Verity di Michael Showalter (2026)

Verity. Voto **. Un thriller artefatto e derivativo, che una sceneggiatura confusa non aiuta mai a trovare un focus dal punto di vista del racconto e che un regia monocorde appiattisce in maniera patinata. Si salva la Verity di Anne Hathaway e i suoi monologhi interiori che distorcono la realtà e ne mostrano la faccia più brutale e predatoria.

Il tema del doppio, dello scambio di personalità, del rapporto tra realtà e finzione è stato ampliamente sfruttato, esplorato, messo sotto la lente d’ingrandimento da qualsiasi prospettiva e in qualsiasi da parte del cinema thriller e horror. Già partendo da questo presupposto, Verity, tratto da un romanzo di Colleen Hoover, avrebbe dovuto inserirsi con un’incisività e un’originalità tali da permettergli di ricavarsi un posto dentro un immaginario di genere già saturo, e che sta facendo i conti con le derivazioni ed i residui (che era un’altra delle riflessioni contenute nella strepitosa metanarrazione di Camp Miasma). Il marchio di fabbrica Amazon (una fabbricazione, bisogna ribadirlo, astratta, algoritmica, strumentale) già riporta invece l’orizzonte estetico e del racconto di questo noir tra accelerazione erotiche e paludoso melodramma famigliare (tutto rimasto molto impotenza) in uno spettacolo da seconda serata: Verity Crawford è il nome didascalicamente simbolico di una scrittrice di best seller di genere  (thriller e horror, ovviamente), genericamente costruiti intorno al concetto di virtù e delle sue degenerazioni , che circa un anno dopo una presentazione molto glamour ritroviamo paralizzata e ammutolita a causa di un non meglio  precisato incidente stradale. Il marito, un aitante ma incupito agente immobiliare, ingaggia tramite la casa editrice per cui lavora un’altra scrittrice, semi sconosciuta e più giovane, della stessa tipologia narrativa per poter a termine, come farebbe una ghost writer, la serie di romanzi sulle virtù, attesa da milioni di lettori appassionati.

Non si tratta però di scrivere in smart working imitando lo stile della più affermata autrice, perché Lowen, l’altra lei, sfrattata e con la madre appena morta di cancro, si trasferirà nella tenuta in mezzo ai boschi del Vermont, con il signor Crawford, che si chiama Jeremy, Crew, il figlio della coppia, la stessa Verity in carrozzina e in stato catatonico, e una badante di passaggio (accessoria tanto come possibile “colpevole”, quanto come effettiva funzione all’interno della casa). Il pretesto, letteralmente, è riordinare la miriade di appunti di Verity, che nascondono almeno un clamoroso “Ester egg”. Uno scenario, in effetti, da Camp Miasma, con tanto di lago nel quale sempre un anno prima era annegata l’altra figlia, con un surplus di traumi buttati là senza che se ne avverta il segno lasciato (a parte facce contrite, qualche articolo di giornale on line e l’accenno di un rarefatto clima misterioso).

Il problema principale, presente  di fatto più nella sceneggiatura confusa e sconclusionata di tal Nick Antosca che nella regia monocorde di Michael Showalter ( già autore di uno sgangherato biopic al femminile, Gli occhi di Tammy Faye, che valse l’Oscar a una Jessica Chastain mai così in overacting), è la definizione dei personaggi, in particolare di quello di Lowen: il suo muoversi tra l’amorevole preoccupazione per salvare Jeremy,  intrappolato in un senso di colpa probabilmente  attivato da una machiavellica messa in scena ordita da Verity, e il desiderio avido di impossessarsi della vita della donna (il successo, la ricchezza, l’amore coniugale e filiale) è descritto in modo talmente goffo, blando, tirato via, in quanto non centrato, da non conquistare o anche semplicemente intrigare lo spettatore.

