Vampire Humaniste Cherche Suicidaire Consentant di Ariane Louise-Seize (Vincitore del GdA Director’s Award 2023)

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Qualcuno ricorderà Lasciami entrare, gran film svedese diretto da Thomas Alfredson e tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist, un toccante racconto di formazione horror che raccontava l’incontro e l’attrazione tra una vampira eternizzata nel corpo di una bambina e un un ragazzino introverso e fragile, sperduto nei riti di iniziazione della pre adolescenza. I protagonisti di questo Vampire humaniste cerche suicidaire consentant  (Vampiro umanista cerca suicida consenziente) sembrano degli epigoni in tono minore di quei due personaggi, dei quali viene rovesciata la prospettiva in una duplice accezione. Se nel film di Alfredson a prevalere era il punto di vista del ragazzo, che attraversava il confine tra l’ordinario e lo straordinario nel sentire una risonanza con quella coetanea solitaria e ferita, scoprendone l’ineluttabile status identitario di creatura condannata a vivere per sempre nell’ oscurità (e nel pericolo costante della minaccia e dell’abuso), adesso prevale la dimensione ironica e grottesca, fin dall’incipit: gli occhi di una bambina coperti dalle mani del padre di fronte a un regalo di compleanno, una festa organizzata con tanto di clown e poi quella famiglia che sembra uscita da una cartolina natalizia raffigurante la buona borghesia francese degli anni ’50 e che di fronte alla performance non proprio esaltante del malcapitato saltimbanco dichiara di avere fame tirando fuori un paio di inequivocabili canini. Gli adulti consumano quel banchetto cannibalesco consumato dentro un baule, che rimane però fuori campo, proiettato sul volto terrorizzato della piccola festeggiata, a sua volta resa partecipe, anche se ancora solo come testimone, di un macabro stato delle cose. D’ora in poi la sua esistenza sarà finalizzata a procacciare vittime cui estirpare tutto il sangue da conservare dentro delle pochette, borsette trasformate in lugubri snack da passeggio da bere. Condicio sine qua non per la sopravvivenza di un vampiro, visto che l’unico nutrimento possibile è il sangue umano.

Ma la bambina e poi adolescente Sasha si ribella a questa delittuosa pratica di voracità e omicidio, arrivando persino ad opporsi di far crescere i canini necessari per mordere e succhiare. Almeno fino all’incontro con Paul, un giovane disadattato aspirante suicida con cui scoprirà nuove, reciproche soluzioni alternative al copione già scritto per entrambi di vittima e carnefice.

L’esordiente canadese Ariane Louis-Seize , pur nelle cornice che si allontana sempre di più dalle connotazioni dark e controverse della storia per evidenziarne gli aspetti comici e teneri, mette comunque tanta carne al fuoco e tocca, senza calcare la mano in eccessivi simbolismi o passaggi troppo didascalici, le corde vibranti sottotraccia alla buffa, goffa e laconica compagnia formata da Sasha e Paul.

Il cercare un loro modo di stare al mondo al di fuori delle pressioni familiari e sociali (la madre di Paul vorrebbe curarne le tendenze suicide attraverso la terapia di gruppo) è rappresentato attraverso un rocambolesco succedersi di contingenti situazioni da slapstick comedy, con cadute, fughe, stupori e tremori che appaiono sui volti dei due espressivi interpreti principali (Sara Montpetit e Felix Antoine Bernard); e la sequenza migliore, seppur con un irritante sentore di carineria un po’ artefatta più che ispirata, è proprio quella in cui i due diffidenti ragazzi entrano in sintonia ascoltando un vecchio vinile e iniziando a muoversi insieme, tramutando la mestizia in gioia e la rigidità/staticità in un fluido ondeggiare a cui non è estranea una spontanea, liberatoria pulsione sessuale (soprattutto rispetto agli istinti suicidi-omicidi che si alternano in entrambi).

Con tutta la filmografia adolescenziale che è passata sul vampirismo in particolare nello scorso decennio (a parte Lasciami entrare, la saga giovanilistica di Twilight improntata a creare un iconico ed epico immaginario neo divistico con la coppia Robert Pattinson-Kristen Stewart), emerge sicuramente un qualcosa di derivativo nel film di Seize, ma che forse non riguarda neanche più di tanto i film appartenenti a quello specifico genere. La descrizione dell’apparato familiare è un controcampo schiacciato nell’omologante orizzontalità di una foto ritratto rispetto al processo di soggettivazione di Sasha, combattuta tra una tensione trasformativa e l’aderenza a ciò che è sempre stato. Un dilemma che ricorda un po’ quello attraversato dalla protagonista del francese La famiglia Belier, dov’era la sordità a rappresentare per lei, unica a non esserne affetta, una condizione vincolante a suoi parenti nell’interporsi e relazionarsi con il mondo esterno.

Il processo per Sasha sembra ribaltato perché le si chiede di uscire di casa e di diventare autonoma, mantenendo però sempre un patto di continuità e di protezione che la ragazza vorrà invece spezzare (il ritmo è quello della pochade dove il tentativo di seguire una strada diversa viene continuamente rimandato e messo in discussione, e a ogni angolo c’è una svolta e una sorpresa).

E, continuando per assonanza rispetto a ribaltamenti e capovolgimenti di senso, potrebbe trattarsi di una variante ironica su delle questioni affrontate da Raw (2016), l’opera prima di Julia Ducournau, in cui una giovane studentessa universitaria scopriva la propria natura cannibalesca, discendente dal ramo materno, rifiutandone inizialmente , come fa Sasha con i suoi canini, la virulenta e aggressiva espressione fino a cercare una maniera, ben più drammatica e meno creativa, per poterci convivere.

C’ è dunque del già visto che però riesce a non prevalere sull’ aspetto più originalmente divertente della messa in scena pop e colorata,  e una tendenza più virata sull ’intrattenere; la superficie calda e ben confezionata di un divertissement che aspira, qua e la , a qualche pennellata di stramba , eccentrica poesia.

E se in fondo Paul chiede a Sasha un “Per favore, mordimi sul collo!”, lo fa perché sa di avere un’alta soglia del dolore e che quindi non gli farà poi così male .
Come questo film la cui mordacia non affonda, ma lascia il lieve prurito di una gradevole punzecchiatura.


Vampire humaniste cerche suicidaire consentant – Regia: Ariane Louis-Seize; sceneggiatura: Ariane Louise-Seize, Christine Doyon; fotografia: Shawn Pavlin; montaggio: Stephane Lafleur; musica: Pierre-Philippe Cote; interpreti: Sara Montpetit, Felix- Antoine Benard, Steve Laplante, Sophie Cadieux, Noemi O’Farrell, Marie Brassard, Patrick Hivon, Marc Beaupre; produzione: Jeanne-Marie Poulain, Line Sander Egede per Art et essai; origine: Canada, 2023; durata: 92 minuti.

 

 

 

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