Oppenheimer di Christopher Nolan

  • Voto
4


Quando sono uscito da una sala berlinese dopo aver visto Oppenheimer, ho pensato subito di dover ringraziare mentalmente l’autore, Christopher Nolan. E non solo perché il suo è un grande film di un grande regista (questo lo sapevamo già da tempo) ma principalmente per un duplice motivo. Cerco subito di spiegarmi, immaginando, però, così di non essere particolarmente originale o acuto.
Sotto le mentite vesti di un Biopic storico sul grande scienziato newyorkese (1904 –1967) – il figlio di un ebreo tedesco emigrato negli Stati Uniti da Hanau e di una madre, Ella Friedman, una statunitense di origine tedesche ed ebraiche, oltre che esperta d’arte -, l’ultima opera del regista londinese, classe 1970, ci parla direttamente dell’oggi. Per la semplice ragione che mai da decenni e decenni il pericolo di un uso bellico di ordigni nucleari è tornato ad essere così drammaticamente attuale, vedi per esempio le note vicende intorno alla centrale atomica di Zaporižžja occupata dalle truppe russe o più in generale la perdurante e sempre più preoccupante escalation nella guerra tra l’Ucraina e la Russia. Ma anche al di là di tale dato contingente, Oppenheimer evoca, in maniera esplicita, un secondo problema altrettanto importante per l’attualità e cioè l’inestricabile nesso tra scienza e politica, tra invenzione scientifica e Potere politico e/o militare. Anche qui, sempre per continuare con semi-banalità, non si può sfuggire dal riflettere, mutatis mutandis, sulla questione della Intelligenza Artificiale, della sua utilizzazione presente e in prospettiva. Non si tratta di fantascienza o di distopia: l’attuale doppio sciopero degli sceneggiatori e degli attori americani contro l’uso indiscriminato nell’industria dello spettacolo a Hollywood della IA, non è che la punta – per quanto spettacolare e non priva di conseguenze anche per i Festival europei vedi Locarno, vedi Venezia con le disdette di film ed interpreti– di un gigantesco iceberg che potrebbe minacciare il futuro dell’umanità (pur senza voler essere di necessità, anche in questo caso, dei catastrofisti). Quando si apre il vaso di Pandora… comunque basta così e finalmente passiamo a parlare del nostro film.

Cillian Murphy con l’eterna sigaretta in bocca

Sceneggiato liberamente dallo stesso regista inglese a partire dalla biografia di Kai Bird e Martin J. Sherwin  American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer (pubblicata a suo tempo anche in italiano da Garzanti, Milano 2007, con il titolo Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica. Il trionfo e la tragedia di uno scienziato), il film di Nolan mantiene le caratteristiche stilistiche a cui ci aveva abituato, a partire da un’estrema complessità della narrazione spazio-temporale e del montaggio, articolati su diversi momenti storici. Per semplificare all’osso: la giovinezza del “American Prometheus” sino alla fine degli anni Trenta con i suoi traumi, gli incontri con altri grandi scienziati (per esempio con Niels Bohr alias Kenneth Branagh), gli ideali politici progressisti (ma senza essersi mai iscritto al Partito comunista americano) oltre ai controversi, sofferti amori con la psichiatra comunista Jean Tatlock (Florence Pugh) e con la futura moglie, la biologa ex-comunista Katherine Puening (Emily Blunt).

Secondo (e principale nell’economia del film) momento storico: reclutato dal tosto generale dell’esercito Leslie Groves (un fantastico Matt Damon), nel 1942-5 lo scienziato guida, nel laboratorio segretissimo di Los Alamos, il Progetto Manhattan per sviluppare, nel deserto del New Messico, la bomba atomica spinto, soprattutto, come ebreo dal terrore che i nazisti potessero dar vita prima degli americani ad un progetto di arma nucleare; poi sempre nello stesso 1945, dopo la fine della guerra in Europa, la decisione del presidente Truman (Gary Oldman), malgrado gli interrogativi morali di diversi scienziati, di lanciare “Fat Man” e “Little Boy” (questi in codice i nomi delle due atomiche) rispettivamente sulle città di Hiroshima e Nagasaki con tutte le conseguenze mortali del caso. Ossessionato dalle conseguenze della sua invenzione, Oppenheimer si oppone sempre più ad ulteriori sviluppi del nucleare, entrando in conflitto con il suo grande collega ed ex-collaboratore, l’ungherese Edward Teller (Benny Safdie), il padre della bomba all’idrogeno, il tipico personaggio dello “scienziato pazzo” quello che è stato preso a modello, probabilmente, da Stanley Kubrick per la figura del Dottor Stranamore nel suo omonimo capolavoro del 1964 (altro film nato, sia detto per inciso, sulla scia di un possibile conflitto nucleare a seguito della crisi di Cuba del 1962).

