“Il Cinema Ritrovato” XXXXª Edizione (Bologna, 20 giugno – 28 giugno 2026): Una presentazione del programma

 

 

 

 

 

Spettatrici e spettatori di tutto il mondo uniti! E udite, udite! Ebbene sì, il festival de Il Cinema Ritrovato, che è giunto alla sua quarantesima edizione! Oltre 500 film restaurati, proiezioni diffuse per tutta la città di Bologna che culminano, ogni giorno, la sera in Piazza Maggiore – quest’anno ad aprire il Festival sarà uno dei più bei film della Storia del Cinema Sunrise ( Aurora, 1927) di Friedrich Wilhelm Murnau. Incontri, confronti, discussioni, presentazioni di libri, tra musiche e parole ma soprattutto di fronte a continue immagini in movimento, che camminano, come il fuoco, con noi! “Paradiso dei cinefili”, diceva il caro e mai dimenticato direttore Peter von Bagh: questo è, semplicemente, “Il Cinema Ritrovato”. Per chi voglia leggere di questi scorsi 40’anni, basta che guardi l’emozionante e sentito testo “Guida al Cinema Ritrovato 2026” (consta ben 12 pagine, scritto a più mani da Cecilia Cenciarelli, Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht, Mariann Lewinsky) che apre il catalogo di questa edizione e li ripercorre tutti.

Il cinema ritrovato
       Sunrise

Ma veniamo adesso a presentare un po’ in sintesi il ricco programma delle sezioni. In quella storica “Ritrovati e Restaurati”, verranno presentate centinaia di proposte di nuovi meravigliosi restauri da tutto il mondo – per esempio (estremamente atteso) il Director’s Cut del censuratissimo The Devils (I diavoli, 1971) di Ken Russell. Fino a oggi è stato in effetti (quasi) non visibile Summer in the City (1970), il primo lungometraggio di Wim Wenders, che contiene in nuce tutte le direzioni del suo cinema e che finalmente è stata restaurato. Potremmo (ri)vedere anche The Bounty Hunter (regia di André De Toth, 1954) e Phantom of the Rue Morgue (sempre di Roy Del Ruth, 1954), mai proiettati nelle rare versioni 3D che Warner Bros. e The Film Foundation offrono in prima visione a Bologna. Verranno Celebrati i centenari di tre maestri “così vicini, così lontani”, Roger Corman, Shoei Imamura e Andrej Wajda. Vi saranno alcuni dei primi film di Martin Scorsese, appena restaurati, come non mancherà la possibilità di fruire di opere cosiddette minori di “guide” come Welles, Kurosawa, Mankiewicz e Comencini. E molte, crediamo, saranno le scoperte, come per noi sono stati i film di Oldrˇich Lipský, Yurii Illienko… Sarà onorato il lavoro di uno dei grandi indipendenti della storia del cinema, Artavazd Pelechian, autore di un’opera sterminata, quanto breve nel minutaggio, che è stata finalmente restaurata e sarà presto godibile per la distribuzione internazionale grazie al lavoro di Coproduction Office.

Anche quest’anno l’impegno de Il Cinema Ritrovato per arricchire la selezione di cinema orientale si consolida, con opere diversissime come quelle di Noriaki Yuasa, Kon Ichikawa, Nobuo Nakagawa. E poi Le Coupable (Id., 1917) di André Antoine, sorprendente per la sua modernità, What Price Glory? (Gloria, 1924), capolavoro pacifista di Raoul Walsh, le comiche uniche di Stanlio e Ollio, quando ancora le loro voci non potevano far parte dell’esperienza filmica. E per come se non bastasse, un dono a Enrico Guazzoni, che con Quo vadis? ha contribuito, nel 1913, alla nascita di tanti progetti di sale nel mondo, tra cui anche quello che portò, nel 1915, alla nascita del cinema “Modernissimo” di Bologna.

Il cinema ritrovato
Joséphine Baker (1940)

Ci sarà una sezione dedicata a Joséphine Baker. Fattasi notare sulla scena parigina degli anni Venti come una energia esplosiva, segna l’immaginario collettivo con performance in perpetuo movimento, al tempo stesso spesso feticizzate e felicemente indipendenti. La sua espressività, nata nelle strade di St. Louis, sgorgava dalla sopravvivenza, dall’improvvisazione e dal jazz. Mentre l’Europa chiedeva ‘la giungla’, Baker portò in scena la strada. La sua figura, pendente tra nudità e istintività, nutriva fantasie coloniali che lei rielaborava con metodo attraverso l’amplificazione, lo sberleffo e la negazione a ogni costo dell’immobilità. La rassegna mette a disposizione la filmografia completa, impreziosita da una selezione di cinegiornali provenienti dagli archivi Gaumont Pathé e da altri materiali rari.

