La regista Jihan K aveva solo sei anni quando suo padre, Mansur Rashid Kikhia, ambasciatore presso le Nazioni Unite e primo oppositore del regime di Gheddafi spariva dal Safir Hotel del Cairo subito dopo aver preso parte al meeting dell’Organizzazione Araba per i Diritti Umani. Era il 10 ottobre 1993. Il suo corpo sarebbe riemerso, chiuso in un enorme frigorifero, ben diciannove anni dopo, nella villa di Tripoli del capo dell’intelligence libica Abdullah Senussi. My Father and Qaddafi è dunque una storia di morte, di un’assenza inspiegabile, di una ricerca spasmodica, di un corpo politico che evaporando trascina via con sé anche il suo involucro paterno. Con questo vuoto si confronta Jihan K che decide di aprire il suo racconto con scene di vita familiare in Super8, dove Mansur non ha voce né presenza, ma è la promessa di un ritorno, un’attesa eccitata che innerva di speranza i sogni di una bambina. Ma chi è stato Mansur Rashid Kikhia? Chi è stato Baba, l’uomo al quale Jihan dedicava canzoni e pensieri d’amore?
Per comprendere l’uomo – ci dice Jihan K -, va compreso un Paese intero, come se Mansur portasse inscritto nel suo destino la parabola stessa della Libia, come se gli snodi della sua esistenza potessero spiegare i paradossi di un popolo manipolato dal colonialismo, stuprato dalla dominazione, illuso dall’uomo nuovo al comando (Gheddafi) e dalla sua promessa di non piegarsi mai più alla lunga mano dell’intruso, nell’illusione che sarebbe bastato respingere gli invasori per vivere in uno stato giusto e pacificato. Il mistero di un corpo scomparso è la prova regina, ciò che inchioda un intero regime: è un’assenza a certificare una presenza, l’uomo che non c’è, racconta spietatamente quello che resta. My Father and Qaddafi è un coro a tre voci che ha nella madre della regista, Baha Al Omary, il vertice della piramide, la donna che oggi – nel presente – risponde alle domande della figlia, offre le proprie rughe a favore di cinepresa, e poi – dentro una vertigine – torna più giovane di trent’anni, seduta nello studio televisivo di una rete di Stato, le mani in grembo a invocare la liberazione del marito rivolgendosi direttamente al dittatore libico.
C’è uno scarto temporale tra la scoperta della verità di un omicidio e la presa di coscienza del narratore e dentro questo iato è possibile prendere un respiro e fermarsi per risalire alle origini della storia. Mansur e Gheddafi condividevano un passato familiare comune: i loro padri, entrambi, erano rimasti vittima della dominazione italiana, quella che per prima aveva concepito i campi di concentramento, ma che amava romanzare al cinema le proprie gesta militari. La feroce campagna mussoliniana aveva reso orfani quei due uomini ed era all’origine del loro reciproco riconoscersi, trovarsi e infine odiarsi per assumere i ruoli finali – agli antipodi – di una relazione: il carnefice e la vittima.

My Father and Qaddafi somiglia molto a un grido di libertà, alla possibilità di poter ricordare quello che altrimenti si perderebbe nella memoria. Jihan K non conserva nulla di suo padre, non sa che voce avesse, nessuna rimembranza di un abbraccio, un bacio o una carezza: come se Mansur non fosse mai esistito. Eppure, il montaggio frenetico del film dimostra l’esatto contrario, la testimonianza visiva, usando le esatte parole dell’autrice, “impedisce che mio padre muoia due volte”.
La triste vicenda di Mansur Rashid Kikhia non è un racconto chiuso nel passato. La fiducia nella rivoluzione e la sua mutazione in una dittatura lo avevano costretto a guardarsi intorno in cerca delle ragioni profonde di quell’errore di valutazione. E lo scenario che si era trovato di fronte somiglia spaventosamente al nostro presente. La questione irrisolta palestinese, una parte di mondo continuamente contesa tra colonialisti e imperialisti, la violenza come unico mezzo per conservare una parvenza di stabilità: l’archivio respira, batte, è vivo. I fantasmi dell’immagine in movimento, qui, tornano materia e permettono a un padre e una figlia di abbracciarsi ancora una volta.
Presentato alla Mostra di Venezia 2025 (Fuori Concorso).
Il 13 novembre ore 20 al Teatro Palladium di Roma alla presenza della regista.
My Father and Qaddafi – Regia e sceneggiatura: Jihan K; fotografia:Micah Walker, Mike McLaughlin; montaggio: Alessandro Dordoni, Chloë Lambourne, Nicole Hálová; musica: Aleksander Pankowski vel Jankowski, Barna Zsolt Szoke, Bisan Toron, Dominik Svoboda, Didier Monge, Fryderyk Lutyński, Grzegorz Łapiński, Kristjan Ruus, Magda Szczebiot, Magdalena Sowul, Michał Ostrowski, Salka Valsdóttir, Simone Giuliani, Tiago Correia-Paulo, Zuzanna Ossowska; produzione: Desert Power (Jihan K), Laika Film & Television AB (Andreas Rocksén, William Johansson Kalén), Dave Guenette, Mohamed Soueid, Sol Guy; origine: Usa, Libia; durata: 88 minuti.
