“Il Cinema Ritrovato” XXXXª Edizione (Bologna, 20 giugno – 28 giugno 2026): Oborokago di Daisuke Ito e Dayereh-Ye Mina di Dariush Mehrjui – due gran bei film a Bologna

Oborokago

Oborokago (The Inner Palace Conspiracy, 1951) si potrebbe considerare sicuramente un film di genere poliziesco. Ambientato nel Giappone dell’epoca Edo, ci racconta di un prete buddista anticonvenzionale che decide di indagare sul misterioso delitto di una giovane donna destinata a diventare la nuova concubina dello Shogun contro la sua volontà. La sua indagine lo porta a scoprire una fitta rete di complotti, segreti e corruzione che coinvolgono i vertici del potere e l’harem dello Shogun.

Il film venne progettato dalla Major Shochiku come produzione di prestigio per il Capodanno, periodo in cui gli Studios giapponesi erano soliti presentare i loro titoli più importanti e rientra fra i numerosi film che il regista Daisuke Ito (a cui il Festival dedica una piccola retrospettiva) trasse dalle opere di Jiro Osaragi (1897-1973), autore di successo tanto nella letteratura alta quanto in quella popolare.

Quello che immediatamente colpisce lo spettatore sta nel come la violenza, verbale o fisica che sia, viene anche qui (come spesso accade nel cinema giapponese se in generale si guarda a questi tipi di prospettive sensibili) impastata a certa forma di comicità. Lì dove c’è un’espressione di forza e di robustezza, di caratteri o di muscoli o di entrambe le dimensioni, tutto ciò non si presenta se non in termini quasi umoristici. Le ragioni di ciò, stando almeno a quanto riscontrato in questa opera, non sembrano risiedere nel tentativo di stemperare gli atti aggressivi o brutali edulcorandoli appunto con il riso, ma invece si avverte come la sensazione che essi non possano essere rappresentati e dunque vissuti se non anche e soprattutto nella goffaggine. Più le vicende si susseguono sullo schermo e più questa modalità di racconto visivo acquista fiducia e credibilità da parte dello spettatore. Da notare l’uso di riprese alternate a primi piani e a, seppur brevi, interessanti piano-sequenza che coinvolgono la visione nel profondo, quasi facendo sentire chi guarda dentro le immagini del film. Come ha scritto in proposito Masatoshi Oba, “la tecnica di coinvolgere fisicamente lo spettatore nel film sin dalla prima inquadratura attraverso lunghe carrellate è semplicemente magistrale. Gli eventi si susseguono rapidamente, governati da una progressione che non annoia mai”.
Da segnalare le ultime battute del venerabile monaco Makaku (il bravissimo Tsumasaburō Bandō) rivolto alle donne e alle loro vite destinate quasi sempre a soccombere e a essere subalterne. “Provo pena per tutte le donne”, ci dice appunto il monaco. E così termina il film, tra lo specchio dell’acqua di un film e un canneto dove si dirige il protagonista (scomparendo poi dietro le frasche), mentre una figura femminile lo segue chiedendo spiegazioni relative alla sua affermazione che lascia più dell’amaro in bocca, a lei e ancora oggi a tutti noi spettatori.


Oborokago (The Inner Palace Conspiracy – La portantina misteriosa) – Regia: Daisuke Ito; sceneggiatura: Yoshikata Yoda, dal romanzo omonimo di Jiro Osaragi; fotografia: Hideo Ishimoto; montaggio: Mitsuzō Miyata; musica: Seiichi Suzuki; scenografia: Hiroshi Mizutani; interpreti: Tsumasaburō Bandō (Mukaku), Kinuyo Tanaka (Onaka), Isuzu Yamada (Misawa), Keiko Orihara (Ocho), Keiji Sada (Shinnosuke Koyanagi), Ryunosuke Tsukigata (Kuranosuke Honda), Ichiro Sugai (Okinokami Numata), Koji Mitsui (Kichitaro), Reizaburo Yamamoto (Ikushima), Kan Ishii (detective Kamezo); produzione: Shochiku; origine: Giappone, 1951; durata: 98 minuti.
Edizione restaurata 2026;  proiettata a Bologna, al cinema Jolly, il 21.06.2026.

