UnArchive-Found Footage Fest (3° Edizione, 27 maggio-1 giugno): Soundtrack To a Coup d’Etat di Johan Grimonprez (Premio Miglior lungometraggio Concorso Internazionale)

Forse non si è mai colta con tanta forza e puntualità, nonostante il ritmo rapsodico e il racconto articolato su più avvenimenti e punti di vista,  la dimensione di fierezza, resistenza, lotta della musica jazz come in Soundtrack to a Coup d’Etat. Attraverso la costruzione di un densissimo ensemble visivo e sonoro, Il regista Johan Grimonprez esplica e rivela il significato politico e le circostanze fattuali che stanno dietro a uno degli episodi della Storia del novecento  più subdoli e violenti, nel quale l’occidente colonialista , con l’attiva complicità degli Stati Uniti, è intervenuto nel processo di rivoluzione e autodeterminazione democratica in atto in molti paesi africani. Nello specifico, si parla del Congo e della conquista dell’indipendenza dal dominio belga, con l’elezione a primo ministro di  Patrice Lumumba, leader del Movimento Nazionale Congolese di Liberazione, il 23 luglio 1960. Il canto ancestrale e lancinante di Abbey Lincoln sugli accelerati e vibranti colpi di batteria di Max Roach, che fanno da overture e contrappunto a un non pacificato requiem sulla morte di Lumumba (assassinato da un complotto ordito dalla CIA)  segnano inoltre  quella che non si limita certo ad essere la pur rigorosa e al tempo stesso avvincente ricostruzione di un colpo di stato; un evento nel quale le parti in causa esulavano dal solo conflitto tra Europa e Africa, per implicare le conseguenze di una globale guerra fredda con tutti i leader e le organizzazioni internazionali  (da Eisenhower a Kruscev, dalle Nazioni Unite a Che Guevara) pronti a intervenire e a schierarsi con il reale scopo di preservare o ampliare i propri interessi economici e geopolitici attraverso strategie di controllo e potere.

Il corpus della nascente Unione degli Stati Africani, che sempre nel 1960 vedeva la propria rappresentanza ampliata di ben sedici paesi all’interno dell’ ONU, era infatti ancora caldo e sanguinante per gli abusi e le defraudazioni subite dalle predatorie politiche degli stati colonizzatori; la cronaca di una presenza/presidio con la volontà di estrarre e appropriarsi delle ricchezze minerarie di quelle terre ( in particolare l’uranio, nel piano di un paranoico progetto di reciproco armamento atomico tra le due superpotenze, a cui Grimonprez dedica un esplicito passaggio). E le ferite  provocate scaturivano una eco talmente profonda da raggiungere e mettersi in risonanza con le comunità africane del resto del mondo, soprattutto quella americana, nei sobborghi della quale, a cominciare dai luoghi di sfruttamento ed emarginazione prima rurali (le piantagioni di cotone ) e poi urbani (i ghetti), la musica blues e jazz aveva preso forma, voce, suono. Ed era diventata, nel suo raccontate una condizione di sofferenza e prostrazione, ma anche di rabbia e di orgoglio,  la controparte di un’espressione  di libertà  e di lotta necessaria ad arginare l’espandersi di un modello iniquo di società. L’associazione tra quello che contemporaneamente avveniva nel Congo, negli Stati Uniti e in Europa non è soltanto una stratificazione di punti di vista nel rielaborare le immagini dei fittissimi archivi che compongono ciascuno un movimento e una prospettiva rispetto  alla deposizione, estradizione ed esecuzione di Lumumba. Nell’arco esteso dei 150 minuti di durata le variazioni e i passaggi di tono e  di struttura ( elegiaco, da compatto reportage, jazzisticamente sincopato e frammentato) indicano l’intersecarsi reciproco di due traiettorie: il sorgere di una coscienza collettiva africana, con Malcom X portavoce più esposto ed emblematico di questa istanza ( e che alcuni dopo, come il leader congolese, verrà infatti assassinato), al di fuori del confine continentale, e l’instaurarsi/restaurarsi di un nuovo/ancient regime, questa volta composto dai governi europei in complicità con quello statunitense, nell’affermazione di un suprematismo bianco, che  quella coscienza la vuole assoggettare, reprimere, schiavizzare ancor prima su un piano psicologico e culturale.

