
Anche lo spettatore meno informato, vedendo apparire sin dalla prima sequenza di Su Maistu l’inconfondibile sagoma di Enzo Avitabile, capisce che si tratta di una cosa seria. Tutti gli altri già lo sapevano, per lo meno dalla lettura del nome del regista: nato a Cagliari nel 1953, Gianfranco Cabiddu è da tempo una figura di spicco del cinema sardo e nazionale; almeno da quando, nel 2016, vinse il David di Donatello per la migliore sceneggiatura, grazie a La stoffa dei sogni, il suo film forse più celebre ispirato a La tempesta di Shakespeare e all’opera di Eduardo De Filippo, di cui Cabiddu è stato uno stretto collaboratore avendo curato la documentazione video di importanti attività didattiche e sceniche del Maestro. Ma non di sole regie è composta la ricca carriera del regista sardo, che nel corso del tempo ha lavorato anche come tecnico del suono per autori del calibro di Luigi Comencini, Mario Monicelli e Giuseppe Tornatore, giacché egli nasce – e questo in effetti lo sanno in pochi – come etnomusicologo.
Premessa necessaria questa per comprendere appieno il senso dell’operazione del film presentato in questi giorni in Concorso per il cinema italiano al Bif&st di Bari. A metà strada tra documentario biografico e viaggio musicale, Su Maistu è soprattutto un affettuosissimo omaggio a Luigi Lai, il più grande maestro vivente di launeddas (l’antichissimo strumento sardo a fiato composto da tre canne), considerato il custode di una tradizione millenaria che rischiava di scomparire, e che lui ha invece salvato portandola nei teatri di tutto il mondo dimostrando di possedere, a 93 anni suonati, un’energia formidabile.
Inizia in medias res il racconto di Cabiddu, mostrandoci il soggetto biografato in procinto di partire per la Svizzera tedesca, emigrando alla stregua di buona parte dei suoi coevi conterranei per evitare la sorte toccata ai tanti, padre compreso, morti ammazzati dalle conseguenze della vita in miniera. Quantunque frequenti le scuole di tedesco per favorire una più sollecita integrazione, egli vorrà tornare il prima possibile nella amata Sardegna da dove, superato il prologo, principierà il racconto della sua vita letteralmente straordinaria.
Giovandosi di un cospicuo utilizzo di materiali di repertorio, Cabiddu ricostruisce la storia esemplare di questo artista davvero glocal, in cui il pervicace radicamento nelle tradizioni folkloriche della sua terra si sposa magicamente con tradizioni musicali lontanissime geograficamente e culturalmente, dall’ovvio parallelismo con le pipes e le cornamuse scozzesi alle affinità elettive con universi sonori apparentemente differenti: dall’Art Ensamble of Chicago alla New School diretta da John Zorn, da Omar Sosa a Uri Cane. Questo perché, come ognun sa, il talento puro come quello che Lai indubitabilmente possiede parla una lingua universale che non ha bisogno di sottotitoli. Sottotitoli di cui invece Su Maistu si giova in gran copia, per un motivo specialissimo che il regista cagliaritano chiarisce dopo la proiezione barese. Oltre ai materiali di repertorio, moltissimi e tutti preziosi, il film fa ricorso a una serie di interviste piazzate col protagonista, il quale tuttavia si concesse ai microfoni dell’amico regista con qualche pudore, essendo egli – come spesso capita a chi è bravo davvero – molto timido. Il risultato fu disastroso: sembravano le incerte testimonianze rilasciate da un interlocutore recalcitrante alla peggiore delle tv locali. Di qui il colpo di genio, che ha reso Su Maistu il bel film che effettivamente è: le interviste furono rifatte daccapo ma stavolta parlate in dialetto sardo, la lingua verace dell’artista capace di dialogare magicamente con quei suoni ancestrali emanazione della terra che entrambi produce. Il doc di Gianfranco Cabiddu si trasforma così in un’indagine etnografica su un pezzo di terra e della sua cultura musicale, capace di echeggiare nel corso del tempo lungo i cinque continenti.
Davanti ai nostri occhi si snocciola il rosario di una parabola artistica esemplare, nutrita da una passione inesauribile; che porta Lai a esibirsi infaticabilmente dappertutto: dalle feste paesane alle processioni religiose, dai concerti con Maria Carta alle esibizioni con Angelo Branduardi; coniugando costantemente – ed è ciò che più emoziona – l’acclarata sapienza tecnica faticosamente coltivata studiando sodo, con la semplice umiltà tipica della terra di cui è divenuto a buon diritto ambasciatore culturale.
Privo di una vera e propria committenza, Gianfranco Cabiddu ha investito risorse e passione in un lavoro davvero maestoso, sviluppato nel corso di ben otto anni, cui avrebbe probabilmente giovato qualche lieve limatura in sede di montaggio rispetto a una durata definitiva di oltre 95 minuti.
Ciò detto il film è stato convintamente applaudito nel corso della proiezione barese e meriterebbe di ricevere indietro tutto l’amore che trasmette, a partire da una data di distribuzione cinematografica che al momento in cui finiamo di scrivere queste righe gli è ancora negata.
Su Maistu – Regia: Gianfranco Cabiddu; soggetto e sceneggiatura: Gianfranco Cabiddu; fotografia: Aldo Chessari e Antonello Sarao; montaggio: Leonardo Cabiddu; musica: Luigi Lai; interpreti: Luigi Lai, Elena Ledda, Mauro Palmas, Paolo Fresu, Luca Usai, Gavino Murgia, Enzo Avitabile, Barnaby Brown, Cristina Pato, Robert Dick, Ned Rothenberg, Omar Sosa, Patsy Seddon, Brian Vallely, Uri Cane, Art Ensemble of Chicago, Mar Jane Robertson; produzione: Clipper Media in associazione con Associazione Culturale Backstage; origine: Italia, 2026; durata: 96 minuti; distribuzione: Clipper Media in associazione con Associazione Culturale Backstage.
