“Il Cinema Ritrovato” XXXXª Edizione (Bologna, 20 giugno – 28 giugno 2026): Mirages de Paris di Fëdor Ozep e Osho di Daisuke Ito

Mirages de Paris di Fëdor Ozep e Osho di Daisuke Ito – due grandi film al Cinema Ritrovato.

Mirages de Paris di Fëdor Ozep e Osho di Daisuke Ito Mirages de Paris (co-produzione franco-tedesca, girata a Parigi e prodotta dalla casa berlinese “Terra-Filmkunst” e dalla parigina Pathé-Natan) è stato il primo film francese del regista russo Fëdor Ozep. Una bravissima Jacqueline Francel interpreta Madeleine che scappa da un collegio femminile e va a Parigi. Il suo sogno è diventare una famosa star del cabaret. Ma un agente le dice che ha bisogno di soldi o di un successo clamoroso. Il cameriere di un tipico café parigino la convince che la giovane comparsa teatrale François (Roger Treville) è il famoso cantante Armand Tonnerre (Marcel Vallee). Così lei fa amicizia con lui e va nel suo appartamento per cantare per lui. Ma la sua fidanzata gelosa getta la valigia e il cappotto di Madeleine nella Senna. Ora senza un soldo, Madeleine si unisce a una banda di criminali senza averne coscienza (l’età dell’innocenza?). I rozzi uomini sono tanto “commossi” dalla sua situazione che vanno alla ricerca dell’ignaro Tonnerre e l’affare diventa anche per la polizia e le vicende si complicano per poi chiarirsi nel finale.

In questa “frenetica” fantasia cinematografica, Özep è riuscito a combinare gran parte della tecnica cinematografica della sua nativa Russia insieme al gusto per il buffo e il ridicolo (quasi grottesco). Il plot, piuttosto semplice, è trattato con tale maestria e arricchito da una tale profusione di dettagli interessanti ed emozionanti che lo spettatore si dimentica del finale scontato, lasciandosi trasportare dalla rapida successione di esilaranti vicende. Dal momento in cui l’affascinante protagonista arriva a Parigi, solo per scoprire che il talento non conta molto se non è preceduto da un’abbondante pubblicità, fino all’ultima scena in cui lei e il suo “innamorato” François si ritrovano sul palco in una scena d’amore, non c’è un solo momento di noia o di caduta in basso della sceneggiatura. Particolarmente divertente è la scena della disgrazia del grande artista Tonnerre su un palcoscenico girevole.

In tutto ciò si nota la collaborazione della grande mano dello sceneggiatore russo Victor Trivas (che era arrivato a Parigi dalla Russia via Berlino). Da segnalare che Il film fu realizzato sia in francese che tedesco, e che in Germania la pellicola fu diffusa col seguente titolo: Großstadtnacht (che in italiano si potrebbe tradurre con: “La notte trascorsa nella metropoli”). In un’intervista pubblicata su “Paris Midi”, proprio Trivas sottolineava un aspetto interessante di tutto il film: come in fondo il suo status di outsider (anche il regista lo era in realtà) abbia influenzato il modo in cui egli ha pensato di rappresentare la capitale francese. Come molti dei suoi connazionali emigrati, tuttavia, era anche desideroso di dimostrare come sarebbe stato in grado di integrarsi. “Parigi per me è il grande ignoto”, diceva. “Prima di tutto, qui percepisco un’atmosfera ideale per il lavoro collettivo che è il cinema. La Parigi che vi descrivo, e che sarà la protagonista del mio film, non è quella degli Champs-Élysées o della Borsa, ma la Parigi che René Clair ci ha mostrato in modo così ammirevole nel suo film più umano e seducente, Quatorze juillet (Per le vie di Parigi. 1932) […].

Mirages de Paris presenta l’omaggio a Parigi di uno straniero che crede di poterne svelare la bellezza quotidiana e commovente”. In fondo tutta la vicenda narra nel film racconta allegramente e ingenuamente gli sforzi della protagonista di “integrarsi” in un mondo altro dal suo. Qui storia fantastica e situazioni di vita reale e sociale degli autori s’intessono. E non è poco. Spesso nel cinema è capitato ciò, basti pensare a buona parte della filmografia di Elia Kazan (da immigrato vero e proprio negli USA in pieno maccartismo) e a un film in particolare, Monsieur Klein (Mr. Klein, 1976) girato dal grande Joseph Losey (tra l’altro, auto-esiliato dagli States in Inghilterra prima e in Francia dopo, proprio in fuga dalla “paura rossa”) che mostra quanto il “doppio” in realtà sia “uno”.

Edizione restaurata 2026; proiettata a Bologna, al cinema Arlecchino, il 22.06.2026.

Mirages de Paris – Regia: Fëdor Ozep; sceneggiatura: Fëdor Ozep, Victor Trivas, Hans Heinz Zerlett; fotografia: Jean Bachelet, Henri Barreyre; montaggio: Georges Friedland; musica: Maurice Jaubert, Karol Rathaus, Kurt Schroder; scenografia: André Andrejew, Lucien Aguettand; interpreti: Jacqueline Francell (Madeleine Duchanel), Roger Treville (François), Alice Tissot (la direttrice del collegio), Andre Gabriello (Bancroft), Colette Darfeuil (Juliette), Georges Morton (Rossignol), Marcel Maupi (Jose), Marcel Vallee (Tonnerre); produzione: Pathe-Natan, Terra-Film AG. DCP; origine: Francia, 1933; durata: 79 minuti.