                                                                                                                                             

OborokagoDayereh-Ye Mina  (The Cycle 1974), invece, tratta le vicende di un giovane di nome Ali, che vive con la sua famiglia nella periferia di Teheran e che porta il padre malato, Esmail, in un grande ospedale. Non avendo i soldi per il ricovero, trascorre i giorni per strada finché non incontra il medico Sameri. Esmail chiede aiuto a Sameri, che organizza un incontro. Arrivati ​​sul posto, Sameri dice loro di salire su un camion che trasporta altre persone. Ali ed Esmail continuano a fare domande, ma non ottengono risposte. Giungono in un laboratorio dove si compra il sangue. Esmail si rifiuta, ma Ali vende del sangue in cambio di 20 toman. Si scopre che Sameri è un trafficante di sangue che compra il sangue dei poveri e dei tossicodipendenti con pochi soldi e lo rivende agli ospedali. Durante la sua permanenza in ospedale con Esmail, Ali incontra una giovane infermiera di nome Zahra. Sameri convince Ali a lavorare per lui e a trovare altri venditori di sangue. Le condizioni di Esmail peggiorano progressivamente fino alla sua morte. Mentre Ali continua la sua “carriera” e inizia una nuova “vita”.
Dayereh-Ye Mina è il secondo film che Dariush Mehrjui ha realizzato basandosi su un romanzo di Gholam-Hossein Sa’edi. La sceneggiatura è tratta dal romanzo “La Discarica”, legato alla serie “La Tomba e la Culla”. In questo film Mehrjui – uno dei primi registi importanti della storia del Cinema iraniano – raggiunge un perfetto realismo sociale fondendo il suo stile alla lezione neorealista che anche in Iran ha avuto una grande importanza. Il grande attore Ezzatollah Entezami (il medico Sameri) commenta: “In fondo, la procedura è stata la stessa di quando lavoravo con Mehrjui, e lo stesso vale per le specificità del personaggio di Sameri e i suoi attributi etici e comportamentali; ma questa volta era presente anche il dottor Sa’edi e ogni volta che ho lavorato a un suo romanzo è stato così. Ho sempre parlato con il dottor Sa’edi e mi sono avvalso del suo aiuto.”
Mehrjui è magistrale nel mostrare il progressivo processo di regressione interiore del personaggio del giovane Ali che raggiunge il suo massimo proprio nella sua indifferenza verso la morte del padre (che poi coincide con la fine del film non a caso). A tal proposito, Omid Roshan-Zamir ha scritto: “Mehrjui ha scelto lo stesso stile realistico di Sa’edi nell’adattamento di questo romanzo, mostrando gli eventi senza ridondanze e con un metodo preciso. A causa delle circostanze durante la produzione del film, la parte in cui Ali è una spia [presente nel romanzo] è stata accantonata e al suo posto è stata aggiunta la storia di un giovane medico che cerca di fondare un laboratorio di analisi del sangue per neutralizzare il trafficante di sangue che vende sangue infetto agli ospedali.”
Non c’è pace tra gli ulivi, e nemmeno il sapore di una ciliegia, qualora si trovasse tra quelle mani sporche e lacerate dalla fatica, può portare sollievo…


Dayereh-Ye Mina (The Cycle) – Regia: Dariush Mehrjui; soggetto: dal racconto Garbage Dump di Gholam-Hossein Sa’edi; sceneggiatura: Gholam-Hossein Sa’edi, Dariush Mehrjui; fotografia: Houshang Baharlou; montaggio: Tal’at Mirfenderski; musica: Hormoz Farhat; interpreti: Saeed Kangarani (Ali), Forouzan (Zahra), Ali Nasirian (Esmail), Ezzatollah Entezami (dottor Sameri), Bahman Farsi (dottor Davoudzadeh), Esmail Mohammadi (il padre di Ali), Rafi Halati (un medico), Mohammad Moti (un trafficante di sangue), Soroush Khalili (il capo dell’ospedale); produzione: Telefilm, Iranian Film and Cinematography Company, Ministry of Culture and Art, Iranian Filmmakers Cooperative; origine: Iran, 1974 (presentato in Europa solo nel 1977, a Parigi, e poi nel 1978 a Berlino); durata: 103 minuti.
Edizione restaurata 2026;  proiettata a Bologna, al cinema Jolly, il 22.06.2026.

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