Hit Man di Richard Linklater

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Il finto sicario Gary Johnson (Glen Powell) istruisce con messaggi su un cellulare cosa dire all’amante assassina riguardo alla fine di suo marito mentre la polizia sta ascoltando (ma non vedendo) la scena. Il cinema di Linklater è sempre stato legato alla questione delle prospettive singolari con cui si possono guardare le cose. Si può tornare anche al suo debutto nel 1991 con Slacker in cui vari personaggi si scambiavano continuamente il ruolo del narratore della propria vita intima. Il tema della biografia, dell’espressione dell’individualità si è quindi sempre legata a quella della performance, dell’espressione corporea del proprio vissuto. Mai però come in Hit Man, Linklater ha voluto così chiaramente parlare di attorialità, di mettere in scena una performance, ma anche di scrivere una parte, comprendere i punti di vista in gioco. Al rapporto tra tempo e identità così centrale in tutto il suo cinema, qui il regista di Houston sostituisce il rapporto tra l’attore e il pubblico, tra il regista e lo spettatore.

Hit Man prende spunto dalla vita di Gary Johnson, professore di filosofia che interpretò per qualche anno la parte di sicario ingaggiato dalla polizia per incastrare possibili mandanti di omicidi. Quel che dalla premessa sarebbe potuto diventare un noir, con la scrittura di Linklater diventa prima una “romcom”, infine un racconto di formazione emotiva e identitaria, nonché, come detto, un film sulla direzione attoriale. Dovendo interpretare il mito del sicario, Gary si trasforma molto più velocemente di quanto abbia mai fatto semplicemente leggendo filosofia. “Vivere pericolosamente”, questo il mantra che Nietzsche ci ha tramandato. Eppure, c’era ben poco di pericoloso nella sua vita prima di dover incarnare il sicario Ron. Al contrario dello studiare, interpretare è una questione che concerne tutto il corpo, che tocca il campo dell’emozione e dell’istinto.

Adria Arjona e Glen Powell

Anche incontrare una donna, avere una relazione amorosa, riguarda il corpo e l’attorialità. Con l’altra metà si tratta sempre di sapere cosa vuole, da che punto di vista guarda, adattarsi alla situazione, tirare fuori il meglio di sé, saper mentire. Madison (Adria Arjona) era una moglie infelice di un insopportabile drogato. Vuole farlo fuori e quindi si rivolge al nostro falso sicario. Questi però credendo nella buona fede della ragazza non la fa arrestare e anzi si metterà insieme a lei, ma pochi giorni dopo lei ucciderà il marito facendo deragliare la situazione.

Nella relazione tra i due si evidenza il carattere performativo del rapporto di coppia. A essere messi in discussione sono la sessualità, la passionalità, la violenza di gesti e parole. In un rapporto, come in una performance teatrale o in una regia cinematografica, si tratta di conoscere con chi si sta parlando, saper gestire la situazione, calibrare i propri comportamenti e soprattutto essere convincenti nel dire la verità attraverso la menzogna. Vivere pericolosamente per Linklater vuole dire interpretare al meglio la propria parte “con passione e abbandono”.


 

Hit Man Regia: Richard Linklater; sceneggiatura: Richard Linklater, Glen Powell; fotografia: Shane F. Kelly; montaggio: Sandra Adair; musica: Graham Reynolds; scenografia: Bruce Curtis; interpreti: Adria Arjona, Glen Powell, Retta, Austin Amelio, Molly Bernard, Ritchie Montgomery, Gralen Bryant Banks, Mike Markoff, Kate Adair, Jordan Salloum, Richard Robichaux; produzione: AGC Studios, Mike Blizzard, Glen Powell per Barnstorm Co., Richard Linklater per Detour Filmproduction, John Sloss per Cinetic Media, Monarch Media, ShivHans Pictures, Aggregate Films, Scott Brown, Megan Creydt; origine: USA, 2023; durata: 113 minuti; distribuzione: BIM.

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