Mirages de Paris di Fëdor Ozep e Osho di Daisuke Ito
Tsumasaburo Bando in Osho

Con Osho (1948) del giapponese Daisuke Ito di cui abbiamo già parlato a proposito di Oborokago (The Inner Palace Conspiracy, 1951) a cui il Festival ha dedicato un omaggio, ci ritroviamo nell’arcipelago nipponico all’inizio del XX secolo, per la precisione le vicende partono dal 1906. In un quartiere povero della città di Osaka, Sankichi Sakata (il bravissimo Tsumasaburo Bando) produce sandali ed è un appassionato di shōgi (una sorta di gioco degli scacchi in Giappone). Ma la sua passione per questo “passatempo” si trasforma in una vera e propria ossessione, prendendo il sopravvento anche sulla sua vita familiare e sul suo lavoro. A costo di grandi sacrifici da parte della moglie e attraverso numerose prove, riesce a sconfiggere il suo grande avversario e aspirare così a diventare il campione riconosciuto a livello regionale e poi nazionale.

Il film attraversa quella che all’inizio sembra essere la rovina di una famiglia già povera, che invece si trasforma, data una serie di intense partite, in un lento e agognato successo tanto che i suoi sforzi vengono alla fine ben ripagati.

Grande successo nel 1948 e prova del ritorno al successo postbellico da parte del regista, Osho viene considerato dal noto studioso da Noël Burch come “un capolavoro del suo genere. Splendidamente interpretato dalla grande star del cinema muto Tsumasaburo Bando, il cui stile eccentrico e dinamico anticipa quello di Toshiro Mifune nei film successivi di Kurosawa”. Affermazione questa di non poca importanza, sia per la firma sia per il paragone tra i due attori. Il film è stato girato interamente in studio e vanta elaborate e suggestive ambientazioni esterne nello spirito del “realismo poetico” tipico degli anni ’30 e ’40 francesi, ovvero uno stile molto apprezzato, a quanto pare, dai cineasti di ogni genere in quel periodo. L’inquadratura finale, in cui il maestro Sakuta, ormai anziano, è tornato nella strada del quartiere povero di Osaka dove viveva in povertà all’inizio del film, e si ferma a guardare attraverso la nebbia una grande torre illuminata elettricamente in lontananza (mentre un treno si vede passare sullo sfondo), lì dove dei ragazzini giocano a “shogi” in primo piano, può essere vista come un doppio emblema di fede sia nei confronti del futuro del capitalismo industriale sia in quella della democrazia. Era una fiducia così essenziale per l’edificio ideologico che si stava frettolosamente costruendo durante quegli anni difficili dopo il secondo conflitto mondiale. Forse su due scene fra tutte è il caso di soffermarsi un attimo. La prima, quella in cui la figlia di Sakuta, Tamae oramai grande (Miki Sanjo), rimprovera il padre per aver vinto un’importante partita contro il suo storico rivale, adoperando un stratagemma lecito ma fortemente fuorviante e perciò sleale nei confronti dell’avversario. In un primo momento, Sakuta va su tutte le furie, accusando la figlia di essere ingrata verso di lui. Ma poi, guardandosi allo specchio con la moglie Koharu (Mitsuko Mito), lui riconosce d’aver operato come Tamae gli rimproverava. E qui si apre la vera sfida di ogni campione, che non è verso chi è di fronte, ma sempre verso sé stessi, a provare a superare sé stessi verso la purezza in tutti i sensi.

A questa scena si può legare l’altra, verso il finale, che ci mostra Sakuta rendere omaggio all’avversario che lo ha battuto nell’ultima partita, ovvero Kinjiro Sekine (Osamu Takizawa). L’incontro se da un lato presenta il riconoscimento della sconfitta, dall’altro apre la possibilità di leggere quell’atto di riconoscenza come la vera vittoria della vita sul gioco, su qualsiasi gioco. E così Osho non è più un film sugli scacchi, ma su un uomo che fa saputo, attraverso la disciplina di un gioco, trovare sé stesso per essere in questo modo più prossimo e quindi più adeguatamente vicino ai suoi cari, ai suoi affetti più intimi. Un grande film, una grande lezione esistenziale.

Edizione restaurata 2026,  proiettata a Bologna, al cinema Jolly, il 23.06.2026.


Osho – Regia: Daisuke Ito; soggetto: dalla pièce omonima (1947) di Hideji Hojo; sceneggiatura: Daisuke Ito; fotografia: Hideo Ishimoto; musica: Goro Nishi; scenografia: Heikichi Kakui; interpreti: Tsumasaburo Bando (Sakata Sankichi), Mitsuko Mito (Koharu), Miki Sanjo (Tamae), Teruko Naka (Tamae bambina), Osamu Takizawa (Kinjiro Sekine), Osamu Kosugi (Kikuoka), Tatsuo Saito (Okura), Masao Mishima (Shinzo); produzione: Masaichi Nagata per Daiei; origine: Giappone, 1948; durata: 93 minuti.

 

 

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