Sarà presenza viva anche l’immenso Luchino Visconti  che, capace di portare nel cinema la tradizione performativa dell’Ottocento. Rivoluzionario regista di prosa e di lirica, concorse a plasmare una mole di costumisti, scenografi e sceneggiatori entrati poi nella leggenda, e una folta moltitudine di attrici e attori che con lui ebbero, al cinema e a teatro, i ruoli decisivi della loro carriera: da Delon alla Callas, dalla Valli a Lancaster, dalla Cardinale a Gassman, dalla Magnani a Mastroianni. Oggi la sua filmografia rappresenta un vero e proprio classico, ma spesso viene a essere posta in secondo piano la dimensione sperimentale e di ricerca di tutta la sua carriera. Il suo primo, sorprendente, lungometraggio, Ossessione (1943), fu tagliato, censurato e condannato dal fascismo. Gran parte dei suoi film successivi furono oggetto di epocali contrasti “moralizzatori”. I cinquant’anni dalla morte sono l’occasione per riscoprire, anche attraverso nuovi, preziosi, restauri, la sua magistrale competenza nel mettere in scena il passato, nel costruire relazioni nuove tra la musica e le immagini, nel parlare, ancora e con forza, al presente.

Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri è il titolo della sezione dedicata all’omonima attrice a questa edizione de Il Cinema Ritrovato. La sua capacità di istituire un contatto fulmineo con il pubblico nasce dalla voce – ricca, fiacca, morbida, smaliziata, cinica, capace di muoversi con sveltezza tra asprezza e dolcezza. Poteva essere metallica, quasi mascolina e tagliente, oppure soffice come un cuscino di piume, talvolta nello stesso film: qualità ideali per un’attrice a suo agio in ogni genere, dal melodramma femminile al western, passando per il noir e la commedia sofisticata. Più anticonformista che icona, attrice di carattere alla maniera di Bogart o Cagney. Ed è proprio questo – il suo rifiuto o la sua incapacità di lasciarsi ridurre a un’unica immagine – a costituire uno dei fattori determinanti della sua eternità artistica. Se ai suoi tempi fu talvolta sottovalutata, la sua arte della sottrazione – la fluidità del movimento, l’immobilità nella quiete, l’intensità trattenuta – appare oggi sorprendentemente moderna. Attraverso i generi, la retrospettiva mette in luce le molteplici sfaccettature di un’artista iconoclasta.

Matinée Idols: i favoriti delle donne ci porta nei tardi anni ’10, con lo spostarsi del centro di gravità dell’industria cinematografica verso gli Stati Uniti, una variante del tutto americana di popolarità prese forma. Verso la fine del decennio, gli Studios come la Paramount si concentrarono sempre più sulla ideazione di star maschili attraenti, al fine di capitalizzare sul redditizio mercato “matinée”, un termine che, nonostante il suo significato letterale, indicava le proiezioni diurne, in particolare del pomeriggio, frequentate principalmente dal pubblico femminile. Questi attori erano, naturalmente, invenzioni degli studios. Eppure, la vera forza trainante dietro l’ascesa dei cosiddetti “Matinée Idols” erano le donne. Le predilezioni, le reazioni e l’interesse da parte delle donne svolsero un ruolo cruciale nel plasmare il concetto di celebrità, nel favorire carriere e, talvolta, nell’affrettarne il declino, definendo attivamente cosa il fascino maschile sullo schermo poteva e doveva essere. Dall’attraente Rodolfo Valentino al ben curato Wallace Reid, dal giovanile Richard Barthelmess all’affidabile Thomas Meighan, il programma di questa sezione ripercorre quattro variazioni del fenomeno dei “Matinée Idols” attraverso una lente storica e critica centrata sulle donne e combina opere canoniche con film importanti ma meno noti, inclusa l’anteprima mondiale del restauro di Sick Abed (regia di Sam Wood, 1920).

