato l’inquadratura più magica dell’intera pellicola che sembra ricreata in CGI per quanto è unica (secondo Zucca puro Tarkovskij, per Pagani decisamente molto più Angelopoulos).

Non ho fin qui rilevato alcun difetto, infatti, e mosso alcuna critica; non l’ho fatto e non lo farò adesso, mentre tiro le somme, non perché io subisca dei condizionamenti morali dalla società per cui ho lavorato per oltre 20 anni ma perché spero che un film così inconsueto e coraggioso – persino temerario nel suo essere controcorrente nei confronti del gusto imperante – venga visto e apprezzato, anche al di là dei suoi punti di debolezza che pure ci sono. Perché se lo merita, secondo me, per tutto quello che vi ho raccontato.


CREDITS & CAST

Vangelo secondo Maria Regia: Paolo Zucca; soggetto: Paolo Zucca, Barbara Alberti; sceneggiatura: Paolo Zucca, Barbara Alberti, Amedeo Pagani; fotografia: Simone D’Arcangelo; montaggio: Marco Spoletini; scenografia: Luciano Cammerieri; costumi: Beatrice Giannini; musiche: Fabio Massimo Capogrosso; interpreti: Benedetta Porcaroli, Alessandro Gassmann, Fortunato Cerlino, Maurizio Lombardi, Giulio Pranno; produzione: La Luna, Indigo Film, Vision Distribution; origine: Italia, 2023; durata: 103’ minuti; distribuzione: Vision Distribution

 

 

 

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