Dau. Voto: ***. Dopo Dau Natasha (2020), il ritorno di uno dei progetti più controversi e colossali del cinema contemporaneo da parte di Ilya Khrzhanovsky a partire dalla figura del celebre fisico sovietico Lev Landau (1908- 1968).

Nato nel 2006 come biopic sul fisico premio Nobel Lev Landau, soprannominato Dau, il progetto di Ilya Khrzhanovsky si è progressivamente trasformato in qualcosa che va oltre qualsiasi definizione tradizionale di film. È diventato un esperimento sociale e antropologico su scala mastodontica, costruito attorno a un intero “Istituto” fatto ricostruire a Kharkiv, in Ucraina, città che oggi, dopo l’invasione russa del 2022, porta con sé un’eco inevitabilmente diversa. Per tre anni, tra il 2009 e il 2011, centinaia di partecipanti quasi tutti non professionisti hanno vissuto, lavorato e vestito secondo gli standard sovietici in un regime di isolamento pressoché totale. Il girato ha raggiunto le 700 ore, poi montate in tredici o quattordici film distinti, presentati per la prima volta a Parigi nel 2019 in un evento immersivo che richiedeva un “visto DAU” e un questionario psicologico e sessuale per potervi accedere. A interpretare il personaggio di Dau non è un attore ma il direttore d’orchestra Teodor Currentzis, scelto secondo quanto riportato perché un genio dovesse interpretare il genio.
Dau racconta, o meglio allude a, alcuni tratti reali della biografia di Landau, ma lo fa in modo non del tutto chiaro, tanto da rischiare di risultare oscuro a chi non sappia già chi fosse il fisico da cui il personaggio prende nome e ispirazione. Il suo ruolo nel programma nucleare sovietico (guidò un team di matematici nello sviluppo della bomba atomica e termonucleare e per questo ricevette due volte il Premio Stalin e il titolo di Eroe del Lavoro Socialista) resta più suggerito che spiegato.
Lo stesso vale per il suo rapporto ambiguo con il potere sovietico, che nella realtà lo vide prima arrestato, nel 1938, per un volantino che paragonava lo stalinismo al nazismo, e poi reintegrato e messo al servizio dello Stato dopo l’intervento di un collega presso Stalin: un episodio che, se conosciuto, getta una luce diversa sulla violenza “dall’alto” raccontata nella prima parte del film, ma che il film stesso non si preoccupa di chiarire allo spettatore. Anche l’ideale dell’amore libero professato da Dau nella seconda parte ha un fondamento biografico reale, ma anche qui il film lo mette in scena senza fornire il contesto necessario a comprenderne la genesi.

Difficile non pensare, guardando Dau, a un confronto che ricorda da vicino quello fatto a suo tempo tra 2001: Odissea nello spazio e Solaris di Tarkovskij, dove qui il termine di paragone naturale è Oppenheimer di Christopher Nolan, altro film sulla nascita della fisica come strumento di potere e distruzione. Dove Nolan costruisce un racconto biografico serrato, Dau si offre come una sorta di Wunderkammer, un contenitore di stranezze quotidiane tra fisici e scienziati che vivono, mangiano, litigano e si osservano a vicenda, mentre dall’alto si percepisce una violenza sempre più organizzata, quella del regime sovietico che spinge gli scienziati a piegare il proprio lavoro alla costruzione di armi.
I militari insistono sulla necessità di difendere lo Stato, mentre Dau rivendica il diritto a una scienza fine a se stessa. È in questa prima parte, fatta di piccole assurdità quotidiane, di una tensione politica che cresce sottotraccia e dei primi passi della storia d’amore tra il geniale fisico e Nora, operaia di una fabbrica di conigli di cioccolata, che il film funziona meglio.
La seconda parte, girata verosimilmente in un momento successivo della produzione, cambia registro in modo netto. Si concentra quasi esclusivamente sulla vita sessuale e privata del protagonista, ormai trasformato da giovane scienziato impacciato a uomo realizzato e apparentemente senza più limiti morali. È un cambiamento che Dau usa per segnare il logoramento dell’uomo, schiavo dei piaceri della carne e ossessionato dalla felicità, ma la sezione si dilunga inutilmente, perdendo la tensione accumulata nella prima parte e trasformandosi in una ripetizione di se stessa.
Nel finale, Dau mette in scena un contrasto ideologico netto. Da una parte l’opinione della moglie e del figlio di Dau, accusati nel racconto di un rapporto incestuoso tra loro, dall’altra un gruppo di giovani dagli ideali fascisti e futuristi destinati a diventare la futura classe dirigente del paese. È un’immagine che chiude il film su una nota tanto ambigua quanto disturbante, coerente con l’impianto morale sfuggente di tutta l’operazione.
DAU – Regia: Ilya Khrzhanovsky; sceneggiatura: Ilya Khrzhanovsky, con Susanne Marian, Vladimir Sorokin, Ilia Permyakov; fotografia: Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro, Lol Crawley; montaggio: Ilya Permyakov, Rob Myers; scenografia: Denis Shibanov, Olga Gurevich, Boris Shapovalov; costumi: Lyubov Mingazitinova, Irina Tsvetkova, Alexandra Timofeeva, Alexandra Smolina-Rozanova, Stefania Graurogkayte, Elena Bekritskaya, Olga Bekritskaya; interpreti: Teodor Currentzis, Radmila Shchogolieva, Anatoly Vasiliev, Maria Nafpliotou, Vladimir Azhippo, Dmitri Tcherniakov, Dmitry Cheglakov, Demian Kudryavtsev, Ekaterina Andreeva, Victoriia Skytska, Konstantin Leshan, e la partecipazione di Carsten Höller, Marina Abramović, Romeo Castellucci; produzione: Phenomen Berlin (Ilya Khrzhanovsky, Svetlana Dragayeva), Essential Films/Parisienne de Production (Philippe Bober, Solal Coutard, Susanne Marian), Plattform Produktion (Erik Hemmendorff), Leonid Lebedev, Arte France Cinéma, Westdeutscher Rundfunk; origine: Germania/Francia/Svezia, 2026; durata: 195 minuti + 15 di intervallo.