I grandi artisti e musicisti afroamericani vengono dunque utilizzati, a loro insaputa, come strumenti per penetrare in alcuni di quegli stati attraversati dal desiderio di cambiamento e affermazione. In testa a questo stuolo di personaggi cosi riconoscibili, e per questo rassicuranti,  sia dall’una che dall’altra parte della linea dell’ equatore il sorriso gioviale e accogliente di Louis Armstrong, sublime esecutore di un jazz che tende più a pacificare ed armonizzare che a creare fratture e dissonanze. Il suo ruolo di ambasciatore del jazz nel mondo, inclusa l’Unione Sovietica con un Kruscev recalcitrante ad accettare le non riducibile frenesia do quelle sonorità testualmente e simbolicamente sprigionate e sprigionanti, era la copertura del celebrato gemellaggio tra culture musicali che condividevano le radici  generative e le aperture trasformative. Anche se una volta svelato l’inganno Armstrong minaccerà di abiurare la cittadinanza americana e di trasferirsi nel Ghana. Il contraltare di questa morbida e inconsapevole coercizione passa per il volto torvo e respingente di Nina Simone, anche lei passata come inconsapevole vassalla di un piano filoccidentale e anti comunista, ma ne incarna anche la digressione verso la caduta della maschera paternalista dell’ Occidente, indossata per imporre sottotraccia le ragioni della forza di un malcelato neocolonialismo. Se i filmati delle performance dal vivo eseguite dai grandi nomi del jazz  (Duke Ellington, Dizzie Gillespie, Charles Mingus, John Coltrane) puntellano effettivamente il crescendo di fatti e avvenimenti nelle vesti di una polifonica colonna sonora in cadenze di riflessioni critiche e di momenti di esplicita accusa  (come il citato lamento funebre per la condanna a morte di Lumumba, da parte di Rach/Lincoln), a un certo punto del racconto prende sempre più spazio sonoro la musica creata dagli artisti africani, supportata dai corpi danzanti che reclamano autonomia (e, in fondo, anche una primigenia)  su una dimensione di immaginario e di espressione creativa; il diritto a non essere ridotti a (s)oggetti di un documento e di un’inchiesta racchiusi nei cinegiornali congolesi ed internazionali dell’epoca.

John Grimonprez ribalta dunque la posizione storica e crea una dialettica profondamente ed eticamente anti coloniale nel rapporto tra musica e immagini. I jazzisti statunitensi restituisco il senso profondo di quella musica che hanno adattato e trasformato all’esigenze di una nuova terra innervata dai fremiti nevrotici della modernità. Ma prima di quest’ultimo sussulto , prima delle derive di una disperazione più intima e individualista, c’era  stato l’unisono di una comunità in contrapposizione al verticale schiacciamento da parte di coloro i quali si sono creduti e si sono comportati come i padri e i padroni anche dell’altra parte del mondo. Un suono detto con la forza suggestiva dei versi della poetessa Maya Angelou, dalla poesia Still Rise (e ancora mi rialzo…): “Dalle capanne della storia ignobile io mi rialzo. Da un passato radicato nel dolore io mi rialzo. Sono un oceano nero, impetuoso e vasto che traboccante e gonfio avanza con la marea.

 


Soundtrack to a Coup d’Etat  – Regia e sceneggiatura: John Grimonprez; fotografia: Jonathan Wannyn; montaggio: Rik Chaubet; produzione: Onomatopee Films, Warboys Film, Zap-O-Matik, Baldr Film, ZKM Center, RTBF, VRT; origine: Belgio/Francia/Olanda, 2024; durata: 150 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

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