Marjane Satrapi è una fumettista, regista, sceneggiatrice e illustratrice nata in Iran 55 anni fa da una famiglia laica; persino comunista, si dice. Dal 1994 si è trasferita a Parigi dove tuttora vive lavorando come illustratrice ed autrice di libri per bambini, e dove ha girato un pugno di lungometraggi. Per scoprire il senso più riposto di Paradis Paris, presentato Fuori Concorso al Torino Film Festival, occorre tenere a mente questa biografia, essendo il film sopra ogni cosa un’ode in onore della sua città di adozione, “la città della luce, dell’amore e delle infinite possibilità”, come la stessa autrice la definisce nel pressbook internazionale (da cui si desume che l’international title è Dear Paris: una lettera d’amore, per l’appunto).E come spesso capita, quando è l’amore a muovere le nostre azioni, può capitare che il sentimento finisca per obnubilare la ragione, facendoci peccare d’eccesso di generosità. È ciò che capita a questo film, che stenta a decollare, faticando la sua regista a trovare la giusta misura; a mettere a fuoco la vera ragione del suo interesse narrativo, col risultato che per un bel po’ la pellicola brancola nel buio della sala, procurando in più di uno spettatore una reazione di irrefrenabile sopore. Ed è un peccato, perché le idee ci sono, e alcune finiscono per risaltare nel corso del tempo, riuscendo a risplendere e brillare come sarebbe accaduto se l’autrice non le avesse soffocate con la facondia ipertrofica di chi ha troppo da dire, e lo vuol fare tutto e subito. Col noto effetto di un barbecue sul quale sia stata messa a cuocere troppa carne al fuoco, che risulterà in definitiva non tutta ben cotta.L’idea di base, invece, è affilata e smagliante: narrare le vicende altalenanti di una serie di personaggi che si trovano a confrontarsi con lo spettro della morte; e attraverso le loro storie personali intonare un inno gioioso e vitale alla capitale francese. Non è solo brillante l’idea ma anche la scelta della struttura drammaturgica: la regista iraniano-francese sceglie infatti di raccontare questa storia adottando gli stilemi narrativi del pattern “storie a episodi intrecciati”, che a parere di chi scrive ha conosciuto le applicazioni più magnifiche grazie ad America oggidi Robert Altman e a La terrazza di Ettore Scola. Si sceglie un contesto (la città di Los Angeles, vista dagli occhi dello scrittore Raymond Carver; la società italiana tra gli anni ’70 e ’80, vista attraverso la lente d’ingrandimento delle terrazze romane dove già si radunava quella che ancora non si chiamava l’intellighèntsia radical-chic) e lo si affresca attraverso il racconto dei personaggi che lo rappresentano; seguendone le singole storie che finiscono per sfiorarsi, convergere, e forse convogliare verso un medesimo senso.Rossy De Palma (a sinistra) e Martina GarciaQui ci troviamo dentro la Parigi contemporanea, vista attraverso gli occhi di un’artista (definirla regista è non solo riduttivo ma persino fuorviante) che dimostra di amarla senza troppe riserve. Su questo scenario – fatto di bistrot all’aperto, della lucentezza dei lungosenna, e con le generiche ansie metropolitane simili in qualunque capitale cosmopolita – l’autrice decide di seguire un gruppo di personaggi che temendo di morire incontrano forse il senso della vita (“tutti dobbiamo morire – chiosa uno di loro – l’importante e vivere secondo il proprio stile e la propria dignità”): una cantante lirica italiana, uno stuntman britannico, una cameriera di origine colombiana, un anziano anchorman televisivo, un’adolescente problematica, e così via, quasi a comporre un puzzle come plausibile specchio della nostra contemporaneità; con le sue nevrosi, le buffe fragilità e le commistioni etniche.Il secondo aspetto da rilevare è il lavoro sul cast, che è produttivo ma precipita ovviamente nel campo narrativo: nel film recitano una serie di attori che, ciascuno a suo modo, rappresentano loro stessi ma anche l’aura iconica restituita dalla notorietà costruita dalle rispettive filmografie e dal glamour dei personaggi pubblici: la nostra Monica Bellucci, la spagnola Rossy De Palma, il francese André Dussolier (passato sui set dei più grandi registi francesi, da Lelouch a Truffaut, da Chabrol a Rohmer), etc etc. Anche se la più brava di tutti è la giovanissima Charline Balu-Emane, nel ruolo di una teenager problematica vittima di revenge-porn e afflitta da manie di autolesionismo. Segnatevi questo nome: ne sentiremo parlare.Paradis Paris – Regia: Marjane Satrapi; sceneggiatura: Marie Madinier, Marjane Satrapi; fotografia: Maxime Alexandre; montaggio: Stéphane Roche; scenografia: Stéphane Roche; costumi: Pascaline Chavannes, Ursula Paredes; musiche: Rocco De Rosa; interpreti: Monica Bellucci, Ben Aldridge, Gwendal Marimoutou, Eduardo Noriega, André Dussolier, Rossy De Palma, Martina Garcia, Charline Balu-Emane, Roméo Grialou, Alex Lutz, Roschdy Zem; produzione: Isaac Sharry – Vitro Films Marjane Satrapi ; origine: Francia, 2024; durata: 109 minuti.