Anche il tentativo di innesto di una qualche tensione sessuale triangolare è così sottolineato, ammiccante, patinato da lasciare abbastanza disinteressati. In una sequenza particolarmente significativa, dove si vorrebbero confondere i piani del sogno, della realtà e dell’immaginazione, Lowen entra nella vasca del bagno dello studio/camera/antro psichico e immaginifico di Verity e si masturba pensando di sedurre Jeremy sul divano, con accanto, impotente eppure costretta ad essere testimone, la sua alter ego. Non si è tanto disturbati percettivamente o disorientati dalle dimensioni messe in gioco, quanto ci si focalizza invece sui grossolani errori fatti nel processo di sovrapposizione e di slittamento dei livelli di coscienza.

Verity

Non c’è la forza suggestiva dell’immersione psicosensoriale, ma la lettura evidente di una narrazione difettosa, dell’incapacità di trasportare la stessa Lowen nella zona eccitante della complessità e dell’ambiguità.  Resta la parola scritta o pensata, recitata o pervertita, versione alla quale si preferisce credere o meno per rabbia, rimorso, strumentalità o opportunismo. I monologhi interiori di un personaggio che si chiama Verity, parafrasi in inglese del rapporto semantico che c’è tra i termini “real” e “reality”, una volta tirati fuori dall’abisso dei loro contorcimenti, hanno sulla realtà un effetto di paradossale istrionismo e avvitamento, che dovrebbe giustificare le azioni e i comportamenti più assurdi, e far divertire con il contagio irrefrenabile dell’implausibilità. Prevale invece un’atmosfera di svogliatezza da una parte e di artificiosità dall’altra (non è convito neanche il bambino che, nonostante un’accidentale coltellata in bocca al gusto di burro d’arachidi, dovrebbe imparare dal figlio ipovedente, manipolato fino al lacrimoso smarrimento di qualsiasi certezza, della protagonista di Anatomia di una caduta).

Verity

Fare un film incentrato prevalentemente intorno a un racconto piscologico cosi spudoratamente di finzione, con uno sguardo alle produzioni a cavallo degli anni’80 e ’90 (i jumpescare dalle vetrate o dalla camera da letto della moglie malata e avvilita ricordano quelli di un trucido teen sex movie del 1992, La mia peggiore amica, con Drew Barrymore), è una cosa che richiede una certa maestria e non solo l’affidamento al carisma degli interpreti.

La migliore a mani basse è comunque Anne Hathaway, anche se c’è sempre qualcosa di frenato e di inibito quando cerca di esprimere una sensualità più viscerale (a suo discarico c’è da dire che qui è filmata piuttosto male), mentre l’espressione tra sadica iper controllante e vittima di sé stessa le riesce assai bene. Josh Hartnett non riesce a compensare con l’avvenenza la solita mimica monocorde e un po’ gonfia (che andrebbe bene, finche si ha il dubbio che anche lui possa essere uno psicotico manipolatore), mentre Dakota Johnson, non ha qui lo spessore per dare corpo agli aspetti più controversi di Lowen. E, considerando che invece nei film di Luca Guadagnino è sempre convincente nel mostrare l’una e l’altra faccia di un femminile solare e lunare, da lolita e da strega, bisognerebbe dire al regista Showalter che, come con l’eccesso di trucco prostetico per Chastain, non è necessario imbrattarle la faccia e i vestiti di sangue. Bastano uno schizzo e un’occhiata per innescare la scintilla di un delirio.

In sala dal 1 ottobre 2026.


Verity – Regia: Michael Showalter; sceneggiatura: Nick Antosca dal romanzo di Colleen Hoover; fotografia: Jim Frohna; montaggio: Jay Cassidy; musica: Volker Bertelmann ; interpreti: Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett, Ismael Cruz Cordova, Brady Wagner, Asel Swango, Irina Dvorovenko; produzione: Amazon MGM Studios; origine: USA, 2026; durata: 117 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

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