Già presentato ad alcuni festival, arriva al Laceno d’Oro, giunto alla sua cinquantesima edizione, Deriva, ultimo lavoro, e primo lungometraggio finzionale, di Danilo Monte, regista campano con studi al Dams di Bologna e radicamento a Torino. Allievo di Alberto Grifi, nel corso degli anni, e a partire da una modalità produttiva essenziale e coerente, ha tessuto una sua poetica, apparentata al cinema del reale, caratterizzata dalla scelta della prima persona e del racconto autobiografico: istanze, queste, con cui Monte ha potuto attivare percorsi relazionali di autenticità a contatto con una dimensione di costante esposizione agli imprevisti e all’inatteso -modo con cui interagire con l’esistente, allo stesso tempo provando a trasformarlo. Questa esposizione, fatta di cose minime e quotidiane, intime e sincere, da Monte ‘cercate’ in uno spazio esterno, costitutivamente reale e non finto, è ciò che attraversa lavori documentari come Memoria, in viaggio verso Auschwitz (2014), Vita nova (co-regia con Laura D’Amore, 2016) e Nel mondo (2019). Lavori personali con cui, come suggerisce l’autore, “interpretare la realtà e tessere relazioni”, attualizzando, in tal modo, quell’idea nobile (fin dai tempi di Dziga Vertov) per cui ogni cosa del mondo è interessante e per questo è anche degna di essere restituita in una visione singolare e produttiva di effetti percettivi, quale è quella offerta dal cinema.
In questo lungometraggio di finzione c’è, invece, una trama a dirigere il verso, sospeso tra le ferite non curate di un passato ancora stentoreo -quello della generazione nata alla fine degli anni ‘70, tra occupazioni, concerti memorabili e attivismo, fino ad arrivare alla cesura del G8- e la difficoltà di vivere un presente in cui non ci si riconosce più, né ci si sente più visti né, appunto, riconosciuti -e come potrebbe esserlo, se si è stati privati dei diritti e si è stati esposti ad esperienze di mortificazione e di violenza da parte di chi qui diritti avrebbe dovuto garantirli?.
Forse per questo la realtà vista da Mario, il protagonista (Mario D’Ambrosio), un artista visivo, assume i contorni di un’immagine costantemente sbiadita, probabile correlato inconscio dell’esperienza di dolore, mortificazione e fallimento la cui portata, e indelebilmente, costituisce la trama della stessa ‘visibilità’- c’è una sensazione che ‘quella violenza’, una violenza di Stato, abbia violato profondamente la possibilità di un rapporto positivo con se stessi, e quindi anche con il mondo che si ha davanti.
In apertura del film vediamo Mario in casa, da solo, tra quadri, sculture filiformi e ricordi improvvisi che emergono come in un inedito, e al tempo stesso nostalgico e soggettivante, contro-campo (splendido il lavoro con il materiale d’archivio fatto da Monte insieme al montatore Alessandro Aniballi). La mdp lo riprende lentamente, con piani sequenza in piano medio e talvolta in primissimo piano, evidenziando i movimenti del suo sguardo, rivolto verso il passato oppure perso nel presente di uno scrolling che sembra non finire mai.

Ma il suo presente è fatto anche di scarti e rifiuti, anch’essi tracce di un tempo trascorso, frammenti di vissuti abitati da altri e buttati via, che Mario recupera e rende sculture fragili ma durevoli (le opere sono dello stesso Mario D’Ambrosio). Un modo, questo, con cui il protagonista può forse continuare a immaginare il mondo pensando di poterlo ancora trasformare: mediante, cioè, gli oggetti di scarto che incontra, osserva e trasforma e con cui sembra creare una relazione anche affettiva. Relazione che invece non riesce più a trovare con il figlio, all’interno di un’impasse che riporta forse anche a quell’impossibilità, per una generazione traumatizzata e annichilita, di riuscire a trasmettere qualcosa a quella successiva.
Via via smosso dai continui lampi di eventi passati -momenti collettivi in cui lo stesso D’Ambrosio emerge, insieme ad altre compagne e compagni, per via di una cadenza sincopata frutto di un montaggio dei filmati found footage che sta anche a dire di una resistenza al tentativo di emarginazione e scomparsa-, nonché da un altro tentativo di comunicazione con il figlio, il naufragio di Mario prende la forma, lenta ma di nuovo orientata in avanti, di un viaggio a Napoli durante l’esplosione della città per la vittoria del terzo scudetto.
L’indipendenza e l’urgenza di Monte conferiscono a questo lavoro una sua densità, qualcosa che chi guarda può andare a esplorare ma a partire da una evidente scomodità, che è sia tematica -la crisi e l’impotenza di un individuo e di una generazione- sia formale -un’immagine senza contrasti, che non attrae ma appunto respinge, in tal modo restituendo, sembrerebbe, lo stesso senso di marginalizzazione ed esclusione vissuti dal protagonista. Assai accesa e calda, invece, è l’esperienza percettiva del passato veicolata dal found footage, una specie di membrana osmotica con cui attraversare soglie, temporalità e memoria.
Quello che forse manca, in un film in ogni caso di finzione e quindi di potenziale apertura a un livello immaginario diverso da quello del documentario, è proprio la presenza di un’immagine attuale idonea ad aprirsi (virtualmente) a più dimensioni, allorché la necessità, pur comprensibile, di Monte di non ‘abbellire’ la realtà, a tratti finisce per produrre una barriera un po’ troppo rigida – e uno sguardo di fatto schematizzato – rispetto alla complessità delle storie e soprattutto alla deriva porosa del reale.
Deriva – Regia e fotografia: Danilo Monte; sceneggiatura: Danilo Monte e Mario D’Ambrosio; montaggio: Alessandro Aniballi; interpreti: Mario D’Ambrosio, Daniele Ciampi, Stefano Forgione, Massimiliano De Serio; produzione: Danilo Monte e Fai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 79 minuti.
