Il mestiere. Voto ***(*). La storia di un disperato nei luoghi del degrado fra squarci di poesia.
Uno dei Premi più prestigiosi in Italia è il Premio Solinas che dal 1986 conferisce un riconoscimento a quella che la Giuria ritiene la migliore sceneggiatura dell’anno. Forse non tutti sanno che vincere il premio non significa affatto che il film si realizzerà, anzi – controllando le statistiche – quasi la metà delle sceneggiature premiate non è mai stata trasformata in un film; ci sono anche “vittime” illustri come Paolo Sorrentino che, ventisettenne, lo vinse nel 1997 con Napoletani, film che non vide mai la luce (forse anche a causa dello scarso capitale simbolico di un futuro regista che non aveva ancora esordito), e che solo quattro anni dopo diede vita al suo primo film L’uomo in più (2001).
Un caso meno frequente ma che si dà è quello di sceneggiature vincitrici che però impiegano tanto tempo a diventare film. È quanto accaduto a Massimo de Angelis che nel 2011 vinse il premio; ebbene, solo adesso, quindici anni dopo, la sceneggiatura è diventata un film, stesso titolo della sceneggiatura, ossia Il mestiere (si danno anche sceneggiature che cambiano nome diventando un film). Il regista è Beppe Tufarulo, con alle spalle una carriera nata con MTV e fatta per lo più di documentari lunghi e corti su musica, sport e moda.
Non deve stupire che la sceneggiatura abbia impiegato tanto a diventare un film, perché il testo, ovvero proprio la sceneggiatura è piuttosto ostica, mancano qua e là delle suture, il film non è privo di ripetizioni, ma questo nulla toglie a un film che, secondo me, ha nell’eccellente fotografia, nella forma l’aspetto più rimarchevole. Sono tante le scene che tolgono il fiato, inquadrature perfette con un uso del colore originalissimo, certo, qua e là non prive di auto-compiacimento, ma decisamente rare nel panorama del cinema italiano.
E dire che questo formalismo, questo lento indugiare nell’inquadratura perfettamente composta risulta particolarmente stridente perché i luoghi dove il film è ambientato sono luoghi di assoluto degrado, i personaggi che popolano questo film sono disperati, sradicati, segnati nell’anima e nel corpo.
Il protagonista, interpretato dal sempre spettacolare Luigi Lo Cascio (che qui, lui siciliano, si cimenta nel dialetto napoletano), è fin dal nome un disperato, perché si chiama Sauro Cantafame e il mestiere che fa è di quelli che probabilmente non esistono, ma chissà.
Cantafame è colui che, con un apposito meccanismo (proprio così viene chiamato nel film) inserito dentro il torace, trasforma i morti in vivi, finge cioè che i morti siano ancora vivi, affinché i sopravvissuti, gli eredi possano continuare a riscuotere la pensione, la vittima dunque di questa frode è l’INPS che Lo Cascio pronuncia in modo meraviglioso, come coloro che hanno difficoltà a pronunciare il nesso consonantico “ps” in parole come psicologo o psicanalista e fanno una breve pausa sulla “P” in attesa di riuscire a pronunciare la “S”.

Comprendiamo ben presto che Sauro ha dei traumi alle spalle, non sappiamo quali, ma lo intuiamo, che è stato in carcere e si aggira per questi luoghi desolati (leggiamo dai credits che sono stati rinvenuti in Calabria, nelle Marche e in Belgio) che molto somigliano al setting dei film di Alice Rohrwacher – e il nostro film condivide con i film della regista fiesolana l’attrazione per un’umanità altra, diversa, displaced, pur vivendo nei propri luoghi d’origine.
Di Rohrwacher Il mestiere mi ha ricordato anche la poesia, rappresentata per lo più dal deuteragonista di questo film, ovvero l’adolescente lentigginoso e sovrappeso che risponde al nome di Giocondo (Riccardo Maiello), un ragazzo costantemente bullizzato di cui, paternamente, Sauro si prende cura portandolo in giro con la sua sgangherata Ape rossa per le campagne e provando a iniziarlo al suo infame mestiere, mentre Giocondo si lascia andare e deliziosi disegni. E poi c’è la madre di Giocondo (Claudia Potenza) segnata anch’essa nel corpo e nell’anima e Celine (George Li Tourniaire), una ragazza francese che per Giocondo appare come una tenera, potenziale promesse de bonheur.
Ci sono, soprattutto verso la fine, in Il mestiere delle svolte o la delucidazione dei misteri che soprattutto Sauro si porta dietro, ma il film non mira a raccontare una storia secondo i dettami della drammaturgia classica, ma inanella episodi suggestivi e irrelati, come quello in cui una compagnia di teatro ambulante mette in scena, in dialetto, La tempesta di Shakespeare, in riva al mare e con un ponte distrutto e rugginoso sullo sfondo.
È un film che alterna la rappresentazione spietata dell’uomo, del mondo, della natura a squarci poetici che quasi commuovono.
Il mestiere è, credo, notevolmente divisivo, nel senso che questa drammaturgia sincopata può disturbare, a me – pur fra qualche lentezza – no.
Il mestiere – Regia: Beppe Tufarulo; sceneggiatura: Massimo de Angelis; fotografia: Johan Florez; montaggio: Desidera Rayner; interpreti: Luigi Lo Cascio, Claudia Potenza, Riccardo Maiello, George Li Tourniaire; produzione: Mad Entertainment, Dude Originals, Art of Panic, con Rai Cinema; origine: Italia 2026; durata: 103 minuti.
