Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): NAZA di Yuval Abraham, Rachel Szor (Concorso)

Naza. Voto ****. Dagli autori di No Other Land un altro lavoro sconvolgente sul genocidio in Palestina. Da considerare anche in parallelo con With Hasan in Gaza in questi giorni uscito nelle nostre sala.

Naza
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor

Non c’è più nulla da immaginare. A parlare, stavolta, non sono le vittime né gli attivisti: sono coloro che hanno operato all’interno delle sezioni d’élite dell’esercito di Tel Aviv. Ed è proprio per questo che in Naza le loro parole risuonano definitive e incontestabili, confermandoci, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta aderenza ai fatti di ciò che è stato compiuto.

Sì, l’esercito israeliano controlla le telecomunicazioni di Gaza, poiché gestisce in esclusiva le frequenze, i punti di transito dei dati verso l’esterno e la capacità stessa di alimentare o disattivare la rete. 

Sì, ogni dispositivo e ogni cellulare viene monitorato, e i movimenti di ciascun civile vengono seguiti.

Sì, il piano di Israele e le direttive dell’esercito sono apertamente volti ad eliminare sistematicamente una popolazione, con modalità descritte in ogni dettaglio dai testimoni. Sì, l’evacuazione non è mai stata una soluzione temporanea: radere al suolo la città, palazzo per palazzo, faceva parte del piano fin dall’inizio, e quando un edificio veniva evacuato per il 75 %, la direttiva era di distruggerlo.

Sì, l’esercito veniva istruito a sparare durante le file per il cibo a chiunque uscisse dalla fila per correre verso i viveri nel timore che finissero.

Ed infine, sì, Israele stabilisce arbitrariamente ed unilateralmente linee di confine invalicabili, modificandole continuamente, e i palestinesi non hanno altro modo di scoprirlo se non trovarsi dentro e finire ammazzati, un vero e proprio Squid Game in cui si gioca con i civili come se fosse un videogioco (e questo lo dicono loro, non noi). Questo, in soldoni, ci racconta Naza.

Le operazioni erano volte all’annientamento di 10, 20, 100 o persino 500 civili in pochissime ore. E ce ne sono state moltissime, centinaia. Molte uccisioni vengono affidate ad un algoritmo, il quale garantisce un margine di errore del 15%. “È comunque meglio”, dice un testimone in Naza, “affidare le uccisioni all’intelligenza artificiale piuttosto che a una persona mossa da istinti personali ed irrazionali”.

A questi militari, oltre all’orrore di ciò che hanno provocato, dobbiamo la fondamentale importanza di averne parlato in Naza. Lo fanno in maniera razionale e consapevole: tutti, su domanda diretta, affermano di aver partecipato a un genocidio; tutti affermano di essere stati responsabili della morte di migliaia di innocenti, tra bambini e famiglie; e ammettono apertamente che la narrativa di Hamas che utilizza “scudi umani” non è altro, nella maggioranza dei casi, che un pretesto, un mantra vuoto.

Questi individui sono riusciti a compiere tutto questo non perché siano dei mostri, ma perché fanno parte di un sistema che ha strutturato la loro psiche, educato la loro volontà e alimentato il loro odio, fino a convincerli di essere dalla parte del giusto. “Dovevi fidarti del sistema”, dice uno di loro, “se cominci a dubitare del sistema, tutto crolla”. Lo ripetiamo: queste non sono parole di persone che provano un rimorso proporzionale alla loro colpa, perché non sono state formate né educate in alcun modo a provarlo. Emerge così in Naza tutta la mostruosa e assoluta plasmabilità dell’essere umano.

Quando uno di loro spiega come fosse possibile sopportare e perpetrare sistematicamente questo massacro, ammette l’inammissibile: “Era divertente. Non si dormiva per giorni, si portavano a termine le missioni. Avevi uno scopo, e il senso di esaltazione era inebriante”. Non ha senso scandalizzarsi o inorridire di fronte all’uomo che pronuncia queste parole: bisogna andare oltre, bisogna andare oltre, bisogna fare i conti con un meccanismo che manipola la paura e la percezione del pericolo, trasformando l’istinto di sopravvivenza in una pacata e razionale direttiva omicida.

Questo documento filmico, probabilmente il più importante mai realizzato finora sui fatti di Gaza, ci fa ascoltare per un’ora e mezza testimonianze anonime, girate di notte sui tetti di Tel Aviv, che spiegano per filo e per segno ciò che sta accadendo tuttora. Il fatto che un film del genere sia stato inserito nella selezione ufficiale di uno dei più importanti Festival del cinema del mondo può avere una doppia valenza: da una parte, con un pizzico di ottimismo, c’è la speranza che questa denuncia possa smuovere qualcosa; dall’altra, resta l’inquietante sensazione che a nulla servano neppure i resoconti più chiari e dettagliati.

Perché quando l’odio si cristallizza, si fa istituzione e si innesta nella struttura stessa del potere, nulla — nemmeno un documento devastante come questo — sembra avere la forza di fermarlo.


NAZARegia e sceneggiatura: Yuval Abraham, Rachel Szor; fotografia: Rachel Szor; montaggio: Rachel Szor, Yuval Abraham; interpreti: Yuval Abraham; produzione: The Guardian (Harry Davies, Lindsay Poulton), JW Films (James Wilson); origine: Gb, 2026; durata: 80 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

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