Uscì domani: La finestra sul Luna Park di Luigi Comencini

E’ in parte una faccenda di emigranti, La finestra sul Luna Park, di Luigi Comencini, che uscì domani: il 27 giugno del 1957, sessantasette (ben portati) anni fa.

E’ molto di più una faccenda di padri e figli piccoli, bambini, di quelle che ricordano Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, 1948, e un po’ anche Il giovedì di Dino Risi, 1964. In qualche modo si pone a metà strada (non solo temporalmente) tra i due titoli citati, il decimo, splendidamente minore, film di Luigi Comencini, fitto di (allora) nuovi quartieri romani, di quella periferia in parte nascente, cristallizzata oggi in spazio meraviglioso e sfuggente, semi inafferrabile anche per il capitolino navigato, se privo di Davinotti.

Perché l’Italia fotografata dal film è una sorta di terra di mezzo tra l’austerità drammatica del dopoguerra e il cinetismo febbrile del miracolo economico. Non è una Roma (e un’Italia) palesemente raggiunta dal boom, quella di La finestra sul luna Park. Lo è per la fungaia di palazzoni sullo sfondo, che però non si traduce nella pista da ballo per il rampantismo cialtronesco e mostruoso dei primi anni Sessanta.

Di spiagge ce ne sono, a un certo punto, ma vuote, senza ombrelloni e senza  successi pop al juke box. Fanno parte di un (forse simbolico) fuori stagione.

E’ ancora lo spazio di gente umile, quello di La finestra sul Luna Park, di case spoglie, senza la TV neonata, e già sognata, di baracche davanti ai grandi scatoloni squadrati, di lavoratori a testa bassa, con le mani soprattutto. E’ la pianura di Righetto, per esempio, interpretato da Pierre Trabaud, reso umile dalla vita ma capace di fare mille cose, tanti lavoretti alla buona. Ricorda, alla lontana, con folate sottili, sfuggenti anch’esse, il matto di La strada (Fellini, 1954): per una purezza d’animo vagamente fiabesca, certamente tenera, astrattamente antica.

Non è il protagonista del film, ma un personaggio che, col suo pulito desiderio di famiglia, lega i tre che lo strutturano: una madre, Ada (Giulia Rubini), che finisce sotto un’auto all’inizio della pellicola, morendo – ma torna nell’assenza pesante e in alcuni flashback nella seconda parte del film – e Mario, suo figlio, ragazzino sveglio ma inselvatichito, con qualcosa di malinconicamente adulto all’interno, da figlio del dopoguerra, con una mestizia latente nei passi, ed ecco l’assonanza parziale col gigante Bruno di Enzo Staiola.

Insieme ai due c’è Aldo (il Gastone Renzelli di Bellissima), marito di Ada e padre di Mario, emigrato in Africa per lavoro, ed ecco, dunque, la faccenda degli emigranti, espressa con chiarezza audiovisiva in una sequenza quasi autonoma del film: quella in cui alla stazione Ostiense un gruppo di italiani sta partendo per il noto altrove di molti connazionali, e un politico (o comunque una figura autoritaria, probabilmente istituzionale) li elogia a mo’ di comizio. Con retorica.

Aldo tornerebbe ad essere uno di loro, uno di quei corpi evasi dal paese povero, se non fosse che il ritorno inizialmente momentaneo, per il funerale della moglie, lo porta a un non facile tu per tu col figlio cresciuto sostanzialmente senza padre. Al di là di (sempre) brevi incontri.

Tra Aldo e Mario nasce un vuoto da colmare, un centro energetico che attira verso sé stesso La finestra sul Luna Park, innaffiandolo di sentimentalismo asciutto e coinvolgente, per la bravura del regista, con un tocco che fa venire in mente, sarebbe meglio dire al cuore, il Germi di Il ferroviere. Anche qui in modo sottile, sgusciante, soffiato, snellito.

Perché Righetto lega il film? Perché nella ripetuta assenza di Aldo, si è avvicinato molto ad Ada, innamorandosene non ricambiato, ma accolto dalla donna come persona cara, stimata, delicata, pura e candida. Ha accompagnato il piccolo Mario, per quanto possibile, nel complicato cammino della crescita, e adesso non rinuncia a un confronto diretto, altruistico e nobile, con l’uomo tornato all’Africa e indeciso sul futuro di sé stesso e di suo figlio: bambino al vento, reclamato dai nonni ma bisognoso prima di tutto di un riferimento genitoriale.

Vinceranno gli affetti, i sentimenti, quei rapporti umani primari e quell’incontro tra l’infanzia e il mondo adulto che Comencini aveva già maneggiato col suo esordio, Proibito rubare, 1948, e continuerà ad affrontare con estrema sensibilità lungo la sua carriera.

Il film si sposta delicatamente verso la sponda del melodramma, dell’intimismo realistico,  anche se una piccola sequenza ricorda tanto I soliti ignoti di Mario Monicelli: porta d’ingresso ufficiale nella commedia all’italiana, capolavoro venuto al cinema solamente un anno dopo il film di Comencini.

È la sequenza in cui Aldo va in cerca del figlio sparito tra i prati e i palazzoni della periferia, e giunto in uno dei tanti paesaggi in divenire della città, chiede a un gruppo enorme di pischelletti se hanno visto Mario. Questi, impegnati in una fitta sassaiola tra bande, gli rispondono che «ce ne so’ tanti de Mario».

Ebbene, nel film di Monicelli, il mitico Capannelle, col suo emiliano irresistibile, si avvicina a dei ragazzini che giocano a nizza tra l’erba e il cemento, chiedendo loro se da quelle parti vive un certo Mario. E loro secchi, romanacci: «Qui de Mario ce ne so cento». «Si ma questo è uno che ruba», puntualizza Capannelle, e loro, smaliziati: «Sempre cento so!».

Può essere una coincidenza? Non può essere un passaggio di testimone? La deformazione in chiave umoristica, appunto all’italiana, di uno stesso dialogo? Iper interpretazione? Superfetazione?

Può darsi, anzi probabilmente, anche se alla sceneggiatura dei due film figura l’autorevole comun denominatore di Suso Cecchi d’Amico.

Chissà.

Resta comunque un racconto armonioso, La finestra sul Luna Park, un testo emozionante e resistente al tempo, calato dentro l’eterna fotografia di quella Roma che ancora non c’era e che oggi non c’è più.

Uno scatto di quelli che solo il cinema, magica e inimitabile macchina del tempo, sa immortalare e rendere vivo ad ogni visione.


La finestra sul Luna Park – Regia: Luigi Comencini; sceneggiatura: Suso Ceccchi D’amico, Luigi Comencini, Luciano Martino; fotografia: Armando Nannuzzi; montaggio: Nino Baragli; musiche: Alessandro Cicognini; interpreti: Giulia Rubini, Pierre Trabaud, Gastone Renzelli, Giancarlo Damiani (nel ruolo del piccolo Mario); produzione: Noria Film; durata: 90 minuti; origine: Italia, 1957.

 

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