La narrazione dei “grandi personaggi” funziona se ricca di contrasti, perché l’aspetto interessante del racconto risiede proprio nelle contraddizioni, nei punti di domanda, nelle tante sfumature, chiamiamole debolezze dei grandi artisti, perché proprio nelle increspature viene fuori l’aspetto più insolito e straordinario di un artista, l’aspetto umano, quello meno conosciuto e insondabile. E nei suoi documentari Zippel riesce sempre a cogliere puntualmente i punti di contrasto, le sfumature, gli aspetti chiaroscurali “dell’eroe”.
Il regista romano, stavolta, ha deciso di approfondire l’eredità culturale, l’arte, il lato umano e più intimo di uno dei più grandi “inventori”, assieme a Roberto Rossellini, del neorealismo, un uomo capace di trasformare la sua stessa esistenza in arte.
Un uomo pieno di sfaccettature, artista dalle mille anime, elegante e fascinoso in frac, amante del gioco d’azzardo e delle donne, nonno, padre e soprattutto sensibile regista in grado di fotografare finemente un’epoca in cui il cinema era necessariamente politico, e mostrava un’Italia devastata dalla guerra, povera ed economicamente provata.
Eppure, nonostante le macerie e la miseria, la speranza di sognare era ancora accesa, proprio come in Miracolo a Milano.
E in quel contesto storico, fotografare la realtà diventava, quindi, “un’esigenza morale, non stilistica”. Un dovere necessario e morale prima che un desiderio stilistico ed estetico.

Parliamo, ovviamente, di Vittorio De Sica, attore di teatro, divo dei Telefoni Bianchi, vincitore di quattro Oscar e autore degli indimenticabili Sciuscià (miglior film straniero nel 1948), Ladri di biciclette, Umberto D., La ciociara o Il giardino dei Finzi Contini.
Vittorio De Sica – La vita in scena, unico film italiano allo scorso 79° Festival di Cannes nella sezione Classics, non è un documentario celebrativo o semplicemente narrativo, ma come anticipato, ha la capacità di restituirci il ritratto sfaccettato di un uomo e del suo mondo complesso e a tratti sconosciuto ai più.
Grazie a racconti inediti della sua famiglia, all’accesso a rari materiali d’archivio e alle testimonianze di artisti contemporanei di tutto il mondo, come Wes Anderson (anche produttore esecutivo del film), Isabella Rossellini, Ruben Östlund, Francis Ford Coppola, Carlo Verdone, Nicola Piovani, il documentario di Zippel ripercorre la parabola artistica di De Sica, la sua eredità culturale, il rapporto straordinario con il papà, che lo ha incoraggiato a tentare la strada del cinema , la collaborazione proficua con Zavattini.
In Vittorio de Sica – La vita in scena si raccontano anche le due famiglie del padre del Neorealismo, quella con Giuditta Rissone e quella con Maria Mercader, due donne fondamentali per il cammino umano e artistico di De Sica e due nuclei familiari differenti che si sono poi riconciliati.
Assieme alle immagini d’archivio, alle interviste, agli aneddoti divertenti, una chicca che impreziosisce il documentario, sono gli inserti di animazione, realizzati con Movimenti Production, la casa dietro alle serie di Zerocalcare.
L’animazione, in questo caso, non serve a semplificare l’opera, ma arriva proprio dove le parole e le immagini d’archivio non riescono a colpire nel segno. Le immagini evocano e ampliano il racconto, lasciando spazio alla fantasia.
Christian De Sica, il figlio del regista, racconta di vedere suo papà in ogni suo film e di percepire sempre “la complessità di un uomo che amava il gioco d’azzardo e i vestiti eleganti e le donne e il teatro e il cinema, e che non riusciva a separarsi da nessuna delle sue vite, che le teneva insieme con la stessa naturalezza con cui teneva insieme il frac e le macerie”
Il documentario di Zippel, in conclusione, tra interviste, immagini d’animazione, contributi emozionanti – tra tutti ricordiamo quello di Eleonora Brown, che era la figlia di Sophia Loren ne La ciociara – risulta un racconto vero e intimo, non un opera celebrativa dell’eroe, ma la prospettiva di colui che ha rappresentato l’anima stessa del nostro Cinema