Firmato da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, ed ambientato in Sardegna dentro tre delle ultime colonie penali agricole ancora attive in Europa — Isili, Mamone, Is Arenas — e nell’ex colonia dell’Asinara, Nella colonia penale segue la quotidianità dei detenuti tra cella e lavoro (pastorizia, agricoltura, manutenzione), ritracciando un’istituzione “a cielo aperto” poco conosciuta.
L’approccio è sobrio ed osservazionale, sulla falsariga di Gianfranco Rosi o i primi lavori di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi, anche se, rispetto a questi ultimi, si evince una certa prudenza nella ricerca formale. Le immagini sono avvolte da una densa staticità: macchina spesso fissa, distanza dall’azione, assenza di interviste e di mediazioni esplicative. Tutti questi elementi lavorano per creare una suggestione che non sempre riesce a mantenersi tale. La quotidianità delle attività lavorative (pascoli, tosatura pecore, smaltimento rifiuti, servizio mensa, innalzamento di un muretto) viene impreziosita da qualche momento più singolare ed evocativo, come la curiosa scena di tre detenuti che dal cancello salutano un compare (fuori campo, ne udiamo solo la voce) che ha scontato la pena, prodigandosi in raccomandazioni e ripetendosi frasi di commiato e saluti, in un tentativo sempre più evidente di nascondere l’incertezza e la paura: Libertà equivale anche a rottura di tanti legami, perdita di tante sicurezze e di buona parte dell’identità che lì si è formata.
Identità e legami che però, quando si è così isolati, si cerca di mantenere disperatamente con l’esterno, come viene ben descritto in un altro momento dove assistiamo alla videochiamata tra un detenuto e la sua famiglia; si fa mostrare la casa, i cambiamenti che sono stati fatti, riuscendo, per un istante forse, ad immaginarsi lì con loro.
L’opera è organizzata in quattro capitoli (i tre stabilimenti attivi più l’Asinara). L’Asinara, chiusa nel 1998 e oggi parco nazionale, diventa controcampo simbolico delle colonie ancora operative.
Il film fa emergere il paradosso tra natura aperta e controllo carcerario: spazi vasti e ritmi di lavoro convivono con regole, punteggiature burocratiche e tempi sospesi della pena. A Isili, Mamone e Is Arenas i detenuti sono perlopiù migranti, elemento che aggiunge una dimensione sociale al racconto del lavoro punitivo/rieducativo.
La colonia penale appartiene ad un modello rieducativo obsoleto (legata alle misure di sicurezza e all’isolamento) ma sono indubbi i benefici dati dal lavoro che esse proponevano. La ragione della loro chiusura (abbandonare l’isolamento e le vecchie misure di sicurezza per puntare sulle misure alternative) si scontra con la mancata riforma delle carceri tradizionali e il persistente sovraffollamento, che hanno fatto sì che il detenuto medio, in Italia, viva oggi in condizioni oggettivamente difficili e meno rieducative rispetto a un tempo, non per la chiusura delle colonie, ma per il fallimento sistemico di rendere l’Art. 27 una realtà in ogni istituto.
Che cosa, oltre al titolo, ci sia di kafkiano in questo documentario, possiamo ipotizzarlo identificando il progresso nel personaggio dell’esploratore (presente nell’omonimo racconto di Kafka, appunto) venuto ad assistere all’esecuzione operata dallo strano macchinario dell’ufficiale e dopo averne capito il funzionamento, la giudica negativamente e ne ordina lo smantellamento.
Ciò che rimane alla fine della visione sono le solitudini, i silenzi, il rombo del mare, lo sguardo di un animale, Il sole dell’alba e del tramonto, il senso di definitivo isolamento, ancora più impressionante in una realtà come quella odierna. Una condanna che pare quasi salvifica, che giunge a noi quando il documentario riesce ad afferrarne il mistero e la poesia, anche se non sempre accade, e talvolta indugia e si sofferma laddove non c’è nulla.
Nella colonia penale – Regia: Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana; fotografia: Federica Ortu; montaggio: Emanuele Malloci, Gaetano Crivaro, Felice D’Agostino; suono in presa diretta: Andrea Oppo, Emanuele Pusceddu, Roberto Cois; produzione: Mommotty; con il sostegno di Sardegna Film Commission, Ministero della Cultura, Regione Autonoma della Sardegna; e il contributo del Programma Europa Creativa dell’Unione europea; origine: Italia, 2025; durata: 85 minuti.