Insieme a Matt Damon

Terzo livello storico: le due udienze negli anni Cinquanta segnate da intrighi politici nel pieno della follia maccartista e da profonde rivalità personali tra ex-amici e scienziati. La prima è quella dell’aprile 1954 davanti al Consiglio di sicurezza dell’U.S. Atomic Energy Commission (AEC) dove soprattutto per pressione del presidente Lewis Lichtenstein Strauss (Robert Downey Jr.) venne revocato il nulla osta di sicurezza al protagonista, danneggiandone in modo profondo l’immagine pubblica e neutralizzando così la sua influenza politica. La seconda del 1959 riguarda, invece, l’udienza di conferma di Strauss al Senato come Segretario al Commercio, in cui lo scienziato David L. Hill (Rami Malek), all’epoca Presidente della “Federation of American Scientists”, rivelò le motivazioni personali dell’uomo nell’aver architettato a suo tempo la caduta di Oppenheimer. John F. Kennedy, rappresentante del Massachusetts, pose allora il veto alla riconferma di Strauss.

Un quasi irriconoscibile Robert Downey Jr.

Non è sempre semplice seguire la complessità dell’analisi storica e della vicenda personale di Oppenheimer così come ce la narra Nolan in tre ore dense di cinema, intrecciando oltre ai piani temporali, l’alternanza tra il colore e il bianco&nero – se abbiamo capito bene (ma dovremmo controllarlo di nuovo in una seconda visione) il b&n è usato solamente per le sequenze delle udienze pubbliche degli anni Cinquanta. Il tutto, poi, accompagnato da grandi scene-madri come quella, ad esempio, in cui il presidente Truman ricorda ad un Oppenheimer sempre più piccolo piccolo che la gente ricorderà chi ha ordinato di lanciare la bomba e non chi la ha realizzata. O ancora le fugaci apparizioni di Albert Einstein interpretato da Tom Conti.
Nella cosiddetta “Barbenheimer” della settimana scorsa – l’uscita cioè in contemporanea con il più pop Barbie di Greta Gerwig  in quasi tutto il mondo salvo il nostro – Oppenheimer ha perso ovviamente la gara ma con grande onore. Il ché per quanto prevedibile sembra però confermarci che Nolan abbia, anch’esso, colto un nervo dolente dei tempi, pur non sfruttando un mito del Novecento come la bambola inventata dall’imprenditrice americana Ruth Handler.
Magnificamente interpretato da tutto il grande cast, a partire dal protagonista Cillian Murphy – senza la cui interpretazione dolente e sofferta il film non potrebbe esistere – ma anche passando per gli altri interpreti della storia, Oppenheimer sembra già un’opera destinata a restare nella Storia del cinema contemporaneo, anche per le implicazioni ideologiche e morali su cui abbiamo insistito all’inizio. Si potrebbe aggiungere tanto altro, per esempio di un uso molto efficace degli effetti di sound-design che compensa la sovrabbondanza del commento musicale persino troppo insistito del compositore svedese Ludwig Göransson (una pecca, a nostro avviso, del film).  Ma per ora ci fermiamo qui. Riprenderemo di sicuro il discorso in occasione della sua uscita in Italia tra qualche settimana. Sì, grazie di cuore, Christopher Nolan.

P.S. Non posso mancare di ricordare per lo meno due opere che in epoche diverse hanno affrontato lo stesso tema:
1) in Germania la celebre pièce teatrale di Heinar Kipphardt (1922 – 1982) Sul caso J. Robert Oppenheimer (In der Sache J. Robert Oppenheimer, 1964), un esempio straordinario di quel “teatro-documento”, diverso ma contiguo a quello “epico” di Bertolt Brecht, che negli anni Sessanta aveva portato in scena eventi storici clamorosi per ri-raccontarli in modo inedito, traendone degli insegnamenti morali (e chissà che forse Nolan sia proprio ispirato anche all’opera del drammaturgo tedesco).
2) Il film diretto nel 1989 da Roland Joffé L’ombra di mille soli (Fat Man and Little Boy-Shadow Makers) dove si racconta della storia del Progetto Manhattan con Paul Newman nella parte del Generale Groves e Dwight Schultz in quella di Oppenheimer (e musica di Ennio Morricone). Il noto critico americano Roger Ebert a suo tempo lo stroncò pesantemente (cfr. https://www.rogerebert.com/reviews/fat-man-and-little-boy-1989) ma a noi piacerebbe lo stesso rivederlo.

In sala dal 23 agosto 2023


Oppenheimer Regia e sceneggiatura: Christopher Nolan; fotografia: Hoyte van Hoytema; montaggio: Jennifer Lame; effetti speciali: Andrew Jackson, Giacomo Mineo, Scott R. Fisher; musiche: Ludwig Goransson; scenografia: Ruth De Jong, Islam Gamal, Claire Kaufman, Olivia Peebles, Adam Willis; costumi: Ellen Mirojnick; interpreti: Cillian Murphy, Emily Blunt, Kenneth Branagh, Florence Pugh, Josh Hartnett, Jack Quaid, Matt Damon, Gary Oldman, Robert Downey Jr., Gustaf Skarsgård, Rami Malek, Scott Grimes, Dane DeHaan, Michael Angarano, Benny Safdie, David Krumholtz, Matthew Modine, Alden Ehrenreich, Dylan Arnold, Olivia Thirlby; produzione: Christopher Nolan, Emma Thomas, Charles Roven Atlas per Syncopy Films, Atlas Entertainment; origine: USA/GB, 2023; durata: 180 minuti; distribuzione: Universal Pictures.

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