Vị /Taste

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«Gli slums di Ho-Chi-Minh-City (cioè quella che una volta si chiamava Saigon prima dell’unificazione dei due Vietnam), degli spazi nudi e respingenti in cui la luce a malapena riesce a penetrare. Un emigrato nigeriano passa la sua giornata in un ambiente che gli è familiare. Da quanto tempo vive lì? Lui e il figliolo rimasto in patria, si sono abituati a comunicare via internet. Quando la squadra di calcio che lo aveva ingaggiato, lo licenzia e resta senza occupazione, va a vivere in una casa con quattro donne vietnamite di circa quaranta-cinquanta anni. Insieme regrediscono ad una forma primordiale di vita: puliscono casa, cucinano, dormono e fanno sesso…» (dalla presentazione del film).

Bisogna spendere una grandissima pazienza (cinematografica), per poter apprezzare l’opera di debutto del giovane regista vietnamita (classe 1990) Lê Bảo che, dopo una serie di cortometraggi, ha realizzato questo Vị/Taste . Ma ne vale la pena – assolutamente. La lista dialoghi ammonterà, sì e no, a due sole pagine, il personaggio che parla di più è un nigeriano venuto in Vietnam a fare il calciatore, ma poi si è rotto una gamba e, come apprendiamo dopo 21 minuti (le prime parole in assoluto del film), la squadra lo caccia via. Da quel momento, disoccupato, tira a campare in un negozio di barbiere, comunicando con il figlio in patria tramite un computer del secolo scorso, mentre entrambi mangiano specularmente dell’anguria (è l’unica sequenza che li vede insieme e il ragazzino compare solo sullo schermo). Per il resto, Bassley (questo il nome del protagonista che apprendiamo solo dai credits) si aggira, nudo come un verme, insieme a quattro donne vietnamite in una casa squallidissima senza mobili superflui o suppellettili, presumibilmente sul fiume Mekong a Ho-Chi-Minh-City. La casa viene spesso raggiunta sull’acqua tramite una grande tinozza con lampada che funge da barchetta, per la stragrande maggioranza del tempo (circa un’ora e mezza) tutti e cinque i personaggi restano ignudi, ogni tanto girano nello spazio dell’abitazione con una bici, una volta con una moto (tre donne insieme ovviamente tutte come Dio le ha fatte, ma la visione, come del resto tutto il film, non ha proprio niente di erotico). Dai dialoghi a dir poco spartani (vedi sopra), apprendiamo che almeno una di esse ha alle spalle un trauma, la perdita del marito e del figlio… ma la cosa non ha nessuna particolare importanza in un film che esalta l’aspetto visuale (eccellente il lavoro del direttore della fotografia Vinh Phúc Nguyễn) rispetto a quello della narrazione. C’è poi anche un simpatico e grufolante maialino, il cui tragico destino probabilmente sarà quello di finire nella pentola in cucina, dato che a un certo momento sparisce di scena. E poi nel muro vediamo una buca che dovrebbe essere la porta di un piccolo campo di calcio disegnato sul pavimento grezzo dove il nostro ex calciatore gioca con dei tappini di bottiglie, un sorta di allenamento allo sport che aveva praticato. Nel finale da quella buca esce un timido topolino che, però, non si azzarda a prendere un dente che Bassley gli ha posto davanti. Questa è, con grande probabilità, la chiave, favolistica e poetica, che guida quest’opera di straordinaria intensità visiva e che con questa metafora esplicita, forse, Lê Bảo ci ha voluto spiegare – arguisco allora che in Vietnam esiste la stessa favola comune da noi in Occidente: mia nonna mi raccontava sempre quando cadeva un dente doveva essere tenuto da parte, perché poi un topino lo avrebbe portato via e poi me ne sarebbe ricresciuto uno in bocca.

Sempre la già menzionata presentazione del film esibisce delle domande metafisiche che qui riportiamo: «il primo lungometraggio di Lê Bảo rappresenta una delicata, sensibile meditazione che evoca molte riflessioni nella mente dello spettatore come paure crude e intime sull’isolamento e la sopravvivenza. Domande tipo: gli esseri umani sono davvero tanto superiori a degli animali impauriti e indifesi, obbligati a girarsi in tondo, sia in piccole gabbie che in giro per il mondo? Mentre mette a nudo il nostro io giudicante, Lê Bảo istintivamente echeggia questioni così tragicamente rilevanti come il tradimento delle promesse di globalizzazione e dell’emigrazione. Ma riconosce anche il desiderio dell’umanità di tenerezza e bellezza».

Simpatiche chiacchiere intelligenti probabilmente anche giuste (anche se generiche) – ma forse al posto di cercare dei profondi significati reconditi, bisognerebbe, invece, lasciarsi andare al flusso visivo altamente surreale che Vị/Taste in modo virtuoso (e talvolta con un pizzico di ironia) ci esibisce, a tratti magistralmente. La non-storia, l’esistenza banale di cinque persone al grado zero dell’evoluzione umana mi sembra che valga più che altro per il modo con cui il regista ha avuto il coraggio di mettere in immagini pregnanti e con un tempo filmico del tutto rilassato, piuttosto per i suoi presunti significati ideologici. Forse ci sbaglieremo ma questo Lê Bảo è un artista che vale la pena di tenere d’occhio. Chissà, vedremo.


Vị/Taste – Regia: Lê Bảo; sceneggiatura: Lê Bảo; fotografia: Vinh Phúc Nguyễn; montaggio: Lee Chatametikool; Vincent Villa; interpreti: Olegunleko Ezekiel Gbenga, Thi Minh Nga Khuong, Thi Dung Le, Thi Cam Xuan Nguyen, Thi Tham Thin Vu; produzione: Weijie Lai, Thị Phương Thảo Đồng; origine: Vietnam / Singapore / Francia / Thailandia / Germania / Taiwan, 2021; durata: 97’.

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