Se venisse anche l’inferno. Voto ***(*). Presentato come evento speciale alle “Giornate degli autori”, dall’autore del doc Prima della fine – Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer un piccolo ma intenso, rimarchevole film sulla resistenza – una volta durante la guerra partigiana ma con un occhio ad oggi.
Se venisse anche l’inferno di Samuele Rossi è ambientato sulle Alpi del nord Italia, durante quel duro e rigido inverno che l’anno 1944 portò. Al termine di un brutale rastrellamento nemico che lo lascia isolato in un remoto rifugio di montagna, un giovane partigiano, nome di battaglia Gio (Luca Tanganelli), è costretto a un combattimento incessante contro l’avversario invasore, la natura e soprattutto il suo terrore di fronte all’orrore, in cui già sopravvivere diventa forse l’atto supremo di resistenza, certamente la prova più ardua da superare.
E a un tratto è come non ci fosse più vita su quelle montagne, nemmeno animale. Quella vegetale, degli alberi e delle piante tutte, sembra quasi aver girato la faccia all’essere umano per la sua barbaria. Non vola nemmeno una mosca, fuor di metafora ovviamente, in Se venisse anche l’inferno.
«Un tempo i boschi parlavano – racconta un’anziana abitante del posto a Gio – Rispondevano, sai? Li sentivi se ascoltavi bene. Ora c’è solo silenzio là fuori». Qui silenzio vuol dire paura e tremore, mentre tenebre e fantasmi s’agirano per le vallate e le vette di quei luoghi teatro di uno dei momenti più atroci e disumani del secondo conflitto mondiale. Soprattutto di notte, sì perché quelle notti furono “crucche e assassine”, come canta Francesco De Gregori. Infatti, il tempo dei “bambini che piangono e a dormire non ci vogliono andare” è molto al di là da venire.
Anzi il tempo non scorre, sembra quasi in stallo, fermo, non passa più. Pare sia sceso l’eterno in terra, sotto forma di contesa, ma di quelle tremende, delle peggiori. Polemos continua, senza concetto però, solo misero e becero, concreto, umano decisamente troppo umano purtroppo. Non sembra esserci via di scappo, figuriamoci quella che continuiamo a chiamare ancora oggi salvezza.
Gio è rimasto solo lì su tra quelle montagne. Tutte le compagna e tutti i compagni non ce l’han fatta. Una certezza però lo guida: sente il peso della libertà per tutti e sa di dover continuare il sacrifico. Contro ogni tipo di sfinimento, di sfiducia, di sentimento avverso deve lottare. Senza strategie deve far fronte ai tedeschi che non fanno prigionieri. E si deve vedere le spalle di chi ha tradito e da quelli che si sono schierati “dall’altra parte”. Nonostante tutto ciò il suo cuore è rimasto “d’oro” e mai ha rischiato di diventare “di tenebra”. E ha pure un compito legato al suo privato: quello di rivedere sua sorella. 
Ci sembra più che opportuno qui non svelare il finale di Se venisse anche l’inferno, che troviamo una scelta ben riuscita tenendo conto sia per come è stato pensato che dell’equilibrio di tutta l’opera.
«Un grido silenzioso nel caos della guerra – nota Samuele Rossi – Una schiena dritta tra le macerie di un mondo che crolla. È così che immagino Se venisse anche l’inferno e il motivo per cui ho scelto di realizzarlo ora, senza attese. Raccontare questa storia è una necessità personale, civile e artistica: un atto d’amore verso la storia del mio paese e la sua memoria, troppo spesso tradita, ma anche un gesto necessario verso il nostro presente, segnato ancora da guerre e crisi che riducono l’umano a una presenza invisibile, travolta dalla ferocia e da una narrazione priva di emozione. Nel ritratto della resistenza di Gio, come di tanti giovani che sacrificarono la propria giovinezza per un futuro diverso, risuona il senso di una resistenza necessaria anche oggi: diversa, ma altrettanto urgente. Un modo di stare nel mondo senza smettere di essere umani».
Se è vero che in guerra “si sta d’autunno sugli alberi le foglie”, è pur vero che la tirannia, sotto la forma dello stato totalitario nel Novecento, in Europa è stata vinta. Dunque, un mondo nuovo pare sempre possibile, o almeno si può pensare di costruirlo. E non è per niente poco, parola di Gio.
Da vedere questo Se venisse anche l’inferno.
Se venisse anche l’inferno – Regia: Samuele Rossi; sceneggiatura: Samuele Rossi, Lorenzo Bagnatori; fotografia: Marco Minghi; montaggio: Ilaria Cimmino; musica: Giuseppe Cassaro; scenografia: Lucrezia Tacchella; interpreti: Luca Tanganelli (Gio), Giorgio Colangeli, (l’ufficiale Agostino), Giusi Merli (Adelina), Ivan Franek (Jily), Luca Vergoni (il repubblichino), Stefano “Cisco” Bellotti (Adelmo), Alice Vierin (Cate), Giada Bessone (Tina); produzione: Giuseppe Cassaro, Samuele Rossi per Echivisivi, in collaborazione con Mymovies, Lo Conte Edile Costruzioni, e con il supporto di “Fondazione Film Commission Vallée d’Aoste”, “Regione Emilia-Romagna”, “Regione Toscana”; origine: Italia, 2026; Durata: 90 minuti.
Foto di Alessio Vecchi.