Tra i documentari e i documenti intorno a film o figure d’eccellenza, si ritrovano vere e proprie lezioni di cinema, come quelle dedicate a due leggende del Novecento, James Dean e Marilyn Monroe, sui quali mancavano documentari così profondi, capaci di utilizzare al meglio le immagini e i filmati che documentano la vita e le apparizioni di queste ‘divinità’. Lo stesso si può dire dei lavori su Cocteau, sull’attrice franco-russa Marina Vlady, sulla segretaria di edizione dalla carriera irripetibile Angela Allen, sul critico Marco Melani, sull’inventore della “Quinzaine des Réalisateurs” Pierre Henri Deleau. Ma forse i documentari che più meraviglieranno il pubblico del festival saranno quello di Rubika Shah sulla presenza di uomini di Hitler a Hollywood dal 1932 al 1940 e quello di David Gregory sul Grand Guignol parigino, che hanno il grande merito di raccontarci storie importanti, rimaste ai margini della storiografia. Tra i documenti campeggiano importanti materiali inediti su Pasolini, la scoperta del documentarista croato Aleksandar F. Stasenko, due magnifici film di Giuseppe Bertolucci, quelli del grande fotografo americano Elliott Erwitt (che si rivela anche un notevole regista), la dimostrazione che la scuola documentaristica americana ha vissuto, fino ai primi anni Ottanta, una stagione creativa eccezionale.

Il Cinema Ritrovato
Oedo gonin otoko (Five Men of Edo, 1951)

Invece la retrospettiva Ombre e acciaio: il cinema di Daisuke Ito ripercorre la straordinaria opera di Daisuke Ito, la cui carriera da regista abbracciò quasi mezzo secolo. Per gli storici del cinema la fama di Ito è legata al suo contributo rivoluzionario al cinema di samurai dell’epoca del muto: infrangendo gli schemi teatrali del primo cinema giapponese, il regista sfruttò con straordinaria abilità il montaggio rapido e audaci movimenti di macchina per costruire eleganti scene d’azione, articolando al contempo una penetrante critica sociale. La sua produzione del dopoguerra rimane tuttavia trascurata. Collaborando con alcuni dei migliori attori giapponesi, Ito spaziò dal campo di battaglia al teatro fino al mondo dello shogi (gli scacchi giapponesi), dando vita ad avventure di cappa e spada di grande raffinatezza formale, che richiamavano l’esuberanza visiva dei suoi muti, a drammi in costume più rigorosi e austeri e a sottili ritratti intimisti. Una sezione della retrospettiva riunisce i film muti giunti fino a noi e i frammenti superstiti, presentati – grazie al sostegno della “Yanai Initiative for Globalizing Japanese Humanities” – con l’accompagnamento composto da musicisti giapponesi e il commento dal vivo di narratori benshi. Accanto a questi, sarà proiettata una selezione dei migliori film del dopoguerra di Ito come Oedo gonin otoko (1951) , in copie 35mm di alta qualità, alcune delle quali restaurate dal NFAJ a partire dai nitrati originali.

In conclusione alcuni accenni anche alla sezione Suolo del Bengala, acque del Bengala: il cinema di Ritwik Ghatak. Nel centenario della nascita di Ritwik Ghatak, la NFDC-National Film Archive of India – nell’ambito della National Film Heritage Mission – ha realizzato per la prima volta il restauro digitale della sua intera filmografia. I restauri in 4K dei sette lungometraggi di Ghatak – sei dei quali saranno presentati al festival – sono stati realizzati a partire da diversi elementi filmici conservati presso NFDC-NFAI e West Bengal State Film Archive. Ritwik Kumar Ghatak è stato uno dei più radicali rinnovatori della storia del cinema.

Il cinema ritrovato
Meghe Dhaka Tara

Segnato dagli sconvolgimenti della Partizione del Bengala e dall’esperienza del teatro comunista, egli ha saputo mutare lo sradicamento e la frattura in una potente forma espressiva, attraverso la politicizzazione del melodramma, un uso del montaggio anticonvenzionale, l’impiego di bruschi scarti tonali e uno straordinario ausilio della musica e del suono che annulla la distanza tra dimensione personale e storia collettiva. Al tempo stesso brechtiano e profondamente emozionale, il suo cinema si sottrae a ogni ricerca di armonia, optando per la discontinuità innalzato a principio creativo. Ne scaturisce un’opera percorsa da tensioni laceranti e da una memoria storica incandescente: un cinema inquieto, eccessivo, indocile, ancora oggi sorprendentemente vivo. Pur confrontandosi con ostacoli enormi e guidato da un impegno incrollabile verso il popolo, portò a termine solo otto lungometraggi prima della sua morte prematura nel 1976; di questi, appena una manciata fu distribuita e quasi ignorata durante la sua vita, fatta eccezione per Meghe Dhaka Tara  (titolo int.: The Cloud-Capped Star, 1960). Questo programma – che riunisce nuovi restauri – offre un’occasione imperdibile per riscoprire la grandezza e l’eredità di Ghatak. Un autore straordinariamente in anticipo sui tempi, la cui opera continua ancora oggi a testimoniare, con intatta forza, il potere emotivo, politico e morale del cinema.

 

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